top of page

Una luce enorme

SCRITTURA OBLIQUA.
INTERVISTA
A CORRADO BENIGNI

di Carola Allemandi

Scrittura obliqua – Fotografia e poesia, nato come progetto espositivo a cura di Matteo Balduzzi nella sede del MUNAF – Museo Nazionale di Fotografia di Cinisello Balsamo (settembre 2025 – marzo 2026), è anche una pubblicazione edita da Quodlibet a cura di Davide Rondoni che raccoglie i contributi testuali e iconografici commissionati a sette fotografe/i della scena contemporanea italiana e cinque autori in occasione della mostra.

Il bacino di indagine è il rapporto fra il linguaggio poetico e quello fotografico: è stato infatti chiesto ai sette – Luca Campigotto, Federico Clavarino, Sabrina D’Alessandro, Linda Fregni Nagler, Alessandro Sambini, Alessandra Spranzi, Paolo Ventura – di realizzare un corpus di opere che riflettessero tanto sull’uso della parola all’interno della propria ricerca visiva, quanto sulle affinità strutturali dei due mezzi espressivi.

Tra i contributi teorici, affidati a Matteo Balduzzi, Corrado Benigni, Michele Nastasi, Mauro Zanchi e lo stesso Rondoni, il saggio Poesia e fotografia: sguardi in conflitto, visioni in dialogo di Benigni, critico di fotografia e poeta a sua volta, attualizza il discorso di autori della storia della fotografia che hanno contribuito a costruire un ponte fra i due linguaggi.

Lo scorso 16 maggio, durante la presentazione di Scrittura obliqua al Salone del Libro, non riuscivo a togliere la pellicola dal volume. Per tutta la durata dell’incontro non ho potuto distrarmi leggendo qua e là stralci dei saggi o perdendomi nei dettagli delle immagini. Ho quindi seguito con attenzione tutti gli interventi: quello di Rondoni, quello di Balduzzi, e quello di Benigni, a cui ho poi deciso di fare queste domande.


La prima cosa che ricordi nel tuo testo è che la fotografia fu in principio malvista non soltanto da alcuni pittori, ma anche da poeti e letterati, in primis Charles Baudelaire. Nella sua nota invettiva contro la fotografia, il poeta indicava i limiti delle sue possibilità visive entro i confini di quella che definiva l’«assoluta esattezza materiale», e relegando dunque la fotografia a un ruolo ancillare rispetto alle arti maggiori.

Un passaggio importante è stato quello che l’ha vista però passare da gabbia del realismo a metafora, come scrivi, uno snodo che ha allentato il rapporto monogamico dell’immagine fotografica con l’evidenza che è giocoforza costretta a rappresentare. Citi infatti un concetto fondamentale: quello dell’equivalenza.

C.: Credo che il passaggio decisivo sia stato comprendere che la fotografia non coincide con ciò che rappresenta. Per lungo tempo è stata identificata con la sua capacità di registrare il mondo, ma un’immagine non è mai soltanto una prova del reale: è sempre anche un’interpretazione, una scelta, un ritmo dello sguardo. L’equivalenza, così come la intendeva Alfred Stieglitz, consiste proprio in questo: l’immagine non descrive un’emozione, ma ne diventa l’equivalente visivo. Da quel momento la fotografia smette di essere semplice documento e diventa linguaggio, esattamente come la poesia. Anche il poeta non riproduce la realtà: cerca una forma capace di restituirne l’intensità. Entrambe le pratiche lavorano per trasposizione, non per imitazione.


Maurice Merleau-Ponty, ne L’occhio e lo spirito (1964), pur riferendosi alla pittura, parlava appunto di «questo equivalente interno, questa formula carnale della loro presenza che le cose suscitano in me». E ancora: «Qualità, luce, colore, profondità, che sono laggiù davanti a noi, sono là soltanto perché risveglino un’eco nel nostro corpo, perché esso li accolga».

Vedere significa farsi attraversare dal visibile, e trasformarlo in un significato radicato in sé stessi. Se accettiamo di intendere questo principio come proprio anche del dire poetico, fotografia e poesia diventano modi dell’essere inalienabili dal corpo di chi le produce. Mi pare un punto di riflessione attuale visto l’espandersi dell’intelligenza artificiale nella produzione artistica e letteraria attuale.

C.: Merleau-Ponty ci ricorda che vedere non è un’operazione ottica, ma un’esperienza del corpo. Noi siamo dentro il mondo prima ancora di osservarlo. Credo che questo sia un punto essenziale anche oggi. L’intelligenza artificiale può produrre immagini e testi di straordinaria efficacia formale, ma non possiede un’esperienza vissuta. La poesia e la fotografia nascono invece da un attraversamento del reale: dalla memoria, dalla fragilità, dal tempo, persino dall’errore. Non penso che il problema sia contrapporre uomo e macchina, quanto ricordare che l’arte continua a essere il luogo in cui un’esperienza singolare trova una forma condivisibile.

Guardando anche i lavori presenti nel volume, in particolare quello di Luca Campigotto, La vita nascosta (1995-2025), in cui rifotografa alcuni fogli piegati e stropicciati su cui sono riportate immagini e poesie sue, mi è tornata in mente l’opera I rivolti. Charles Baudelaire, 2013 di Mario Cresci, che ha ripreso il ritratto di Baudelaire realizzato da Etienne Carjat (1878), ristampandolo 46 volte (gli anni che visse il poeta) e piegando ogni riproduzione in modo diverso. In un’intervista, Cresci aveva collegato le pieghe sulla carta ai versi poetici. Questa idea del verso come linea, come piega della carta, come effetto concreto sulla realtà materica della pagina, riporta anche al tema della materialità della stampa fotografica, ai segni incisi o impressi sul supporto.

