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Fuoricampo

ECOPOETICA

di Giuseppe Ferrara

Nel suo «quaderno d’appunti» del 2018, In territorio selvaggio. Corpo, romanzo, comunità (ed. Nottetempo), Laura Pugno, una delle voci più genuine e originali della nostra letteratura contemporanea, si serve di una figura ecologica per definire la poesia: «un essere vivente in grado di adattarsi ed evolvere, dotato, quindi, di una sua intrinseca natura e di un habitat ideale».

Oggi che la stessa ecologia è diventata una struttura di senso, cioè un insieme di idee, conoscenze, valori e interdipendenze che riguardano tanto la cultura in senso stretto quanto la nostra vita comune di abitanti del pianeta Terra, il ruolo della poesia assume, naturalmente, un aspetto cruciale.

L’importanza e la pervasività delle questioni ambientali e, dunque, di quelle economiche e sociali, contribuisce a fare dell’ecologia il contesto di una narrazione più che collettiva: praticamente globale.


Nella storia umana l’idea di ambiente e l’interdipendenza tra umano e naturale (la realtà!) si sono formate (anche e soprattutto) attraverso la poesia, che ha saputo condensare contenuti religiosi, filosofici, scientifici e sociali.

Da un certo punto di vista ogni singola poesia è, per usare una controimmagine scientifica, una soluzione tampone, espressione che in chimica indica un insieme di cose tenute assieme seppur separate e distinte.

Questa immagine ha un valore onnicomprensivo perché riguarda tanto chi fa la poesia, scrivendola, quanto chi la fa leggendola: la sua qualità dipenderà dall’abilità del poeta di tenere assieme tante cose e da quella del lettore di rintracciarle, recuperarle ad una ad una e ‘rimescolarle’ nell’armonia di una personale ‘soluzione’.

Ma la definizione di soluzione tampone è lessicalmente intrigante perché potrebbe stare anche a significare risultato temporaneo e dunque suscettibile di ulteriore evoluzione e trasformazione.


Ai giorni nostri, poesia ed ecologia trovano così elementi di reciproca interazione: da un lato il tema ecologico ha adottato forme di rappresentazione letterarie soprattutto con la controcultura americana della beat generation; dall’altro lato la letteratura ha trovato nell’ecologia sia argomenti direttamente legati alle questioni ambientali, sia elementi per ravvivare temi classici come quelli apocalittici.


Tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta del secolo scorso nasceva negli Stati Uniti un filone di studi letterari che prese il nome di ecocritica o ecologia letteraria. Fu William Rueckert a coniare il termine nel 1978, anche se era già apparso quattro anni prima nel libro di Joseph Meeker.

Meeker definì l’ecologia letteraria come disciplina che associava le tematiche biologiche alle opere letterarie. Fondamentale era «scoprire qual fosse il ruolo giocato dalla letteratura nell’ecologia della specie umana».

Lo scopo della materia doveva essere, quindi, quello di studiare il ruolo della letteratura nell’educazione all’ambiente e l’influenza che avrebbe potuto esercitare sulla sopravvivenza dell’ecosistema umano e non umano. Negli ultimi anni l’ecologia letteraria è stata oggetto di ripensamenti che ne hanno messo in luce alcuni limiti, come ad esempio la scarsa analisi tra i temi e la struttura dell’opera; un’idea fuorviante di ambiente identificato come natura incontaminata e selvaggia (wilderness); la subordinazione del processo critico letterario alla dimensione etico-civile dei problemi ecologici.


La ecopoetica è invece una etica ecologica della poesia, una ‘teoria’ del tutto naturale adatta a descrivere il terzo paesaggio di cui parla Gilles Clément, quel paesaggio costituito dai «luoghi abbandonati dall’uomo»: parchi e riserve naturali, le grandi aree disabitate del pianeta; ma anche a dare conto e canto agli spazi più piccoli e diffusi, quasi invisibili come le aree industriali dismesse dove crescono rovi e sterpaglie, le discariche, le periferie degradate, i cosiddetti non luoghi.

Sono spazi diversi per forma, dimensione e statuto, accomunati solo dall’assenza di ogni attività (positiva e negativa) umana, ma che presi nella loro totalità sono fondamentali per la conservazione della diversità biologica e per la evoluzione di una terza scrittura che possa tenere insieme le parti: insieme ma ben distinte.

Ecco dunque che la soluzione tampone diventa automaticamente una terza lettura, un appropriarsi dei testi con una coscienza di tipo ecologico.


È nella ecopoetica, nella sua poesia, che oggi si gioca la scommessa più interessante rispetto a tutti i terzi paesaggi possibili: quelli degradati e apocalittici e quelli che si rianimano di nuova vita dopo la catastrofe.

La poesia stessa, proprio per la sua ‘alterità’ e marginalità nell’ambiente editoriale, sta paradossalmente intrepretando tale ripresa come se fosse un (nuovo) organismo vivente che recupera il suo spazio in un blasted landscape.

Una siffatta poesia non è più potenzialmente tutto ma una certa forma di parola che scrive e legge una trasformazione di cose che ognuno di noi conosce e sa riconoscere: in mare, tra le montagne, nei boschi e nelle campagne, nei nostri giardini, tra le vie delle città e tra i vicoli dei paesi abbandonati.

La sensibilità alla conoscenza scientifica si aggiunge alla nostra soluzione tampone circoscrivendo ed ampliando (contemporaneamente) tanto la percezione della nostra posizione nel mondo quanto le relazioni con il mondo non-umano, animale e vegetale.

La capacità di questa poesia di offrire una soluzione utile a tamponare le catastrofi sistemiche che come specie abbiamo contribuito a innescare, è dovuta al fatto che la poesia conserva sempre, come ci ricorda ancora Laura Pugno, quella «marcata tendenza-pensiero, che le viene dalla sua attitudine all’esperienza della ricerca, dalla coscienza della necessità inevitabile di una poetica, perché una poetica proprio come una teoria […] è il nostro sguardo sul mondo».

E l’ecopoetica non può fare altro che rianimare l’essere vivente che è la poesia, in grado di adattarsi alle catastrofi peggiori, di trasformarsi e di sopravvivere fino alla fine di qualunque paesaggio. E anche dopo.



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Laura Pugno, In territorio selvaggio. Corpo, romanzo, comunità, Nottetempo, 2018.

Gary Snyder, Turtle Island, New Directions Books, 1974 (trad. it. a cura di Chiara D’Ottavi, L’isola della tartaruga, Stampa Alternativa, 2004).

William Rueckert, Literature and Ecology: an Experiment in Ecocriticism, «Iowa Review», 9.1 (1978), pp. 71-86.

Joseph Meeker, The Comedy of Survival: Studies in Literary Ecology, Scribner, 1974.

Niccolò Scaffai, Poesia ed ecologia: una premessa, «Semicerchio», LVIII-LIX (01-02/2018).

Gilles Clément, Manifesto del Terzo paesaggio, ed. it. a cura di Filippo De Pieri, Quodlibet, 2005.

https://www.multispecies-salon.org/blasted-landscapes/


01/12/2021