IOSIF BRODSKIJ
Poesie scelte

***


Chinati, ti devo sussurrare all’orecchio qualcosa:

per tutto io sono grato, per un osso

di pollo come per lo stridio delle forbici che già un vuoto

ritagliano per me, perché quel vuoto è Tuo.

Non importa se è nero. E non importa

se in esso non c’è mano, e non c’è viso, né il suo ovale.

La cosa quanto più è invisibile, tanto più è certo

che sulla terra è esistita una volta,

e quindi tanto più essa è dovunque.

Sei stato il primo a cui è accaduto, vero?

E può tenersi a un chiodo solamente

ciò che in due parti uguali non si può dividere.

Io sono stato a Roma. Inondato di luce. Come

può soltanto sognare un frammento! Una dracma

d’oro è rimasta sopra la mia retina.

Basta per tutta la lunghezza della tenebra.



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Metti in serbo per le stagioni fredde

queste parole, per le stagioni dell’ansia!

Come il pesce sulla sabbia, l’uomo sopravvive:

se si strascina agli arbusti e s’alza

su gambe incerte e storte e va, come un rigo dalla penna,

nelle viscere stesse della terra.


Esistono leoni alati, sfingi col seno

di donna, angeli in bianco e ninfe del mare:

a colui che sostiene sulle sue spalle il peso

di buio, caldo e – oso dirlo – dolore,

sono più cari degli zeri concentrici nati

da parole gettate.


Anche lo spazio, dove non c’è da sedersi,

come la stella in cielo, va in declino, finisce.

Ma, fino a tanto che una scarpa esiste,

c’è qualcosa su cui stare in piedi: superficie,

terraferma. E le sue sabbie incanta

del nasello il quieto canto:


«Il tempo è più grande dello spazio. Lo spazio

è la cosa. In sostanza, il tempo è l’idea della cosa.

La vita è la forma del tempo. Carpa e tinca,

un suo coagulo. E sono coagulo anche

articoli di genere più forte:

onde, suolo. E morte.


Talora in quel caos, nei giorni pazzi e bui,

sorge un suono, echeggia una parola.

‘Amare’ forse, o forse solo ‘ehi’.

Ma prima di riuscire a decifrarla, un’altra volta

tutto si fonde nell’abbaglio di strisce cieche,

come dalle tue ciocche».



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Sei migliore del Nulla.

O meglio: sei più prossima,

sei più visibile.

Di dentro, ad esso

del tutto simile.

Nel volo tuo

il Nulla acquista carne;

nel quotidiano strepito

ecco perché

uno sguardo tu meriti:

sei la barriera lieve

fra il Nulla e me.



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Batti sulla pagina vuota, lingua di candela,

palpita, cùrvati sotto il fiato rotto,

segui, ma non avvicinarti!, la sequela

delle lettere in fila per un contenuto.

Rischiari un muro, un armadio, il satiro in una nicchia,

un’area ben più grande di quella che ricopre la scrittura.

Ed il filo del tuo fumo s’innalza e supera

i pensieri dell’autore di queste righe.

Del resto, acquisti un nome nella loro struttura;

in stilografica, in memoria delle sottili tue

virgole in fuoco, alla fine del millennio a Roma

scrivo «lampada», «miccia», «torcia», «fiaccola»,

e virgola, non punto, e la camera ha l’aspetto di prima.

(Se compone la penna, compone sempre poco).

Ma quanta luce danno nella notte

con il buio fondendosi gli inchiostri!



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Poiché è tardi ormai per dire «addio»

e ricevere una risposta, escluso

l’eco, che sembra scongiurare «anch’io»

a tempo e spazio, fintamente maestosi

pronti ad elevare tutto al cubo

ciò che alle labbra rubano,


io scrivo queste mie righe, cercando,

con la mano affannata, un po’ alla cieca,

di prevenire anche soltanto di un secondo

l’«a che pro?» da quelle stesse labbra pronto

a involarsi e a navigare attraverso

la notte, ingigantendo.


Io scrivo da un Impero che distende

tutti i confini fino all’acqua. Sulla pelle

ho sperimentato due oceani e due continenti,

mi sento quasi come il globo: non

c’è più un posto dove andare. Solo stelle

più in là. E brillano.


Meglio guardar nel telescopio là,

dove una chiocciola s’è attaccata sotto una foglia.

Ho sempre avuto in mente, dicendo «infinità»,

l’arte di suddividere in tre la bottiglia

senza sprecare una goccia, alla luce degli astri,

non abbondanza di verste.


Notte. Da un partenone giunge roco un «cu-cu».

Stanno le legioni, appoggiate alle coorti,

o i fori ai circhi. La luna lassù

sembra una palla in un campo da tennis deserto.

Il sogno della regina degli scacchi: un parquet nudo, libero.

Ma senza mobili non si può vivere.



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Hai scordato il villaggio, sperso nelle paludi

della provincia tutta boschi, senza spauracchi negli orti,

sui cui tesori nessuno s’illude,

e la strada è selciata di fascine e di botri.

