Terza voce

PER UN’ETICA DELLA CURA.
I MESTIERI DEI POETI

di Antonio Fiori

Mi sono sempre chiesto fino a che punto i mestieri praticati dai poeti entrino nei loro versi. Sappiamo bene che raramente un autore riesce a vivere dai proventi della sua poesia e che la dipendenza dal lavoro lo accomuna ai suoi lettori. Per la verità c’è qualcuno di loro che dimostra insofferenza per chi pensa che il poeta debba alimentarsi necessariamente con altri mestieri (Antonio Pibiri, In cosa consiste il lavoro, L’Arcolaio, 2020: «Oh il nostro sempre ondeggiare / come serpi verso il denaro»; fondamentali peraltro, sul più vasto tema dei rapporti tra vita e scrittura, restano Il secondo mestiere, di Eugenio Montale, ovvero la sua ponderosa attività di critico, e Il mestiere di vivere, di Cesare Pavese, diario drammatico sulla solitudine e le ragioni della scrittura). Ma qui dobbiamo confrontarci con quanto dicono i fatti e verificare anzi se esistano mestieri che più di altri ‘concepiscono’ poesia.


Sono convinto che ci siano lavori – in particolare quelli a quotidiano contatto con la sofferenza umana: sacerdote, medico, magistrato, avvocato, psicologo, ecc. – votati più di altri ad incubare la scrittura poetica. Sacerdoti erano Clemente Rèbora e David Maria Turoldo; medici Lorenzo Calogero, Mario Tobino, Gottfried Benn e William Carlos Williams; magistrati Giovanni Camerana e Salvatore Mannuzzu; avvocati Edgar Lee Masters, Sebastiano Satta e Angelo Mundula; psicoanalisti Tomas Tranströmer e Vincenzo Loriga.


Vale la pena, a questo punto, ripartire da una delle più condivise definizioni di poesia: la poesia come terapia, che ha ormai avuto riconoscimenti anche sul versante clinico e filosofico, dove si comincia a parlare di ‘etica della cura’, di ‘prendersi cura’ della persona che soffre (segnalo, in ambito filosofico, i testi di Sara Brotto – Etica della cura. Una introduzione, Orthotes, 2013 – e di Roberta Sala – Filosofia per i professionisti della cura, Carocci Faber, 2014 – che sottolineano anche l’importanza dell’attività terapeutica su sé stessi prima di affrontare la cura degli altri).

In quest’ambito la poesia e l’arte in genere sono annoverate come pratiche terapeutiche importanti. Dunque, anche senza volerlo, i poeti che esercitano certi mestieri si nutrono inevitabilmente di dolore (il magistrato può addirittura essere costretto ad infliggerlo) e al contempo devono curare le persone concrete che incontrano ogni giorno: il sacerdote ha da curarne l’anima, il medico la mente e il corpo, e se sono abitati dalla poesia, lo faranno innanzitutto come compartecipi di quel dolore, quindi come dispensatori di parole-farmaco e delle maggiori attenzioni possibili. Saranno anzi loro, come si diceva poc’anzi, le cavie su cui esercitare le prime cure: peccatori, pazienti, imputati essi stessi, come in fondo dovrebbero essere sempre i veri poeti.


Ha però altrettanto rilievo anche l’opposta situazione, ovvero l’esercizio di professioni più tecniche o banalmente impiegatizie da parte di grandi poeti: Betocchi e Quasimodo erano geometri, Giorgio Caproni maestro elementare, Thomas Stearns Eliot e Francesco Scarabicchi bancari, Wallace Stevens assicuratore: possiamo perciò stesso affermare che questa seconda casistica smentisca la prima? Certamente no: la scrittura ha quasi sempre un’origine traumatica, comprovata dalle biografie degli autori d’ogni epoca e paese e legata alle vicissitudini della vita, mentre il mestiere, nel corso degli anni, è solo l’habitat – ideale o occasionale – di germinazione della poesia.

Ogni professione insomma, dalla più casuale alla più specialistica, è luogo giornaliero dell’incontro con l’altro – con la vita dell’altro – dove è sempre possibile tentare la cura secondo l’etica descritta.


Mi soffermerò ora su tre poeti nei quali il ‘mestiere’ ha addirittura invaso la poesia: David Maria Turoldo, Gottfried Benn e Margherita Rimi.



David Maria Turoldo (1916 – 1992), sacerdote


Come nota bene Davide Toffoli recensendo Canti ultimi di Turoldo qui su Avamposto, la sua poesia «riesce a farsi diario personale, dialogo quasi sussurrato con Dio»; e con chi se non con Dio deve confrontarsi quotidianamente un vero sacerdote? E con chi, se non con l’ateo, sul polo opposto, può instaurarsi un dialogo? «Fratello ateo, nobilmente pensoso / alla ricerca di un Dio che io non so darti, / attraversiamo insieme il deserto. / Di deserto in deserto andiamo / oltre la foresta delle fedi / liberi e nudi verso il nudo Essere».


