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Fuoricampo

IN PARADISO.
SULLA RELIGIOSITÀ
DI EMILY DICKINSON

di Domenico Santoro

Parlare delle credenze religiose di un poeta è forse di interesse quando un’opera poetica, come quella di Emily Dickinson, si impernia su una continua tensione fra il dominio dell’immanente e il desiderio del trascendente. Dickinson, la celebre poeta reclusa, era tutt’altro che un’ingenua zitella che s’inebriava della bellezza della natura. Si può bensì considerarla come una precorritrice del pensiero esistenzialista, ossia un’audace sperimentatrice di una corrente che partendo dal pensiero di trascendentalisti come Ralph Waldo Emerson e David Henry Thoreau sfocia in una sorta di spasmodica ricerca del vero nel mondo stesso, escludendo ogni sbocco metafisico. Una ricerca che, fondamentalmente, almeno per la poeta del New England ruota intorno a una domanda: che ne sarà di tutta la bellezza del mondo?


Per cominciare, dobbiamo fugare ogni dubbio sulle reali convinzioni della poeta. Ella nacque e crebbe in un ambiente protestante di matrice calvinista ma interessato, più che al tema della salvezza e alla predestinazione, alla ricerca di un miglioramento morale personale: in altre parole, parliamo di un’etica fortemente individualista. Individualismo che Dickinson declina secondo le proprie tendenze paganeggianti: all’ombra del dio sole (l’unico disco che accomuna le sorti di noi mortali) brulica un insieme di esseri degni di essere ricordati nella poesia come unici e rari, secondo una progressiva appropriazione del mondo adoperata con una progressiva appropriazione di un linguaggio. Acquisire la lingua è la scoperta di una fonte di significato originale e primevo? O si tratta di una forma di estrema e raffinata costruzione di un artefatto destinato a considerarsi come figlio del tempo? Difficile rispondere a una domanda che forse, in qualche modo, assillò Dickinson. La lingua, nell’opera della poeta, è portata alla sua più limpida sintesi in brevi tratti nervosi, condotti su una metrica originale che presenta la sua base nelle letture di ‘autori distanti’ da ‘provinciale consapevole’ e, forse, dagli inni religiosi e dai canti con cui i Dickinson trascorrevano le loro serate domestiche.


Ma la lingua non è la cosa stessa. Purtroppo, per quanto la contemplazione estatica dell’ombra di un salice o del volo di un doliconice (bobolink) ci porti a trascendere i vincoli che sembrano continuamente legarci alla terra, ogni ombra sarà rischiarata dal nuovo sole e ogni doliconice è destinata a volare nell’infinito, lasciando il novero dei suoi simili a rinnovare, d’altronde, l’ispirazione poetica della poetessa. Ma, per citare un verso caro al successivo Wallace Stevens, la morte è la madre della bellezza. Questo stato dell’essere in cui tutti siamo, la nostra continua tensione fra la vita e la morte, è tanto fonte di bellezza e di umile riguardo anche per i più umili enti di natura, quanto un destino che non tutti possono accettare, e che non poteva essere accettato da un temperamento volitivo come quello di Dickinson: che ne sarà di tutta la bellezza del mondo, quando noi saremo passati?


La domanda religiosa che sembra perciò porre la donna di Amherst non è tanto sulla propria salvezza personale, quanto sul continuamento di tutto ciò che ama: Dickinson è in continua apprensione per la sorte dei suoi cari, dei suoi amici, della piccola rete di relazioni con cui circondava la sua apparente solitudine. Proprio come la botanista che seleziona le piante e i fiori più desiderabili per riformare lo stato del suo giardino, Dickinson nella sua solitudine cerca di attrarre a sé le persone che le sembrano più preziose, secondo una selettività che sembra voler tagliar via, come accade per gli esteti, quanto della vita le pare meno gradevole e degno di essere coltivato. Dickinson sostiene di essere felice per il solo fatto di essere viva, in qualsiasi attività ella svolga, che sia scrivere una poesia o recidere e raccogliere un mazzo di rose. Questo forse è il premio che qualcuno assegna, o che è insito per chi sceglie una vita radicalmente contemplativa. Noi non possiamo affermare se ciò sia vero o meno: ci rifacciamo a quanto Dickinson esprime nelle sue poesie e nelle sue lettere e che non abbiamo motivo di ritenere meno che vero.


