lo sguardo dall elmo

di Giovanna Menegùs

Del cavaliere – del volto – emergono soltanto, ritagliati nell’apertura dell’elmo, gli occhi.

Dalla consunta materia dell’affresco lo sguardo buca il tempo e lo spazio per raggiungerti qui e ora come nulla mai ti ha raggiunto.

Quella che dentro di te chiami poesia è da tempo diventata muta. Per qualche motivo non si ritrova più in una voce, in parole riconoscibili, e attraverso il dolore e la fatica che ti accompagnano non c’è per te discorso compiuto sul senso del mondo e la realtà. Sempre più la sostanza dell’anima, se di questo si tratta, si dà in immagine. In visione.

Quello sguardo che trafigge e liquefà è visto come in sogno, o al risveglio da un lunghissimo, profondo sonno. Ma che cosa vede e fa esistere, quale punto tocca e ravviva il raggio emanato non da un essere in carne e ossa bensì da un dipinto, anzi da una parte di volto dipinta, e affiorante attraverso una feritoia, nella sagoma d’una maschera?

La ferita della poesia, ricordi questo nome.

E ritornano altre parole dense e misteriose, serbate nella memoria dell’incanto, da un libretto con la copertina dello stesso tenue colore del titolo: Corpo celeste.

Anna Maria Ortese.

«Dovunque egli s’inoltra, tutto risplende di una luce senza origine. Ogni cosa che egli tocca – la bandiera, un cavallo, l’oceano – scotta e lo folgora di stupore. [...] il mondo è un corpo celeste, e tutte le cose, nel mondo e fuori, sono di materia celeste, e la loro natura, e il loro senso – tranne una folgorante dolcezza – sono insondabili. Ogni cosa che il ragazzo tocca o vede passare, lo fa piangere.»

Non possiamo conoscere i confini dell’anima, né il regno della poesia.

Solo questa infinita nostalgia, la visione di un Paradiso perduto (quale?).


Lo sguardo intravisto. Il corpo cui lo sguardo appartiene è invisibile: lo si dovrebbe avvertire presente, imprigionato all’interno dell’armatura, tuttavia quest’ultima appare priva di peso e consistenza. Nella fragilità dell’antico affresco la superficie metallica è sfocata, sovraesposta: sbiancata come un miraggio o la veste di un fantasma. Pisanello cela (finge di celare) le membra del cavaliere all’interno del guscio snodato e lucente che arriverà fino ai giorni nostri nelle forme dei pupi siciliani. L’armatura sembra vuota: latta sottile e prossima a svanire, puro gioco grafico generato dalla sontuosa fantasia cortese, tardogotica, di un genio della pittura cui è affidato l’incarico di decorare le mura di un castello (il Palazzo Ducale di Mantova).

Ora, il fatto che l’opera di questo artista – Pisanello, ma potrebbe trattarsi di un altro: il maestro di Santa Maria foris portas a Castelseprio, per fare solo un esempio; o il Simone Martini che tanto ha ispirato Mario Luzi, o il Tommaso da Modena salvato dalla distruzione a Treviso – da un lato si trovi disseminata in luoghi diversi, che richiederebbero molti viaggi per essere raggiunti tutti, e circostanze favorevoli e imponderabili per essere visitati al meglio, e dall’altro risulti, quest’opera, in larga parte perduta, a causa di incendi guerre umidità e altri eventi accidentali ma anche, probabilmente in misura maggiore, in seguito a mutamenti del gusto che l’hanno destinata all’incuria se non alla cancellazione, tutto ciò concorre a rendere smisurati e inguaribili la fascinazione e il desiderio che essa genera e simboleggia.

Quel desiderio si può soltanto scorgerlo, ed è simile a una grande nebulosa.


Al suo primo manifestarsi, lo sguardo liberato dall’elmo provoca l’abbattersi di una soglia interiore e la rivelazione, l’intuizione istantanea e luminosa di un altro mondo.

Che si tratti di un evento interiore, piuttosto che di una qualità permanente del dipinto, lo conferma il fatto che, giorni dopo, desiderando rivederlo (cercando, ritrovando la riproduzione fotografica dell’affresco), il miracolo accaduto la prima volta non si ripete. Come quando ci si trova sotto la viva impressione di un sogno e si desidera raccontarlo, a sé stessi o ad altri, e mentre pronunciamo le parole che dovrebbero tradurlo ne avvertiamo già il progressivo svanire: il dileguare e allontanarsi degli elementi che lo componevano e tra i quali abbiamo abitato sperimentando una pienezza indubbia, eppure ormai irreale e perduta. Il racconto, il referto del sogno riesce subito disanimato, freddo e inerte, mentre l’ineffabile memoria del suo Paradiso la possediamo, rimane in noi come un’impronta, un alone ardente.


                         Santa Maria foris portas, 3 aprile 2019

                         a Pietro N.


     Da dove in un turbine d’ali

                  tremendo l’angelo turchese

                                                         rosso ocra erompe

     metallico lucente

     immobile vortice

                                           d’apparizione

     presente –


             violenta visione

                       d’altrove, prova

                       d’eterno, pietra dura fiammante gemma

                                       nelle retine dell’anima – attraverso i secoli

                                       distruzioni oblio strati di

                                       malta crassa incuria oltraggi

                                                    d’ieri e oggi

                                                    sempre


                                                    l’annunciazione

                                                    (a Giuseppe)



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Immagine di copertina: Pisanello, Torneo di cavalieri, 1430-1433


22/11/2022

Odiare la poesia

LO SGUARDO DALL’ELMO