Camminare i piedi e la terra

di Giovanna Menegùs

Quando si è presi dall’odio per la poesia o per sé stessi e la noia e lo scontento iniziano a tarlare l’anima, la cosa migliore da fare è affidarsi ai piedi.

I propri piedi.

Posarli sulla terra e – se il corpo e le circostanze lo permettono – iniziare a camminare.

Al pari di chiunque altro, conosco la poesia solo per esperienza personale, e solo in relazione a questa posso dirne. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi». Non riesco a pensare a un verso che più di questo sia poesia. Credevo venisse dai Salmi. Invece è Isaia (52,7). Lo si sente recitare nelle chiese in periodo d’Avvento. Prima, e squillante, la bellezza. Subito dopo un luogo: i monti. Infine, nella corsa del ritmo veloce, la forma in cui la bellezza si incarna, e che dai monti giunge inattesa, sorprendente: perché chi mai nomina i piedi, e per dichiararli belli poi? Non si immagina e non si vede il messaggero – l’angelo – e l’attributo angelico non sono ali, ma un movimento di rapidi leggeri piedi che percorrono montagne... È il fruscio luminoso del camminare a materializzare l’angelo e il lieto annuncio che questi porta con sé – e la bellezza, la gioia dei piedi fa tutt’uno con le terre vicine al cielo.


Due immensi poeti russi li si immagina camminare sempre, esuli e febbrili, sospinti dalle ondate tragiche della storia del loro immenso paese, fra le purghe staliniane e fino alle soglie della Seconda guerra mondiale. Marina Cvetaeva compone l’Ode per l’andare a piedi il 26 agosto 1931. «Nel secolo delle precipitose totali / fatali velocità» Marina irride la «fredda menzogna / delle forme di scarpe delle mannequins, delle suole che non camminano!» e dà gloria «alle grosse suole, / agli stivali con i chiodi, / ai camminatori, ai corridori», «alla salda fratellanza / delle calcagna che vanno a piedi!». Osip Mandel’štam sembra farle eco nel 1933 con la leggendaria Conversazione su Dante, un breve saggio nel quale una prosa accesa e metamorfica procede quasi fisicamente sui passi di Dante. Mandel’štam, ebreo nato a Varsavia, ne ha studiato la lingua toscana e le rime, ne conosce a memoria gli endecasillabi, e poiché sa di poter essere arrestato in qualsiasi momento, ovunque vada ha sempre con sé un’edizione tascabile della Commedia. Si domanda «quante suole di pelle bovina, quanti sandali abbia consumato, l’Alighieri, nel corso della sua attività poetica, battendo i sentieri da capre dell’Italia». Continua, nel secondo capitolo della Conversazione, con queste parole: «L’Inferno, e ancor di più il Purgatorio, celebrano la camminata umana, la misura e il ritmo dei passi, il piede e la sua forma. Del passo, congiunto alla respirazione e saturo di pensiero, Dante fa un criterio prosodico […] filosofia e poesia sono sempre in cammino, sempre in piedi. […] Il piede metrico è inspirazione, ed espirazione è il passo. Un passo che deduce, vigila, sillogizza».


Entrambi, Marina e Osip, concludono la propria esistenza prima dei cinquant’anni. Lui (classe 1891) muore in un gulag siberiano nei pressi di Vladivostok, alla fine di dicembre del 1938, cinque anni dopo la Conversazione. Lei (classe 1892) si suicida in un’oscura cittadina della Repubblica Tartara, Elabuga, alla fine di agosto del 1941, dieci anni esatti dopo l’Ode.

Per entrambi la sepoltura avviene in una fossa comune, del loro corpo si perdono presumibilmente le tracce: così, i piedi dei due poeti che avevano camminato la terra intera auscultando il metronomo dei versi si possono trovare oggi ovunque, sulla terra e fra gli uomini.


E che la terra sia una per tutti, che il rapporto fra terra e umanità passi in primo luogo per la pianta dei piedi è iscritto nelle culture nomadi e nell’opera di Anna Maria Farabbi«straniera camminante», contadina umbra e migrante. In La luce esatta dentro il viaggio, 14 poesie presentate come «appunti da un viaggio in Namibia 1993/2008», ci sono «la pazienza dei piedi» e dei pastori nomadi himba. «Cammino / dentro quanta madre terra ha deposto in me mia madre / nel tempo.» «Entrai nella pianta / del piede himba / come si accede alla narrazione / di una carne geografica.»


Poiché poesia è un’esperienza e una forma di energia, non una lettura, quando se ne sente la nostalgia e il bisogno ma nei libri in versi non si riesce a trovarla, allora la si cerca, la si propizia attraverso libri (esperienze) d’altro genere. Il norvegese Erling Kagge scrive: «Il camminare e il silenzio sono collegati. Il silenzio è astratto, il camminare concreto». La poesia potrebbe essere proprio quel collegamento, collocarsi potenzialmente fra corpo in movimento, luoghi fisici attraversati e casuale intersezione di altre dimensioni variamente definibili o francamente indefinibili quali mente, occhio, memoria, anima... Kagge definisce il camminare «un gesto sovversivo». Si riallaccia, oltre un secolo e mezzo dopo, a Thoreau, ispiratore di coscienze e di diritti civili con Camminare (Walking, or The Wild) e Sul dovere della disobbedienza civile, e insieme a Emerson esponente del trascendentalismo americano che considera la natura come esperienza spirituale (l’opera più celebre di Thoreau è Walden, ovvero Vita nei boschi e una scelta dei suoi taccuini è stata appena tradotta in italiano col titolo Io cammino da solo).


Camminando dunque, viaggiando a piedi – o essendo impossibilitati a farlo, e viaggiando con la mente – si può portare con sé un libro breve e leggero. Un libro a piedi, diario e racconto, appunti e riflessioni, cose viste e pensate come ad esempio Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya di Paolo Cognetti. Camminare tra le montagne, non verso la cima di una montagna. Camminare intorno a una montagna, in cerchio: quella che nel buddismo tibetano si chiama kora o circumabulazione, ed è insieme pellegrinaggio, rituale, preghiera.


Per me, in un momento di risveglio, uscendo dopo molti anni da una stretta gabbia, camminare è stata l’essenza stessa della felicità creaturale:


     La felicità – sta tutta nei piedi,

                 che camminano la terra, danzano,

     sta nella bianca nuvola del fiato

     – ché è mattino

                 freddo, terso, assolato



     ***


     ( E scopro poi per la prima volta

     – perché chi l’aveva mai capito –

     che a fare i versi

     sono difatti i piedi:


                 lunghi brevi giambici o

                                                           antibacchei


     I miei sono medi, veloci

                                              e così felici

     da non curarsi di eventuali titoli

                                                           metrico-classici )



*

Marina I. Cvetaeva, Poesie, trad. e cura di Pietro A. Zveteremich, Universale Economica Feltrinelli, I classici, 1992

Osip Mandel’štam, Conversazione su Dante (1933), a cura di Remo Faccani, il melangolo, 1994

Anna Maria Farabbi, La luce esatta dentro il viaggio, Aljon, 2008

Erling Kagge, Camminare. Un gesto sovversivo (2018), trad. di Sara Culeddu, Einaudi, 2018

Henry David Thoreau, Camminare (1863), le trad. italiane disponibili sono numerose; Io cammino da solo. Journal 1837-1861, a cura di Mauro Maraschi, Piano B, 2020

Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya, Einaudi, 2018


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Immagine di copertina: William Kentridge, Dare/Avere, 2016


23/12/2020

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Odiare la poesia

CAMMINARE.
I PIEDI E LA TERRA