di Federico Migliorati

Un’esistenza breve, quella del veronese Giuseppe Piccoli, eppure in pochi casi come il suo assistiamo a una costellazione di esperienze così intense ed evocative di un dire e di un fare mai domi da catalogarlo come un intellettuale dalla duplice vita.

Nato nel 1949, accusa fin da giovanissimo disturbi di schizofrenia, gli stessi che lo porteranno negli anni Ottanta, dopo le aggressioni ai genitori, al ricovero in diversi istituti psichiatrici tra cui quello giudiziario di Reggio Emilia, nella stessa città, ironia della sorte, dove fu rinchiuso pochi decenni prima un altro artista dall’innato talento, Antonio Ligabue.

Si spegne a soli 38 anni a Napoli, nel 1987. Sono noti e numerosi i suoi percorsi giornalistici al quotidiano L’Arena, ma la sua vocazione di poeta, in cui il verso fluisce spontaneo, talvolta mistilingue, ne fa uno dei protagonisti, per quanto ancora misconosciuto al grande pubblico, del Secondo Novecento anche in considerazione dell’ampia produzione che ha toccato i 10 volumi.


Piccoli ci restituisce una natura spesso incontaminata, non ancora corrotta dalla malvagità umana, e volutamente nel suo poetare egli si immedesima a fondo nell’elemento ambientale osservato con arguzia e acribia per calarvi poi il proprio io ricorrendo a figure retoriche in cui aggetta le sensazioni, le immagini, i percorsi della mente. Prendiamo ad esempio questa sua breve produzione:


    Vanno ragazzi vestiti come paggi
    incontro a fanciulle vestite come rose
    e la mia solitudine s’incanta
    nel vederli di lontano giungere
    come sposi lieti con le loro liete spose.
    Ognuno d’essi coglie la mano
    alla graziosa che nuova meraviglia
    negli occhi accende che non videro
    se non che sogni nella casa
    e candida promette un fuoco nuovo
    ignoto al mondo. Così amore risveglia
    sue proprie creature quando il sole
    suona come strumento di violino
    attento alla sua partitura. Così
    il bocciolo che s’apre le sue vene
    dischiude il sole il suo calice:
    vanno ragazzi e fanciulle cercando
    la prima pianta e il primo fusto
    e la prima immagine. Io, più in là
    in quell’erbetta, preso nel sogno
    di quella che non sa, un nome dico
    di un volto e una figura pronunzio:
    vergine sorella stella, e tu guida
    il passo al luogo che mi spazia.


È possibile constatare un blando rimando a due dei poeti ‘classici’ del Novecento, a partire dal Sereni per il quale «l’amore è nulla senza la gioventù» che Piccoli con una sorta di transfert immaginifico rende chiaro nella sua similitudine tra le fanciulle agghindate di fiori e le novelle spose-rose liete, gaudenti e serene proprio perché in età ancora giovanile, accanto agli sposi-paggi che esse incontrano. Dopo l’incipit che ci prefigura una sorta di piccolo corteo destinato al formarsi di capannelli di fidanzati gioiosi si tocca un nuovo vertice nella visione del poeta: mentre l’amore «risveglia sue proprie creature» ecco che «il sale della terra: il sole» (il richiamo è a Giorgio Caproni) diventa elemento precipuo per aprire un ulteriore squarcio, una sorta di nuovo medaglione in cui si fa strada la presenza della musica, elemento dominante che accompagna l’amoreggiare. Eppure, lo notiamo dall’explicit, il poeta se ne sta rincantucciato, se non lontano certamente estraneo al percorso amoroso dei giovani protagonisti. È il contrasto irrisolto con l’altrui sesso una delle tessere nel mosaico Piccoli, fondamentale per comprendere almeno in parte i suoi trascorsi, compreso quel matrimonio infelice che egli contrasse.


In più occasioni, anche da parte di critici eminenti, si è tornati sulla bontà d’animo quale segmento caratteriale tipico di Piccoli: ne ha parlato, per esempio, con acume Silvano Traverso in un illuminante breve saggio sul poeta veneto. Ma, si badi bene, il termine ‘bontà’ non deve richiamare, come potrebbe accadere di primo acchito, una sorta di ingenuità, di resilienza al succedersi delle cose e delle circostanze, bensì nel suo significato più profondo, quello di una capacità di sogguardare all’esistenza con il sorriso di un cuore puro, pur nella difficoltà di una condizione di salute di cui era evidentemente pienamente conscio.

«Sono nudo come il cielo», recita un suo verso che esemplifica bene la condizione di uomo privo di orpelli e fronzoli, schietto in ogni sua azione. Ma Piccoli è anche «il dèmone del dramma e della catarsi», che ha in evidenza il progressivo aggravarsi della malattia e allo stesso tempo è prono alla purificazione.


Tra i pochi a credere in lui l’editore Nicola Crocetti, per il quale «l’emarginazione dovuta alla sua vicenda personale si ripercuote sulla sua poesia, e rende difficile il suo riconoscimento artistico. Perché Giuseppe Piccoli è un ottimo poeta, uno dei migliori della sua generazione». Più semplicemente l’intellettuale veronese ci riconduce a un significato dell’esistenza che, in tempi di pandemia, andrebbe ulteriormente riscoperto ad onta di certo individualismo nichilista che si fa pericolosamente strada: il valore delle semplici cose, senza troppo scomodare il Pascoli redivivo, e di una storia quotidiana di ciascuno di noi, da ergere a sigillo di una felicità minima, ma feconda. Quella che lui ha provato a portare in scena sul palcoscenico della propria esistenza e che ci ha donato, malgrado la sua travagliata comparsa terrena, con versi cristallini.


     Dalla finestra

     sale un buon odore di fiori,

     dalla cantina sale un buon odore

     di vino: non è questa, la vita?



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Fotografia © Willy Ronis


17/06/2021

Sulla soglia

TRA NATURA E PAZZIA:
LA POESIA DI GIUSEPPE PICCOLI