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Terza voce

PER AMELIA ROSSELLI.
NELL’ANNIVERSARIO
DELLA MORTE

di Antonio Fiori

     Sempre docile e scontenta la ragazza appellava al buio.

     Sempre infelice ma sorridente mostrava i denti. Se non

     v’era aiuto nel mondo era impossibile morire. Ma la morte

     è la più dolce delle compagnie. La più dolce sorella era

     la sorellastra. Il dolce fratello il campione delle follie.


È il 1964, anno di pubblicazione di Variazioni belliche. Come una «saetta di luce», Amelia Rosselli (1930-1996) irrompe nella poesia con la convinzione che essa non può che scaturire da una lingua pre-razionale, inconscia, per ciascuno unica e inimitabile.

«Il fatto è che la Rosselli sente e lascia agire la lingua, letteralmente, in quanto corpo, organismo biologico, le cui cellule proliferano incontrollatamente in una vitalità riproduttiva che, come nella crescita tumorale, diviene patogena e mortale: da cui anche uno dei primi paradossi di questa poesia, che il linguaggio vi è insieme forma immediata della soggettività e realtà autonoma che sta contro e anche fuori il soggetto» (Pier Vincenzo Mengaldo).


In un saggio complesso e originale – Spazi metrici, 1962 – prova a spiegare il proprio sistema compositivo entro un ampio contesto di teoria della musica, analisi psicologica e nuove forme dell’arte astratta, prospettando l’idea di un’espressione totale, senza rigide separazioni di genere, affollata di reciproche influenze (per chi intende approfondire, il testo è stato recentemente studiato da Chiara Carpita: ‘Spazi metrici’ tra post-webernismo, etnomusicologia ed astrattismo, in «Moderna» n.2/2013, pp. 61 ss.): «Una problematica della forma poetica è stata per me sempre connessa a quella più strettamente musicale, e non ho mai in realtà scisso le due discipline, considerando la sillaba non solo come nesso ortografico ma anche come suono».

Verranno poi la sperimentazione, l’assillo di voci interiori, eventi e ricordi, che renderanno la sua lirica una sorta di pensiero denudato. La famosa definizione della sua scrittura come lapsus, data da Pasolini nel 1963 sul n. 6 del «Menabò» (definizione con cui la poetessa aveva un rapporto conflittuale, ritenendola forse più descrittiva che esplicativa), aprirà la strada a una serie di interventi critici molto condizionati dalla visione pasoliniana, che la sacrificheranno spesso in letture riduttive e parziali.


Le Variazioni sono belliche perché lasciano sul terreno le rovine di una guerra raccontata con lingua e mente martoriate – «l’alba a rintocchi / sulla mia testa ammalata / il difficile umore m’assale / verde come la paura» – e ci rivelano da subito il tema ritornante in tutta la sua opera: la paura, il sentimento di persecuzione (che trova una tragica matrice nell’uccisione del padre Carlo in Francia, il 9 giugno 1937, per mano della polizia segreta di Mussolini: «Fu mia madre a farcelo sapere che era stato assassinato e ha chiamato mio fratello minore e me in camera sua. Stava molto male di cuore credo già da molto e ci ha semplicemente chiesto se sapevamo cosa voleva dire la parola ‘assassinio’. E abbiamo risposto di sì. E credo io avevo sette anni e mio fratello Andrea sei. Poi mi ricordo con le vestagliette siamo tornati in camera. Poi non ricordo niente»).


Sorprendono dunque, in questa raccolta, i rari momenti di ottimismo e di luce – «Calmati e avrai il vento in poppa e le tue parole fresche / di verginità rimeranno e di gentilezza» – mentre sorprende meno la confessione dell’amore, quasi sempre doloroso, sulla soglia dell’abbandono o nel gorgo dell’incomprensione.

La seconda silloge, Serie ospedaliera (1969), ci fa partecipi dei suoi primi ricoveri psichiatrici: «i carri che ci portavano come frutta al / mercato erano lugubri automobili bianche / se nevicava, infernali nella pioggia. Corrompendo / guardie e guardie la mente si decise per / un sopralluogo faticoso perché ingannava / anche se stessa».