C.: In un’epoca dominata dalla smaterializzazione delle immagini, non c’è da stupirsi se molti autori, soprattutto delle ultime generazioni, non rinunciano alla materialità della stampa, alla fisicità concreta dell’immagine. Perché la piega, il segno, la carta, la superficie non sono semplici supporti: fanno parte del significato dell’opera. Come nel lavoro di Mario Cresci che citi e per il quale ho scritto, nel 2013, il testo per il catalogo della mostra Baudelaire.

Mi affascina l’idea che il verso possa essere pensato come una piega, come una linea che modifica la materia del foglio. È una metafora molto potente, perché ci ricorda che tanto la poesia quanto la fotografia lasciano tracce. La stampa fotografica conserva il tempo, le manipolazioni, le ferite, proprio come un manoscritto conserva le esitazioni della scrittura. In entrambi i casi la materia diventa memoria.


E la memoria diventa una piega nella carta, penso, ripensando anche alle parole di John Berger contenute nel suo celebre testo Usi della fotografia del 1978: «Che cosa c’era al posto della fotografia prima dell’invenzione della macchina fotografica? La risposta più ovvia è: l’incisione, il disegno, la pittura. Ma la risposta più illuminante sarebbe: la memoria». Se l’immagine fotografica, un po’ come la scrittura nel pensiero di Platone, più che conservare va a corrodere il trattenimento mnemonico dell’uomo, su di essa possono però restare le tracce del passaggio di chi l’ha realizzata. [Sarebbe interessante indagare il rapporto, così significativo nel discorso fotografico, tra poesia e ricordo. In che relazione stanno? Domanda aperta, mentale.]

Continuo rievocando l’intervento al Salone del Libro e all’analisi che Corrado fa de L’infinito (1825) di Giacomo Leopardi, in cui gli aggettivi e i pronomi dimostrativi questo/a e quello/a si muovono in effetti come l’avvicinarsi e l’allontanarsi di uno zoom, quasi in una previsione dell’avvento della tecnica fotografica (che sarebbe comparsa l’anno dopo, e brevettata ufficialmente nel 1839): «Sempre caro mi fu quest’ermo colle, / e questa siepe [...] E come il vento / odo stormir tra queste piante, io quello / infinito silenzio a questa voce / vo comparando [...]».

Nel tuo discorso esplori il rapporto fra fotografia e poesia partendo da fotografi che hanno omaggiato la parola poetica nella propria riflessione visiva – Mario Giacomelli su tutti, almeno in ambito italiano – per poi passare ad alcuni scrittori che si sono avvicinati a un modo di dire il reale seguendo (quando non anticipando, come Leopardi) certi principi della fotografia (la messa a fuoco, lo zoom).

Ciò che unisce i due linguaggi pare essere non soltanto una certa attitudine dell’autore alla percezione del mondo, ma anche qualcosa dei loro meccanismi interni, del loro farsi come tecnica.

C.: Sì, penso che la loro vicinanza non dipenda tanto dai temi quanto dal modo in cui entrambe costruiscono il senso. Un fotografo inquadra escludendo, un poeta scrive scegliendo e togliendo. Sono arti della selezione. Entrambe lavorano sul limite: ciò che rimane fuori dall’immagine o dal testo continua a esercitare una pressione su ciò che vediamo e leggiamo. In questo senso condividono una stessa etica dello sguardo, fatta di attenzione, precisione e capacità di accogliere l’ambiguità. Anche quando sembrano descrivere il reale, in realtà lo interrogano.


D’altronde la poesia è sintesi e brevità, significazione improvvisa rispetto a ciò che la vista, il pensiero, il ricordo hanno elaborato; e se la visione è sempre pensiero (ancora Merleau-Ponty), qualcosa che fa partecipare a un tempo il corpo all’estensione delle cose al di fuori, la continuità tra le due arti pare inevitabile. Riporti infatti le parole di Yves Bonnefoy, che al rapporto tra poesia e fotografia ha dedicato un breve e denso saggio, e che vede nello sguardo un punto in cui è possibile far non soltanto convergere parola e immagine, ma anche salvarsi dall’abisso del nulla.

C.: Bonnefoy ci invita a considerare lo sguardo come un luogo di presenza. La poesia e la fotografia hanno entrambe la capacità di sottrarre qualcosa al flusso indistinto del tempo, senza però pretendere di fermarlo definitivamente. Non vincono il nulla, ma gli resistono. Ogni fotografia dice: questo è stato. Ogni poesia dice: questo è stato sentito. Tra queste due affermazioni esiste una parentela profonda. Entrambe cercano una forma capace di custodire l’esperienza umana e di renderla nuovamente presente a chi guarda o a chi legge. È forse questa la ragione per cui continuano a dialogare: perché condividono la stessa fiducia nella possibilità che uno sguardo, o una parola, possano ancora aprire un varco nella realtà.


La pellicola del libro finalmente rotta, la porta da cui usciamo, Montale, le palpebre che sbattono, la mia bocca che saluta Corrado per ringraziarlo dopo l’incontro; quelle piccole esplosioni di senso di cui la pagina e l’immagine sono considerabili, alla fine, una compiuta prosecuzione.



*

Immagine di copertina: Linda Fregni Nagler, dalla serie Untitled (Drawings), 2022 – in corso


**

Le immagini qui riportate sono tratte dal volume Scrittura obliqua, a cura di D. Rondoni, Quodlibet, 2025

bottom of page