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di Giacomo Leronni

Verosimilmente, quando ci accostiamo a una poesia e riconosciamo di trovarci di fronte ad un poeta autentico, lo facciamo perché in quei versi sentiamo in qualche modo la nostra stessa vita che ci parla e ci confida cose che, forse, non avremmo il fegato di confessare a noi stessi. Perché ci sono cose, nella vita di tutti i giorni, che noi non sappiamo o non possiamo dirci. E inaspettatamente, casualmente forse, talvolta inequivocabilmente, la poesia assume questo compito per sé e riesce, contro ogni logica o circostanza, a trovare le parole giuste. Non quelle più sensate in quel momento, ma quelle che sono in grado di scalfire la nostra coscienza, fino alla rilevazione di qualcosa che è sì intimamente nostro ma che, al contempo, rischiava di rimanere sconosciuto. Sono questi poeti, quelli che sono in grado di farci fare questa esperienza, che dovremmo ringraziare. Quelli i cui versi dovremmo imparare a memoria, come un talismano (per citare Ceronetti) che si erge a contrafforte contro le armate dell’insipienza e del dolore.

Ora, è questa l’esperienza che fa il lettore di Roberto Bolaño, scrittore e poeta che gode ormai di un favore pressoché unanime anche in Italia e sia pure post mortem, come capitato a tanti altri suoi predecessori. Ormai da tempo la sua opera in versi è disponibile per il lettore italiano, grazie ai due volumi tradotti da Ilide Carmignani per le Edizioni SUR di Roma (I cani romantici, pubblicato nel 2018, e L’università sconosciuta, che lo ha seguito nel 2020). Due pietre miliari lungo il percorso che consente di inoltrarsi nella fittissima e intricata foresta di parole che il narratore sembra aver lasciato in eredità al poeta e che il poeta aveva provveduto ad incrementare oltre la produzione in prosa, in uno di quei magici connubi fra diversi paradigmi di scrittura che non sono infrequenti in sé, ma che si rivelano molto rari, invece, se si pensa all’altezza degli esiti e a quanto essi si influenzino a vicenda, in un rimando continuo da una sponda all’altra del fiume.

Dicevamo della vita, della sua profonda intersezione con questi versi, grazie ai quali assistiamo in diretta ai crampi di un veggente che sa di giocare una partita che è destinato a perdere e che, nonostante tutto, intende portare a compimento, come se non ci fosse altro di più importante da fare (emblematico, in tal senso, il testo posto all’inizio del corposo volume del 2020, così tradotto dalla Carmignani: «Speri che scompaia l’angoscia / Mentre piove sulla strana via / In cui ti trovi // Pioggia: spero solo / Che scompaia l’angoscia / Ce la sto mettendo tutta»). In questi luoghi desolanti, solcati da una profonda disperazione e comunque investiti dalla lucidità estrema di uno sguardo che sa posarsi con invidiabile innocenza su tutto, il poeta sconfitto in partenza intravede, più di molti tronfi e vacui sedicenti vincitori, quel traguardo che solo la spietatezza della parola può assicurare, oltre il prezzo da pagare comunque alla morte. È l’ordito incomprensibile e feroce del caso che ci invischia tutti senza scampo. Nella migliore delle ipotesi, ci attende l’approdo all’insensatezza e la dimostrazione che ogni opera umana è sghemba e monca, imperfetta e irrisolta.

Ecco: qui, sicuramente, qualcuno che è già scomparso e che ha trovato il modo per restare sempre con noi, riesce senza fronzoli a comunicare l’incomunicabile. Che è l’unica ragione, in fondo, per cui dovrebbe sgorgare la poesia.



***


Chiedetemi del tempo. Così ad un tratto,

mentre siedo con i sensi ammanettati

e sorseggio il veleno delle nuvole.

La vita non è che prepararsi a questo.

Arriva Edmundo per parlarmi, si poggia

sull’amaca impolverata in giardino.

La vita lo sputa fuori

nei momenti di nebbia, mentre guardo altrove

e cerco il confine, un varco fra i monti

per farmi riconoscere.

Con o senza di noi, in questo istante

la cordigliera pasce i suoi incubi

e giunge la notte, le domande gemono

come acini frustati dalla pioggia.

Non è stato mai semplice aspettarti.

E se fossi finalmente arrivata

quale nome oltraggioso

ti avrei affibbiato? Seduto

a contemplare la prova, con o senza Edmundo

che tace. Dove ti sei posata

corda del silenzio a lungo attesa

e mai riconosciuta?



***


Credi di aver dormito, Messico.

Uno spintone all’alba di fango

via in un colpo i pannelli del silenzio.

Un cactus sembra volermi raccontare

nuovamente la storia, come se non fossi

stato presente. A questo punto ancora

donne sgozzate e chi continuava a riderne.

Il pasto dei cani sommersi dall’umidità

e tu, Messico, accigliata morte fatta di terra.

Come un avanzare fra i vermi.

La testa pronta a cozzare

contro i giganti di sabbia, imbellettati

per un altro finto matrimonio.

Fino a tardi, forse a Chihuahua

o più giù a Città del Messico

perché Ciudad Juárez è troppo logora.

Oh, non una nazione, una membrana

fatta di poveri, checche feroci e assassini.

Un po’ di terrore, anche.

E il sindaco promiscuo laggiù in fondo

che tiene tutto insieme nel vento.



*

Immagine di copertina: Lucian Freud, Doppio ritratto, 1986


22/03/2022

Nelle vene di...

COME IL CASO COMANDA.
OMAGGIO IN VERSI
A ROBERTO BOLAÑO