Nella poesia di David Maria Turoldo, il suo essere sacerdote – frate dell’Ordine dei Servi di Maria – entra, sin dall’origine, in modo naturale e insieme sofferto e problematico: «Un male è questa vita / di cui non ci è dato guarire. / E Dio che non ci dà tregua; / la nostra è una tragedia / di sole».


Anche se la vita quotidiana, scandita dalle date e dalle ore della liturgia (nonché dalla intensa attività di confessore), ha alimentato una produzione poetica ricchissima, Turoldo ha condotto sempre, in parallelo, una riflessione laica sul mondo e sulla sua stessa vocazione, come in questi versi di una delle sue prime poesie, Amore e morte, del 1952:


     Uno stesso tremolio – o bufera – sulla superficie

     del mare come dentro le onde del calice. Eri

     dovunque. E gli altri intanto

     si baciavano solo sulla bocca,

     ma io Ti mangiavo tutte le mattine.

     E, allora, perché, perché

     dunque ero così triste?



Gottfried Benn (1886 – 1956), medico


Si laurea in medicina a Berlino nel 1910 ed esordisce in poesia nel 1912 con la raccolta Morgue e altre poesie. Sono testi che fecero scalpore, ambientati nelle corsie ospedaliere e caratterizzati da descrizioni scandalosamente macabre, dove è assai difficile distinguere il sofferente dal suo cadavere: «Due su ogni tavolo. Di traverso / tra loro uomini e donne. Vicini, nudi, / eppur senza strazio. Il cranio aperto. / Il petto squarciato. Ora figliano / i corpi un’ultima volta»; «Qui, intorno a ogni letto, già si gonfia il campo. / La carne si livella al suolo. La fiamma si spegne. / I liquami stanno per colare. La terra chiama».


In quello stesso 1912 muore la madre, per la quale, nel 1913, scriverà una lirica sanguinosa: «Ti porto come una ferita / sulla fronte che non si rimargina. / Non sempre duole. E il cuore / non ne muore dissanguato. / Solo talvolta sono di colpo accecato e sento / del sangue in bocca».


Con l’avvento del nazismo Benn si trova da un lato osteggiato dal regime per la sua vicinanza all’espressionismo e dall’altro difeso addirittura da Himmler. Alla fine gli verrà imposto comunque il silenzio.

Nel dopoguerra la sua poesia si aprirà maggiormente sul versante filosofico, senza però perdere mai del tutto i connotati dell’esordio:


     Germi, genesi di concetti,

     Broadways, azimut,

     nebbia e ippodromi

     mischia il cantore nel suo sangue,

     sempre cercando forme,

     sempre cercando parole,

     obliata la scissione

     fra io e tu.


     Lira neurogena,

     pallide iperemie,

     vertigini di pressione sanguigna

     tramite caffeina,

     nessuno può misurare

     questo: esser rivolto all’uno,

     per sempre all’oblio

     fra io e tu.


     E se un tempo il cantore

     faceva del dualismo,

     oggi è un eversore

     tramite principio cerebrale,

     e d’ora in ora nel tutto

     proteso al sogno della poesia

     tesse le sue grevi sostanze

     rado e lento nel nulla.


     (Da Flutto ebbro, Guanda, 1989)



Margherita Rimi (1957), neuropsichiatra infantile


Margherita Rimi, medico specialista in neuropsichiatria infantile, ha affrontato per decenni l’abuso e la sofferenza dei minori, refertando il dolore indicibile del bambino come medico e come poeta. Dal suo bellissimo libro Le voci dei bambini. Poesie 2007-2017 (Mursia, 2019) riporto un testo emblematico (dalla sezione Bianco, forse la più dura da affrontare):


     Facciamo un disegno

     tutto vero se vuoi

     o tutto inventato

     o tutto cosìcosì


     Glielo dicevo a mia madre

     Io non voglio fare

     – quelle cose lì –


     Ora io poi tu

     dobbiamo diventare un racconto

     facciamo la rincorsa

     dobbiamo diventare grandi



L’autore di quest’articolo ha scritto anche poesia e di mestiere, per quasi quarant’anni, ha fatto il fiscalista, senza mai far entrare nei suoi versi le tassazioni di cui si è occupato; eppure ha dedicato un componimento al collega che abitava nell’ufficio accanto – «... Hai voglia di seguirlo / quando lascia la stanza / scoprire se invoca un Santo / per profetare ricchezze / o fa una danza / lui così calmo invece» – e non è poi tanto sicuro che qualcos’altro non sia migrato misteriosamente dal suo lavoro alla sua penna.



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Immagine di copertina: Giorgio de Chirico, L’incertezza del poeta, 1913


25/11/2021