Nonna Nastja sarà morta, e neanche Pésterev

sarà fra i vivi, e, se vive, è ubriaco giù in cantina

o costruisce qualcosa dalla spalliera del nostro letto: dev’essere

se non proprio un portone, una porticina.

D’inverno là si taglia legna, e di rapa si vive,

e per il fumo ammicca una stella nel cielo gelato.

Non la sposa promessa in cotonina è alla finestra, ma polvere

in festa, e un posto vuoto, dove abbiamo amato.



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Esistono città a cui non c’è ritorno. Il sole batte

alle loro finestre come su specchi levigati. Cioè

non puoi penetrarci nemmeno a prezzo d’oro. Là

il fiume scorre sempre sotto i sei ponti.

Là esistono luoghi dove hai baciato labbra

con le labbra, e con la penna i fogli. La teoria di archi,

colonne, spaventapasseri di ghisa, abbarbaglia gli occhi;

la folla che assedia l’angolo dei tram là parla

nella lingua di chi è partito.



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Abbraccia l’aria pulita, come fanno i rami di questi pini:

fra le dita ne resta quanto sul vetro, sul tulle.

Ma dalle nubi non torna più azzurro l’uccellino,

e anche noi non siamo proprio dèi in miniatura.

Perciò siamo felici: siamo un niente. E cime,

ed orizzonti, eccetera, sprezzano questa pelle liscia.

Corpo è rovescio dello spazio, comunque la si giri.

E perciò stesso noi siamo infelici.

Appòggiati piuttosto a questo portico, attraverso

la camicia il muro rinfrescherà le spalle;

e guarda come il sole tramonta sopra parchi e ville,

e come l’acqua, maestra d’eloquenza,

scorre da fessure rugginose, e non ripete

nulla salvo la ninfa che suona l’ocarina,

e salvo il fatto che cruda, fredda,

trasforma il viso in liquida rovina.



***


Con gli anni cominciai a credere che la gioia di vivere

fosse per te, ormai, una seconda natura.

Cominciai persino a chiedermi: è poi così priva di rischi per un dio

la gioia? non è l’eternità che in fin dei conti

ne paga lo scotto? Ti limitavi a schivare

le mie domande. Ma nessuno, nessuno,

mio Vertumno, si è mai allietato tanto per lo zampillo

diafano, il mattone della basilica, gli aghi dei pini,

la forza prensile della scrittura. Più di noi! Molto

di più. Pensavo addirittura che ti avesse contagiato

la nostra voracità. E veramente: la vista dal balcone

sulla vasta piazza, il tintinnio delle campane,

la forma affusolata del pesce, il lacerato gorgheggio

di un uccello visibile solo di profilo,

gli applausi dell’alloro che diventano ovazione,

il fruscio delle banconote – possono apprezzarli

solo quanti sanno che domani, nell’ipotesi migliore

dopodomani, tutto questo finisce. Forse proprio da loro

gli immortali imparano la gioia, il dono del sorriso.

(Simili timori, infatti, sono estranei agli immortali).

In questo senso ti torniamo utili.



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Vita privata. Pensieri rotti, paure.

Una trapunta più informe dell’Europa.

Grazie a una giubba sgualcita e a una camicia azzurra

qualcosa si riflette ancora nello specchio del guardaroba.

Beviamo un tè per schiudere le labbra, mio viso.

L’aria è cinta, come da un pegno, dalla stanza.

Volano via spaventate le gazze

dai pini, se dalla finestra getti a caso

uno sguardo. Roma, uomo, carta;

il codino dell’ultima lettera guizza via come un ratto.

Così s’impiccioliscono le cose nella loro prospettiva,

qui per fortuna irreprensibile. Sui ghiacci del Tanai, dalla vista

di tutti dileguando, il corpo squassato dai brividi,

col lauro rinsecchito calcato sulla fronte,

così si vaga, in un tempo che oltrepassa i limiti

del tempo che è concesso ad ogni grande potenza.

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Iosif Brodskij (Leningrado 1940 – New York 1996) cominciò a pubblicare le sue poesie nel 1958: riconosciuto come uno dei lirici più dotati della sua generazione, ebbe il sostegno di Anna Achmatova che gli dedicò una delle sue raccolte (1963). Nel 1964 venne arrestato con l’accusa di parassitismo e condannato a cinque anni di lavori forzati. Rilasciato dopo diciotto mesi, tornò a vivere a Leningrado, dedicandosi soprattutto alla traduzione di poeti inglesi (Donne, Hopkins). La sua raccolta di versi Fermata nel deserto usciva intanto a New York, nel 1970. Nel 1972 fu costretto dalle autorità sovietiche a emigrare, e si stabilì negli Stati Uniti, dove tenne corsi in varie università e svolse ampia attività pubblicistica e poetica. Nel 1987 gli fu assegnato il Premio Nobel per la Letteratura. Innamorato dell’Italia, per suo espresso desiderio venne sepolto a Venezia.



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Testi selezionati da Poesie (1972-1985) (trad. di G. Buttafava, Adelphi, 1986) e Poesie italiane (trad. di G. Buttafava e S. Vitale, Adelphi, 1996)