di Alfonso Guida

La maledizione del due, l’eternità del due. Nel due non c’è divenire, non c’è armonia. «Solo nel divenire c’è armonia», scrive Simone Weil. «In quel che è il contrario dell’eternità».

Invece il due è allegorico. Numero fisso delle nostre giornate, dei nostri bui incontri, delle nostre notti piene di fuoriscena.

Due è sapersi gravidi e produrre feti alla catena montante a una certa ora della notte. Come l’inconscio si disperde da qualche parte dentro e ci abita nell’estraneità del nostro io, così siamo due anche nel giorno, quando la morale dovrebbe gestirci. Il due è ribellione, lo schizo, lo scisso, il dissociato, il non suturabile. Opacità dello specchio, specchio nell’altro. Specchio come vedersi spaccati.


Solo Dio è Uno. Il monte dell’Olimpo si è frammentato e ogni dio ne porta un pezzo dentro. Simultaneità di fratture. Contemporaneità dei linguaggi. Due nel dialogo intimo. Due, ambiguità del male. Due, movimento del pensiero emarginante, che emargina sé da ogni possibilità di unione.


«È il paradiso dell’idealismo dignitoso», dice Blanchot del dialogo in quanto mira sempre all’unità, ad essere dialogo idealizzato, l’unità nella scansione del ritmo e delle battute, scopo di ogni interrelazione umana, quieta postura del rapporto con Dio. Come se, alla fine, si tradisse il conflitto interno all’etimologia di ‘dialogo’. Il ritmo s’inclina alla previsione armoniosa, concreta, perché rispondente a una frontale manifestazione del reale, della parola erosa dal ritorno dell’uguale.

Il dialogo, così visto, è una zona pianeggiante divisa da due linee rette in simmetria tra loro. Ma nel dialogo la verità si esprime nei codici del giudice e del giudicato. A livello di giudizio, la parola è acuzie, violenza, seduzione, dispotismo, adorazione, spavento, idolatria dell’ordine.


Se tu mi sei irriducibilmente estraneo, l’interstizio tra noi – il respiro – è vuoto. Nella nostra diversità infinita, nel discontinuo siamo firmatari di due io che si realizzano nella distanza e si affermano rompendo il giogo dell’unità, il cerchio.

Per interruptio s’intende la richiesta di riuscire ad esprimere una centralità nel molteplice, l’accentramento del plurale semantico e vocale.



Tu erigi la morte come una lampada

gelata nel buio. Tu sei l’assenza,

lo specchio ricostruito dallo sguardo

che s’addentra e nulla chiede fuorché

la miseria donante del guardarsi.

Ci sono nicchie che accolgono il cieco

mantello dell’eterno, quando il tempo

sembra andare oltre, nel vecchio giardino

di rose e calle. Qui il baratro affonda

come se intorno alla fune di questa

croce fossi tu a prosciugare il mare.



*

Immagine di copertina: Mario Merz, Senza titolo, 1985


08/06/2021

Golpe

QUINTO TENTATIVO