MARIANNE MOORE
Poesie scelte

La poesia


Non piace neanche a me: ci sono cose

assai più importanti di simili inezie.

Comunque, leggendola con tranquillo disprezzo,

alla fine vi si scopre

uno spazio per il genuino.

Mani capaci di afferrare,

occhi capaci di dilatarsi,

capelli all’occorrenza capaci di rizzarsi,

sono cose importanti non in virtù delle interpretazioni pompose

che possono suggerirvi, ma perché sono utili.

Quando tanto si allontanano dal genuino da non essere più intelligibili,

di noi tutti si può dire la stessa cosa: non possiamo ammirare

ciò che non riusciamo a capire: il pipistrello

appeso a testa in giù o in cerca di qualcosa

da mangiare, elefanti che spingono, un cavallo selvaggio

che si rotola, un lupo

sotto un albero, instancabile, il critico ottuso

cui si contrae di scatto la pelle

come a un cavallo infastidito da una pulce,

il tifoso di base-ball, l’esperto di statistica –

e non ha senso neppure

svalutare «documenti commerciali e libri scolastici».

Sono importanti anche questi. Però occorre distinguere:

se vengono ostentati

da poeti di second’ordine, il risultato

non sarà mai poesia. Né vi sarà poesia

finché i poeti non sapranno essere

i «veristi dell’immaginazione»

sdegnando banalità e insolenza,

e non sottoporranno al vostro esame «giardini immaginari

con dentro rospi veri».

Se, comunque, pretendete da un lato

il materiale della poesia allo stato greggio

e dall’altro richiedete ciò che è genuino,

allora vuol dire che la poesia v’interessa.



Serpenti, manguste, incantatori di serpenti e simili


Ho un amico che pagherebbe un occhio della testa per quelle lunghe dita tutte uguali –

per quegli orrendi artigli d’uccello, per quell’aspide esotico e la mangusta –

prodotti del paese dove tutto è fatica, il paese del cercatore d’erba,

del portatore di torce, del servo addetto al cane, del portatore messaggero, del santone.

Affascinato da questo esimio verme, selvatico e feroce quasi quanto il giorno della cattura,

lo fissa con occhi sbarrati che sembrano incapaci d’analisi.

«Il serpe sottile che si snoda fulmineo nell’erba,

la tartaruga placida dal dorso variegato,

il camaleonte che passa dalla frasca alla pietra e dalla pietra al ruscello»,

un tempo gli accendevano l’immaginazione;

ora la sua ammirazione è concentrata tutta qui.

Spesso, ma non pesante, si drizza sporgendo dal suo cesello da viaggio,

l’essenzialmente ellenico, il plastico animale tutto d’un pezzo dal naso alla coda;

non si può fare a meno di guardarlo come si è costretti a guardare le ombre delle Alpi

che nelle loro pieghe imprigionano come mosche nell’ambra

i ritmi della pista di pattinaggio.

Questo animale, al quale dalla notte dei tempi

è stata attribuita tanta importanza,

bello, a quanto sostenevano i suoi adoratori – a che scopo fu inventato?

Forse per dimostrare che quando l’intelligenza nella sua forma pura

s’imbarca in un ordine di pensiero improduttivo deve fare marcia indietro?

Chissà; la sola cosa certa al riguardo è la sua forma; ma perché protestare?

La passione di migliorare il prossimo è di per sé una malattia affliggente.

Meglio la repulsione, che non avanza pretese.



Che cosa sono gli anni?


Cos’è la nostra innocenza,

cos’è la nostra colpa?

Tutti sono nudi,

nessuno è salvo.

E da dove viene il coraggio:

la domanda senza risposta,

il dubbio risoluto – che chiama

muto, e sordo ascolta –

che nella sventura,

nella morte stessa

dà coraggio agli altri,

e nella stessa sconfitta induce


l’anima a farsi forte?

Sa vedere nel fondo delle cose ed è lieto

chi accede alla mortalità e nella sua prigione si eleva

al di sopra di se stesso,

come il mare dentro un abisso

lotta invano per liberarsi

e trova nell’arrendersi

il suo perdurare.


Così chi sente fortemente

opera da forte. Anche l’uccello

cresciuto cantando

rinsalda la propria forma e l’innalza.

Benché prigioniero, dice

col suo canto potente

che la soddisfazione è cosa vile,

cosa pura è la gioia.

           Questa è la mortalità.

           Questa è l’eternità.



A una lumaca


Se «la concisione è la prima grazia dello stile»,

tu la possiedi. La contraibilità è una virtù

come lo è la modestia.

Non è l’acquisizione d’una cosa qualsiasi

capace di adornare,

né la qualità accidentale

che può accompagnarsi a una cosa espressa bene,

che noi apprezziamo nello stile,

ma il principio nascosto:

nell’assenza di piedi, «un metodo conclusivo»;

«una conoscenza dei princìpi»,

nel curioso fenomeno del tuo corno occipitale.



