Verba Picta

FAUSTO MELOTTI:
SEGNI E “ALTROVE”
DI UNO SPAZIO INQUIETO

di Mary Todisco

L’opera di Fausto Melotti è un evento inimitabile che si svolge al centro di un labirinto.

Questo ministro dell’arte esatta possiede la scienza infallibile di un insetto; eppure gli ci sono voluti più di trent’anni per scavare cunicoli, costruire gallerie e muraglie... E non si possono prendere di petto le sue sculture – l’una più allusiva e seducente dell’altra –, ma bisogna avvalersi di un gergo astruso come quello degli astrologi o dei matematici.


     Un uovo a sghimbescio può essere:

     un nudo di donna

     l’evoluzione dell’io

     un dramma spaziale.

     E anche semplicemente un uovo.


Nel 1978 pubblica uno zibaldone d’artista (Linee, Adelphi) che raccoglie riflessioni, ricordi, moralità e poesie. Un tratto lungo e continuo nel campo diaristico-autobiografico dov’è evidente l’uso distaccato e sobrio della materia verbale. L’aggettivazione, poi, risulta bilanciata come concime per serra. Il respiro dei versi, puro, trasparente, ricorda le sue sculture filiformi e ‘oltrepassabili’. Immagini di freddo, di silenzio, di neve – una ‘neve’ che, con la gioia di un fatto improvviso, parla soltanto alla nostra mente, rimanendo tuttavia ‘reale’.


La conduzione della trama viene affidata ai parecchi spazi bianchi, quasi sempre ‘pieni’. Le poesie, affiorando qua e là, scompaginano il flusso della narrazione.

Partendo dall’assunto che «ogni parola detta è una commedia», Melotti mette in piedi la feroce ragione della fantasia, apre il tabernacolo del canone e trova briciole d’idee fruste. Capiamo di trovarci di fronte a un libro familiare, rigato di salti nel vuoto, semplice, scritto da un intruso: «Si ride. Ma uno illimitatamente sghignazza. Vorrei non aver riso».


E se il gergo di Melotti è astruso, non lo è invece il suo idioma, decifrabile come quel particolare linguaggio dell’arte estraneo a ogni codice verbale, anche quando l’arte è parola per il cui tramite pare trasmettersi la tonalità di un mondo di vita e al cui confronto qualsiasi risposta critica che si centri esclusivamente su associazioni estetiche, e non s’inoltri nel buio, si riduce a un mero balbettio.


Il dato più inquietante è l’estrema distanza che separa lo spettatore/lettore dall’opera come accade nei suoi teatrini domestici: piccole scatole, molte volte divise in scomparti, che incorniciano figurine intente a compiere azioni quotidiane o fantastiche (la poesia dei minimi gesti). Folletti misteriosi, ma anche eroi leggendari, donne e bambini capaci d’inscenare ‘la grande pigrizia’ o una meditazione privata, colti nel segreto delle proprie abitazioni...

Però Mago Melotti (così lo chiamava Lisa Ponti) sa cogliere in ogni istante la leggerezza: ed eccolo creare un esercito di piccole Kore che sembrano vasi e di vasi che riecheggiano la forma di un corpo femminile.

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Ma sarà deluso chi si aspetta di trovarsi nel cuore del dramma e diventarne attore: per Melotti l’arte è irrimediabilmente lontana dalla vita. «L’importante è, non che la tibia e il deltoide siano a posto, ma che quel segno susciti un pensiero».


Ora, io non desidero intraprendere parallelismi – che non mi sento in grado di sostenere – tra la produzione artistica figurale (o trasfigurale) di Melotti e la sua opera letteraria. Mi è consentito, invece, riportare un’impressione, per quanto epidermica e intercettiva (o, per dirla con l’autore, vibratoria): Melotti supera l’arte, nelle sue eterne contraddizioni formali, contenutistiche, figurative, con un movimento di sussunzione (non di sintesi – quindi al di là di ogni sistema di ordine filosofico occidentale) che ha un corrispettivo identico nei modi in cui lui stesso attraversa la letteratura. Che la distanza si manifesti come assenza di suono e renda immobile un punto nello spazio, rimettendo in gioco il concetto di eternità, è un dato di fatto. Questo, forse, vuole Melotti, e a pensarci bene si tratta di un’esigenza ragionevole. Si dice, appunto, che l’eternità sia un attributo della mente nell’attimo in cui si concepisce illimitata.


     Lassù nel Trentino

     i satiri e le ninfe

     vivono nelle malghe

     e nelle segherie 

     ai margini del bosco.

     La notte del solstizio

     i satiri si levano le scarpe

     scalpitano le ninfe impaurite.

     L’aria trema e la luna...

     Cosa vuoi che faccia la luna: guarda.


Non è il caso di parlare di trascendenza o d’immanenza a proposito del suo lavoro. Occorre piuttosto un atteggiamento rigoroso e – malgrado l’ingombranza dell’aggettivo – scientifico, ed è proprio la sostanza dell’arte melottiana a sollecitarci in tal senso. Qui l’estetica viene oltrepassata nel segno della percezione sottile, dello spirito che si fa carne, dell’indifferenziato muto e per nulla muto (lo è solo in apparenza) se ci predisponiamo a percepire l’universo allo stato liquido, prima del suo depositarsi – in noi – sotto forma di concetto.


Suonano appropriati alcuni versi di Brodskij (da Ninnananna di Cape Cod): «Il tempo è più grande dello spazio. Lo spazio / è la cosa. Il tempo, in sostanza, è l’idea della cosa. / La vita è la forma del tempo».

Gerarchicamente, il tempo prevale sullo spazio e, poiché Urania è più vecchia di Clio, nello spazio a quattro dimensioni la ‘cosa’ diventa espressione del tempo; la sua assenza – percepibile sia sul piano spaziale che temporale – può essere evidenziata, ‘riempita’ dal poeta attraverso una parola che solo superficialmente significa ‘altro’. In realtà, ciò che è diverso e lontano si avvicina e si palesa nella sua sostanziale unitarietà (si pensi all’ἐντελέχεια aristotelica o a Le metamorfosi di Ovidio). La materia è limitata, la forma illimitata.

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Partecipiamo, come afferma Melotti, a «un gioco, che quando riesce è poesia».

Percezioni leggere, colme di vuoti... Si potrebbe aggiungere ‘destabilizzanti’, comunque dotate di un equilibrio assieme precario e definito, circoscritto in un’area ben precisa, risolta con notevole abilità attraverso l’utilizzo di materiali per lo più fragili (fili, reti, garze, palline penzolanti, scale evocative, ecc.).

Soprattutto metafore.

E pare di sentirlo davvero quel vento marino che uggiola fra le assi sconnesse, che sbatte le lamiere del tetto: l’occasione fugace che, a un tratto, si concentra:


     Se c’è qualcosa da cantare è il cambio del vento,

     quando da ovest si fa a est, e, gelando, la fronda

     a sinistra si sposta, con scricchi di malcontento,

     e la tua tosse sulla piana vola ai boschi del Dakota.

     A mezzogiorno si può impugnare il fucile e a ciò che nel campo

     sembra una lepre sparare, con quel colpo aumentando

     la frattura fra la penna che muovendosi a contrattempo

     scrive questi versi e quello che sul bianco

     lascia tracce nere. A volte mano e testa

     si fondono, senza diventare verso,

     ma al suono della tua propria voce, rotolante sull’erre,

     tendendo l’orecchio, come parte di un centauro.


     (Iosif Brodskij)



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Immagine di copertina: Fausto Melotti, Gli eresiarchi e i vescovi santi, 1952


30/09/2021