
Una luce enorme
HUNGRY GHOSTS. INTERVISTA
A ROGER BALLEN E GABRIELE TINTI
di Carola Allemandi
Non si tratta soltanto di svelare l’invisibile: a volte l’immagine e la parola hanno il compito di guidarci attraverso ciò che esiste, ma non vogliamo vedere. Con Hungry Ghosts (‘fantasmi affamati’) Roger Ballen, fotografo, e Gabriele Tinti, poeta, danno forma e voce a ciò che ci parla dai limiti della coscienza, in cerca di un significato dentro cui trovare pace. Il libro, edito da Eris Press (2024) e ispirato al testo buddista Petavatthu, contiene scatti in negativo di Ballen e cinquantuno poesie che Tinti spesso compone a partire da antiche epigrafi.
La fotografia, pochi decenni dopo la sua invenzione, ha già vissuto il desiderio di vedere i morti, farli tornare e fissarli sulla lastra: in questo caso ciò che evocano Ballen e Tinti non sono soltanto anime in cerca di riposo, bensì anche il rimosso che ognuno custodisce, nasconde, cerca di evitare, ma che eppure bussa alla porta chiedendo di essere riconosciuto, salutato almeno prima di andarsene e trasformarsi in «un’immagine / in mano, quel poco / rimasto da guardare», come scrive Tinti.

Come e quando è nata questa collaborazione?
G.: Tutto è cominciato proprio qui, a Roma, quando ho incontrato Roger per la prima volta tanti anni fa. Più tardi, sono andato a trovarlo a Johannesburg, dove vive. Il tempo trascorso insieme ha portato alla nascita di The Earth Will Come To Laugh and To Feast (Powerhouse Books, 2020). Anche quello, come Hungry Ghosts, è un libro pericoloso – sui fantasmi della nostra mente, sugli incubi e i cattivi pensieri, su ciò che si vuole disperatamente allontanare oppure riavere, anche soltanto in effigi o parole.
R.: Durante questa lunga amicizia, Gabriele ed io abbiamo lavorato insieme su altri libri e progetti. Quando Gabriele mi ha accennato che aveva ricevuto l’interesse da parte di Eris Press di pubblicare Hungry Ghosts, ho accettato subito.
La pagina mi pare abbia l’aspetto di una lapide, stretta, lunga e grigia. L’idea della morte permea l’intero lavoro anche nella sua veste grafica. È una scelta progettuale?
R.: Se ci penso, la pagina stretta e verticale cambia il modo in cui lo spettatore fa esperienza del lavoro – fornisce una specie di ‘architettura psicologica’. Non puoi entrare nel piano dell’immagine come faresti con un formato orizzontale. Al contrario, c’è un campo ristretto che ti tiene di fronte ad esso. La pagina è come una pietra di confine, una stele o un segno tombale. È quasi come se ti dicesse che non hai il permesso di entrare. Sei lì, su una soglia che non puoi attraversare e magari neanche comprendere. È così che si dovrebbe stare di fronte a una stele o una lapide – tra la vita e la morte. Poi, forse la pagina aiuta l’osservatore ad avere accesso alla condizione liminale del fantasma stesso: né vivo né morto, presente o andato via, incarnato o svanito, dentro o fuori dal mondo. Nel senso psicologico dei fantasmi come nel Petavatthu, questi fantasmi non sono né andati né incarnati: persistono come forme non finite di esperienza, che ancora cercano un posto nella coscienza senza essere in grado di entrarci completamente.
G.: È stato naturale per noi. Volevamo che il libro fosse un luogo di riflessione sulla transitorietà e sull’assenza. In questo però gran parte del credito va dato all’editore, Eris Press, tra i pochi al mondo capaci di creare libri unici.

