Title

Mustafa-Sabaggh - Calandrone.jpg

Fuoricampo

“L’ARIA L’ERA EL TEMP”.
UN RICORDO DI FRANCO LOI

di Giovanni Laera

È forse solo con la morte di Franco Loi che possiamo considerare chiuso il Novecento poetico italiano. Ultimo autore a lasciarci della celebre antologia Poeti italiani del Novecento di Pier Vincenzo Mengaldo, Loi ha operato in poesia una costante e consapevole ricognizione sul secolo scorso, rivissuto attraverso il filtro del ricordo, della giovinezza e del dialetto milanese. Nato a Genova nel 1930 da padre sardo e da madre emiliana, Franco Loi ha saputo reinventare con maestria il dialetto della Milano che scoprì per la prima volta da bambino nel 1937. Non è, il suo, il dialetto di Carlo Porta o di Delio Tessa, ma una lingua appunto inventata, modellata sulla propria storia personale e su quella collettiva degli ultimi. Inventare deriva dal latino tardo inventare, frequentativo di invenire ‘trovare’: Loi inventa perché va a trovare nelle parlate dei proletari lombardi (provenienti in particolare dalla Lombardia orientale) le voci che più si prestano a farsi fiato e carne del popolo, e a queste voci aggiunge dialettismi di altre regioni, latinismi, dantismi e prestiti stranieri. In questa operazione troviamo la voglia di legittimare il dialetto non più come lingua locale, osservatorio ritirato da cui ritrarre un mondo in miniatura, ma come vasto repertorio di parole, situazioni, esperienze da proporre come unica alternativa possibile all’immaginario borghese, inglobando gli elementi grotteschi e deformanti che da sempre accompagnano la grande letteratura popolare entro una visione del mondo lucida e coerente. Un’alternativa, quella prospettata da Loi, che nasce da un dialetto che si fa «coscienza storica», come osserva Fortini nell’introduzione a Stròlegh (1975), e trova compimento e verità nella dimensione drammatica di questa poesia (basti pensare a Teater, 1978) e nel respiro ampio della scrittura loiana, come si evince dal poema di una vita L’angel (1981, 1994). Anche queste scelte riflettono il pensiero e lo sguardo del poeta, da sempre refrattario a qualsiasi forma di chiusura ideologica e capace di mettere in discussione i falsi miti del presente, aprendo la poesia a interrogazioni continue, a un pensiero dialogante e alternativo, libertario e anarchico. A partire da L’aria (1981), e in opere importanti come Bach (1986), Liber (1988) – nella doppia accezione di ‘libro’ e ‘libero’ –, Amur del temp (1999), Isman (2002), Aquabella (2004), Lader de Diu (2013) e Voci d’un vecchio cantare (2017), la tensione espressionistica del verso di Loi si attenua e cede a toni più pacati, in cui l’onnipresente endecasillabo si fa più musicale e meditato, in cui la memoria dona alla poesia un afflato lirico e sapienziale che conduce il poeta a interrogarsi sul senso dell’esistenza, del tempo, di Dio. Non a caso la parola più ricorrente nella poesia di Franco Loi è aria. L’aria non è solo l’elemento che rende possibile la vita sul nostro pianeta, ma anche il complesso di sfumature semantiche che aiutano il poeta a comprendere meglio l’esistenza: essa è memoria, interminata interrogazione sulla giovinezza (Aria de la memoria è il titolo di una fortunata antologia del 2005); è tempo («l’aria l’era el temp») e insieme negazione del tempo («l’aria sensa temp»); testimonianza esile, incorporea del nostro passaggio sulla terra («forsi memoria sèm, un buff [soffio] de l’aria»); invisibile dispensa di parole («quèla parola che sta dredré de l’aria») e di pensieri («i penser ne l’aria slisen [scivolano] via»). Pure, l’aria è inafferrabile, forma del niente. Ma anche questo niente ha il potere di evocare qualcosa di duraturo, è il niente che rimane dopo l’abbraccio di una donna che ci lascia, il niente che passa per i cieli e fiata sulla terra che ringrazia. La poesia di Franco Loi è come quell’aria e quel niente, come il Dio che non è pensiero né idea, «ma un fil de spada che te passa el cör».



Da L’aria (1981)


Se scriv perchè la mort, se scriv ’me sera

quan’ l’òm el cerca nient nel ciel piuü,

se scriv perchè sèm fjö o chi despera,

o che ’l miracul vegn, forsi vegnü,

se scriv perchè la vita la sia vera,

quajcòss che gh’era, gh’è, forsi gh’è pü.


(Si scrive perché la morte, si scrive come sera / quando l’uomo cerca niente nel cielo piovuto, / si scrive perché siamo ragazzi o chi dispera, / o che il miracolo venga, forse venuto, / si scrive perché la vita sia più vera / qualcosa che c’era, c’è, forse non c’è più.)



Da Lünn (1982)


Forsi û tremâ cume de giass fa i stèll,
no per el frègg, no per la pagüra,
no del dulur, legriâss o la speransa,
ma quel nient che passa per il ciel
e fiada sü la tèra che rengrassia...
Forsi l’è stâ cume che trèma el cör,
a tí, quan’ne la nott va via la lüna,
o vegn matina e par che ’l ciar se mör
e l’è la vita che la returna vita...
Forsi l’è stâ cume se trèma insèm,
inscí, sensa savèl, cume Diu vör...


(Forse ho tremato come di ghiaccio fanno le stelle, / no per il freddo, no per la paura, / no del dolore, del rallegrarsi o per la speranza, / ma di quel niente che passa per i cieli / e fiata sulla terra che ringrazia... / Forse è stato come trema il cuore, / a te, quando nella notte va via la luna, / o viene mattina e pare che il chiarore si muoia / ed è la vita che ritorna vita... / Forse è stato come si trema insieme, / così, senza saperlo, come Dio vuole...)



Da Isman (2002)


Diu lè no ’n penser, l’è no ’n’ idèja,
ma un fil de spada che te passa el cör,
’na furma del sentí, un pês de prèja
che se fa aria nel vurè del cör...


Ah, Diu di matt! Diu del fögh, del vent!
Diu che se tucca e te ciama al mör,
Diu che returna e buffa sura i gent,
mí vöri fàss brascià, enamuràss,
scunfundum al tò fiâ, a la tua ment,
desfàm ne l’aria e de tí imbriagàss...
Ah, la legría del vèss nel tò turment!


(Dio non è un pensiero, non un’idea, / ma un filo di spada che ti passa il cuore, / una forma del sentire, un peso di pietra / che si fa aria nel volere del cuore... // Ah, Dio dei matti! Dio del fuoco, del vento! / Dio che si tocca e ti chiama al morire, / Dio che ritorna e soffia sulle genti, / io voglio farmi abbracciare, innamorarmi, / confondermi al tuo fiato, alla tua mente, / disfarmi nell’aria e di te ubriacarmi... / Ah, l’allegria di essere nel tuo tormento!)


05/01/2021