Ma la poeta non è una sposa di Cristo. Il Dio delle sue poesie è spesso distante, nemico, per quanto a volte speranzosamente invocato. Sotto la parola “Dio” o “Signore” o nelle numerose citazioni bibliche sembra risuonare un vuoto nulla: il suo Dio è tanto vuoto e parvente quanto sono pieni di vita gli enti di quella semplice natura che non cessa mai di stupirla. Come ogni persona colta, Dickinson conosceva bene la Bibbia; ma era per lei forse soltanto l’espressione di un sentimentalismo da cui il genere umano non può separarsi: la speranza che ci sia in Cielo un padre amorevole e che la nostra anima sia immortale. Perciò utilizza il Buon libro più come un serbatoio di espressioni e tematiche che per motivi di pietà. Dickinson, la pagana, non riesce a credere nella immortalità dell’anima: ogni poesia, ogni passeggiata, ogni fiore reciso del suo giardino sono un’esperienza unica e caduca. Come ella si appropria della propria mente e del mondo con un linguaggio preciso, idiosincratico e sempre più lacerante, tanto più sembra patire l’ingiustizia di doversi separare da tutta la bellezza del mondo, che non sappiamo dove andrà a finire. (Può risuonare qui anche il verso-refrain di Andrea Zanzotto, altro lirico dei boschi: «Che sarà di noi?»)

Emily Dickinson perciò attende la morte come una seconda cacciata dall’Eden.

Ma forse ora sarà il caso di rifarci alle sue stesse parole. Nella lettera del 1885 a un’amica scrisse: «Se sapessi come pregare, lo farei per te, ma non sono che una pagana (but I am but a Pagan)». E scrisse, in una lettera dello stesso anno: «Spero tu ami gli uccelli. È conveniente. Risparmia la fatica di andare in paradiso (It saves going to Heaven)».


Dickinson era una donna di estese letture. Non sappiamo se conoscesse Platone. Secondo l’antico filosofo greco, come è noto, la nostra realtà è un riflesso di un mondo ideale buono, bello e giusto. Noi possiamo accedere, tramite la dialettica, a quest’idealità. Dickinson aveva una mente naturalmente dialettica, abile cioè a separare il vero dal falso, il bello dal brutto, l’eccezionale dal comune. Però non poteva pensare che il platonismo nella sua variante cristiana, col suo mondo dietro il nostro mondo, potesse essere vero. Inoltre, Dickinson non credeva in Cristo come mediatore fra Dio e gli uomini. La sua religione, quindi, dobbiamo ribadirlo, è una religione dalla natura. Dickinson non si capacita di come il paradiso che lei crede d’aver creato con la sua energica azione di riformazione del suo piccolo mondo (cioè, del mondo che era capace di controllare) sia destinato a venir meno con la fine della sua mente mortale: i volti dei suoi cari, le memorie della sua cara vita e l’estasi data dalla contemplazione della natura si sarebbero spenti con lei, povera anima di una corrente che ci porta sempre in avanti senza capacità di scampo. Per questo scriviamo che Dickinson si può annoverare tra i pensatori dell’esistenzialismo. La sua interrogazione non è troppo diversa da quella di un Nietzsche, così come la sua riposta al nichilismo ormai arrembante. Plasmare creativamente la propria esistenza (così come, tutto sommato, era insito nel protestantesimo da cui era circondata) è l’unica risposta per rendere accettabile la nostra breve presenza su questo mondo. Lo stesso Nietzsche riportò in esergo alla Gaia scienza la celebre frase del poeta trascendentalista Ralph Waldo Emerson, che Dickinson conosceva bene: «Al santo, al filosofo e al poeta ogni esperienza è utile, ogni giorno è santo e ogni uomo è divino». Santi, filosofi e poeti. Forse un impossibile compito ci pone la fine del secolo diciannovesimo.


Pensiamo sia possibile affermare con certezza che, come accade a tutti noi, Emily Dickinson battagliò per tutta la vita con la possibilità che esista un Dio personale. Il Dio di suo padre, pastore protestante. Il Dio che alcuni di noi amano, perché non comprendono, e che alcuni non amano, perché credono di capirlo.

Forse, allora, l’essenza della religione di Emily Dickinson è la stessa della religione del nostro tempo, del nostro modo di comprendere, accettare e, in alcuni casi, gentilmente rifiutare il nichilismo. Del piumaggio scuro degli uccelli, della statica maestosità degli alberi, dell’acqua degli stagni dove il doliconice ancora oggi s’abbevera. Di un mondo che il progresso tende a cancellare, in cambio di nulla.