Roger, l’uso del negativo: i fantasmi si rivelano al contrario? Il negativo trovo provochi allo stesso tempo una frustrazione e un fascino nell’osservatore: avere la realtà a portata di mano ma non vederla nei suoi rapporti visivi naturali. I fantasmi sono entità che restano sempre a un passo da noi?
R.: Rovesciare le norme tonali è un modo di sovvertire le abitudini del vedere. Nella percezione normale, la luce e l’ombra stabiliscono il significato; la mente categorizza istantaneamente cosa vede e converte la percezione in linguaggio. Quando questi toni si rovesciano, quel ‘riflesso intellettualizzante’ collassa – riconosci la forma, ma non puoi immediatamente nominarla. L’immagine diventa qualcosa che devi sentire prima di poterla conoscere. Questo regno pre-linguistico, o non-linguistico, è molto più vicino alla logica dei sogni e dell’inconscio, dove le cose non sono ancora dati come concetti o simboli. Questo è precisamente lo stato metafisico del ‘fantasma’ psicologico in questo libro: qualcosa di non risolto che indugia sulle frange della coscienza. Il negativo ricrea questa stessa inversione: senti una presenza prima di poterla nominare. Perché non ha ancora preso la sua forma finale e rimane, per definizione, ‘a un passo da noi’.
Gabriele, che ruolo ha il corpo nel tuo discorso poetico? Anche l’ombra sembra un peso: «Ho tagliato la mia ombra: / eco ingombrante, / ostacolo alla notte» (Ho tagliato la mia ombra).
G.: L’ombra è l’evidenza del corpo (σῶμα soma), ciò che resta del corpo, di questo ingombro che è segno (σῆμα sema), tomba dell’anima come la definiva Platone nel Cratilo e com’è per il cristianesimo che ha informato l’immaginario occidentale, tutti noi che siamo nati e cresciuti da questa parte del mondo. Inevitabile per me considerarlo sotto questa luce, viverlo in quel modo. Ho passato la mia infanzia chiuso in casa e a scuola dalle suore. Mi ammalavo spesso e soffrivo di sonnambulismo. I miei dovevano rincorrermi di notte per evitare problemi. Non sono mai stato in armonia con il mio corpo.
Passi con disinvoltura dall’osceno al tragico, «la bocca mangiata dai vermi» (Ti accendi al largo) riesce a coesistere con la «giacca vuota / da rimettere a posto» (Fantasma sbiadito) che un giorno sarà il corpo.
G.: La vera poesia è resistenza alla morte, conatus existendi, spinta ostinata a durare, nonostante tutto e contro tutto fiorire, contraddire la fine. Il resto è chiacchiera, sproloquio, letteratura. In poesia, l’osceno e il tragico sono spesso due facce della stessa realtà. Il corpo e la morte coesistono con la banalità, con gli oggetti quotidiani che ci accompagnano e ci sopravviveranno.

Se da un lato esiste, sul piano della parola, questa oscillazione tra l’oscenità della morte e la visione di quanto le sta attorno – angeli, fantasmi, immagini –, dall’altro i negativi di Roger Ballen pare rendano il processo della morte al mondo onirico e subconscio. Insieme esplorate tutto lo spettro dell’esistenza psichica e corporea. È così?
G.: È un tentativo, il nostro. La mia poesia e le sue immagini credo si sviluppino in fondo a partire dagli stessi temi: il corpo, la memoria, il sogno. I negativi trasformano ciò che è concreto in visione così come le parole cercano di restituire il mistero di questo nostro essere al mondo, di dire l’indicibile, di immaginare l’inimmaginabile.
Interessante l’aspetto plurilinguistico del progetto (lingue antiche, italiano, inglese) e il recupero delle epigrafi. Simile al recupero delle ultime parole dei suicidi del lavoro di Tinti. Gabriele, come ci si può agganciare alle parole di un altro venuto prima di noi?
G.: È fondamentale farlo. Bisogna essere abbastanza pazzi e coraggiosi per farlo, ma non ci si può tirare indietro se si vuole creare qualcosa davvero. Aveva ragione Eliot nel dire che ogni poesia è «una vivente unità di tutte le poesie che sono state scritte», un accumulo, un corpo a corpo con gli antenati. Nella convinzione che, come scriveva Eraclito, «è la medesima realtà il vivo e il morto». Perché i nostri mondi partecipano alla stessa realtà. Sono la medesima realtà. O fantasia, se preferisci.
Gabriele, Roger, chi sono i fantasmi per voi? E di cosa hanno fame?
R.: Il fantasma in questo lavoro non è una persona morta che non è riuscita a partire, ma una forma del residuo psichico che non ha completato il suo passaggio nel significato. Le forme dei fantasmi psichici, per esempio, possono essere un’emozione irrisolta, esperienze lasciate come impressioni grezze e mai assimilate cognitivamente, processi evolutivi che non sono pienamente ‘diventati’, aspetti rinnegati di sé, o eventi troppo grandi da concepire. Questi non sono né scomparsi né mai giunti; non sono stati pienamente pensati o simbolizzati. Per questa ragione, il fantasma rimane sospeso alle soglie della coscienza – presente, ma non assimilato o ‘lavorato’. In altre parole, un fantasma è ciò che la psiche non riesce ancora a mettere a tacere, non perché è nascosto ma perché non è mai stato integrato dentro un significato. Indugia nello stato liminale precisamente perché non è mai giunto al completamento.
G.: I fantasmi sono le tracce della nostra memoria, ciò che rimane pure, al contempo, ciò che precede l’esistenza: presenze sospese, silenziose, aspettano di essere nutrite. Hanno fame di attenzione, di vita. Per me, sono immagini, parole che desiderano tornare, non scomparire. Mi piace pensare che insieme abbiamo in qualche modo offerto loro uno spazio dove poter esistere ancora.
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Le immagini qui riportate, di Roger Ballen, sono tratte dal volume Hungry Ghosts, realizzato in collaborazione con Gabriele Tinti (Eris Press, 2024).
20/11/2025