New York


l’epopea del selvaggio,

cresciuta dove lo spazio ci occorre per i traffici –

il centro del commercio all’ingrosso delle pellicce,

costellato di tende d’ermellino e popolato di volpi,

i lunghi peli che ondeggiano due dita sopra il pellame;

il terreno cosparso di pelli di daino – macchie di bianco su bianco,

«così come un ricamo monocromo su raso può avere una trama varia»;

e vizze piume d’aquila compresse dal vento;

e strisce di pelli di castoro – bianche, sollecite di neve.

Ce ne corre di spazio tra la «regina carica di gioielli»

e il bellimbusto col manicotto,

tra il cocchio dorato a forma di flacone di profumo,

e la confluenza del Monongahela con l’Allegheny

e la filosofia scolastica delle terre selvagge.

Non è la copertina dei romanzetti di frontiera che conta,

le cascate del Niagara, i cavalli pezzati e la canoa da guerra;

non è il dire «la pelliccia se non è più bella delle pellicce delle altre,

è meglio non averla» –

e il cui equivalente in carne cruda e in bacche ci basterebbe

per sfamare l’universo;

non è il clima dell’ingegnosità,

le pelli di lontra, di castoro, di puma

senza armi da fuoco, né cani;

non è il profitto,

ma «la possibilità di accedere all’esperienza».



Una tomba


Uomo che scruti dentro il mare,

impedendo la vista ad altri che come te avrebbero diritto di guardare,

e dell’umana natura porsi nel bel mezzo d’una cosa,

ma in mezzo a questa non ti è possibile stare;

il mare non ha altro da offrire che una tomba ben scavata.

Gli abeti stanno in processione con in cima

una smeraldina zampetta di tacchino,

riservati come i loro profili, non dicono nulla;

non è la repressione, comunque, la più evidente caratteristica del mare;

il mare è un collezionista, pronto a restituire uno sguardo rapace.

Altri, oltre a te, hanno avuto quello sguardo –

e la loro espressione non è più di protesta; i pesci non li esplorano più

poiché le loro ossa non hanno durato;

gli uomini calano le reti, senza sapere che stanno dissacrando una tomba,

e remano via veloci – le pale dei remi

che si muovono insieme come le zampe dei ragni d’acqua

quasi non vi fosse una cosa come la morte.

Le increspature avanzano insieme in una falange –

belle sotto i ricami della spuma,

e svaniscono esauste mentre il mare

penetra mormorando fra le alghe e si ritira;

gli uccelli, attraversano a nuoto l’aria velocissimi, stridendo come sempre –

lo scudo della tartaruga tormenta la base degli scogli muovendosi sotto;

e l’oceano, sotto il pulsare dei fari e il rintocco delle boe,

come al solito avanza, e non sembra neppure

lo stesso oceano in cui le cose, cadendo, sono destinate ad affondare –

quell’oceano in cui, se una cosa si torce o si rigira,

lo fa, semmai, senza volontà né coscienza.



Non c’è cigno più bello


«Non c’è acqua più immobile

delle morte fontane di Versailles.» Non c’è cigno

dal cupo cieco sguardo obliquo

e dalle gambe di gondoliere, bello quanto

il cigno di porcellana

dalle pupille nocciola e dall’aureo collare dentato

che ne attesta l’appartenenza.


Allogato nel candelabro Luigi XV

di boccioli dipinti di celòsie

dalie, ricci di mare e sempreverdi,

se ne sta appollaiato sulla spuma ramificante

di lucidi fiori scolpiti,

alto, a suo agio. Il re è morto.

Pizarnik cover_edited.jpg

Marianne Moore (St. Louis, Missouri, 1887 – New York 1972) esordì nel 1921 con Poems, una raccolta di poesie giovanili che H. Doolittle, sua ex compagna al Bryn Mawr College, e R. McAlmon s’incaricarono di pubblicare nel più stretto riserbo. Tra il 1925 e il 1929, dopo un primo successo ottenuto con Observations (1924), diresse la rivista letteraria «The Dial», divenendo uno dei protagonisti del dibattito sulla poesia modernista. Spesso sospesa tra sconfinamenti fantastici e scientifica puntualità d’osservazione (noto l’eclettico bestiario cui M. dà vita nei suoi versi), la sua poesia è siglata da una cifra ironica e da un linguaggio che si fa sempre più rarefatto e compresso. Tra le sue opere più significative: The pangolin and other verse (1936); What are years (1941); Nevertheless (1944); A face (1949); Collected poems (1951 – Premio Pulitzer, National Book Award e Premio Bollingen). Oltre alle raccolte successive (Like a bulwark, 1956, trad. it. 1974; O to be a dragon, 1959; Tell me, tell me: granite, steel, and other topics, 1966), ha lasciato un volume di saggi, Predilections (1955) e un’esemplare traduzione di The fables of La Fontaine (1954). Il Complete poems of Marianne Moore è apparso nel 1967 (trad. it., in 2 voll., 1972-74).



*

Testi selezionati da Unicorni di mare e di terra. Poesie 1935-1951 (trad. di G. Galteri, Rizzoli, 1981)