Proponiamo la traduzione di una celebre poesia di Dickinson, che dice forse molto più di tutte le parole che avete appena letto:


     Qualcuno rispetta la domenica andando in chiesa —

     io la rispetto stando a casa —

     con un passero come corista —

     e un frutteto, come cupola.

     Qualcuno indossa l’abito della festa —

     io, indosso solo le mie ali —

     e anziché il rintocco della campana, che invita a uscire

     ascolto il mio piccolo sagrestano — cantare

     Dio predica, un prete di un certo livello —

     e il sermone non è mai troppo lungo,

     così, anziché penare per andare in paradiso —

     sono lì, tutto il tempo.

     (324)


Ma non è forse riduttivo pensare la poesia di Dickinson come l’espressione di un tormento religioso? Andiamo perciò ora a vedere alcune cose che ci lascia Dickinson semplicemente come poeta, fatto salvo quanto abbiamo scoperto sulla sua tensione interiore. Abbiamo detto che si può vedere la nostra esistenza come in un continuum fra i due poli della morte e della vita. Le poesie di Dickinson, leggendo la sua opera cronologicamente, ci mostrano come questa realizzazione si faccia sempre più straziante, fin quasi a diventare insostenibile. Sembra che la sua prolificità sia dovuta al desiderio di una mente di avvicinarsi, gradualmente e metodicamente, alle verità più profonde che soggiacciono alla nostra esistenza, forse più vere di quelle che si possono definire con grandi parole in fondo vuote come ‘nichilismo’, ‘esistenzialismo’ e anche ‘Dickinson’. Andiamo oltre quello che sappiamo sulla poeta, e leggiamo semplicemente il testo, quanto di più puro ci rimane di lei e quanto lei, forse, avrebbe soltanto voluto tramandare:


     Mi hai lasciato – Signore – due eredità –

     una d’amore

     […]

     Mi hai lasciato confini di dolore –

     capienti quanto il mare –

     fra l’eternità e il tempo –

     la tua coscienza – e me –

     (644)


Abbiamo scritto, poc’anzi, come Dickinson non riesca quasi mai a darci un Dio, nelle sue poesie, che sia altrettanto vitale (saremmo tentati di scrivere vivente) quanto gli enti gentilmente tratteggiati dalla morte. Eppure, questa poesia tradisce subito queste concezioni. Qui Dickinson chiede apertamente a Dio perché lei sia tanto capace di sentire, e perché il suo sentire sia un dolore che non è sconfinato, ma è esteso quanto il mare. Comunemente, i poeti sono considerati come persone capaci di sentire maggiormente rispetto ai loro simili. Noi non pensiamo che questo sia vero, o che sia sempre vero, ma questi versi, e quelli successivi, non pongono dubbi sulla capacità di sentire della poeta di Amherst:


     L’amore – è anteriore alla Vita –

     Posteriore – alla morte –

     Coevo alla Creazione, e –

     L’esponente della terra.

     (917)


Questi semplici, profondi versi, portano forse a dubitare di quanto abbiamo detto delle credenze religiose della poetessa. Come può essere la vita finita se l’amore è anteriore ad essa? O, per metterla più semplicemente, come può la vita finire, se l’amore la comprende?

Dobbiamo però resistere alla tentazione di vedere un’uniformità di dottrina nel pensiero di Dickinson, quasi che ella volesse fondare una propria chiesa. Avrebbe potuto farlo, data la straordinaria energia e vitalità tanto della sua persona, quanto del suo pensiero, ma scelse una vita ritirata, forse perché sapeva quanto poco tempo abbiamo per amare e quanto raro e fragile è ciò che reputiamo di più prezioso.



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L’edizione completa delle opere di Dickinson alla quale abbiamo fatto riferimento è quella curata da Thomas E. Johnson (2020). Le citazioni dell’epistolario sono tratte dall’edizione Everyman’s Pocket del 2011. Molte intuizioni e conclusioni sono tratte sulla base della bella biografia di Roger Lundin: Emily Dickinson and the Art of Belief, Wm. B. Eerdmans Publishing Co., 2004.


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Immagine di copertina: John Henry Dearle per Morris & Co, Greenery, 1892


18/10/2022