Documento, invece, è il lavoro più corposo e criptico, nucleo centrale, in termini temporali, della produzione rosselliana (pubblicato nel 1976, raccoglie testi scritti tra il 1966 e il 1973): «Mi truccai a prete della poesia / ma ero morta alla vita / le viscere che si perdono // in un tafferuglio // ne muori spazzato via dalla scienza».

Seguiranno Impromptu, 1981, l’irrinunciabile poemetto La libellula, 1985 (dopo varie versioni), e Sleep, 1992 (ma in gestazione dal 1953), fino all’opera completa postuma del 2012, curata da Stefano Giovannuzzi per i Meridiani Mondadori.


Quella di Amelia Rosselli è una scrittura che si impone per la sua sola presenza, perché c’è, perché esiste anche al di là della comunicazione. II ritmo, il tono, soverchiano il significato. A ciò si accompagna un altro elemento chiave: pur così assoluta e incatalogabile – o magari proprio per questo –, è una lirica profondamente ‘sessuata’. I continui riferimenti al corpo suo o altrui, i molti richiami all’uomo amato, il bisogno di tenerezza e amore, l’acutezza e la sofferenza del suo sentire, parlano di un io lirico donna, squisitamente donna, che esibisce senza pudore il suo vissuto. In questo senso è uno degli esempi più potenti ed efficaci di scrittura al femminile nel panorama del Novecento italiano ed europeo.


     Vorrei donarti il mio sangue tutto.

     Ma esso corre in piccoli inestricabili

     rivoletti, e non graffia la tua porta

     d’entrata con abbastanza tenerezza

     per tenerci a galla.


     O forse sei qua ad accompagnarmi?

     Ne ho perso le vie anch’io di questa tua

     triste casa. Non vedo altro che luci

     e tramonti che a me sembrano diabolici.


     Hai rime intense per me, non posso

     provvedere al caso che tramite questo

     tuo essere re delle mie giornate.


Una persona sempre straordinariamente riflessiva e autoanalitica, Amelia, malgrado le patologie psichiche mal curate e l’assenza di una vera lingua madre – infatti non si sente mai del tutto padrona, come vorrebbe, di alcuna delle tre lingue conosciute: il francese dell’infanzia, l’inglese degli studi giovanili, l’italiano della famiglia e dell’età adulta. L’italiano, in particolare – la lingua della nazione in cui sceglie di vivere ma anche quella del padre assassinato – è ripreso forse per dar voce a chi non può più parlare, per un senso di affettuosa giustizia e risarcimento. Il trilinguismo va così a contribuire alla costruzione di quell’edificio unico e spaventoso che è la lingua rosselliana, vera e propria sovralingua e metalingua.


Dopo anni di vita da esule – in Svizzera e negli Stati Uniti – rientra in Italia nel 1946, andando a vivere a Roma e lavorando come traduttrice. È sin da giovane vittima di frequenti esaurimenti nervosi, che la portano a improvvise e lunghe assenze dalla capitale. In Svizzera – dove va a ricoverarsi – sbagliano però diagnosi e cure; a questo si aggiunge una forma precoce di Parkinson che la colpisce prima dei quarant’anni. Nei momenti di tregua concessi dalle malattie, continua da autodidatta i suoi studi filosofici e letterari e frequenta gli ambienti culturali romani grazie all’amicizia con Carlo Levi, Pier Paolo Pasolini e Rocco Scotellaro.

Per andarsene, nel 1996, sceglie la stessa data (l’11 febbraio) in cui si tolse la vita l’amata Sylvia Plath nel 1963.


     Il corso del mio cammino era una delicata fiamma

     d’argento, o fanciullezza che si risveglia quando

     tutte le navi hanno levato àncora! Corso della

     mia fanciullezza fu il fiume che trapanò un monte

     silenzioso contro un cielo scarlatto. Così si

     svolse la danza della morte: ore di preghiere

     e di fasto, le ore intere che ora si spezzano

     sul cammino irto e la spiaggia umida, il ghiaccio

     che muove.


Di Amelia Rosselli – la cui vita è chiusa tra due tragedie: la morte del padre e il suo suicidio – abbiamo oggi un ritratto a tutto tondo scritto dall’amico Renzo Paris, Miss Rosselli (Neri Pozza, 2020), memoir nel quale la donna e la scrittrice si incrociano continuamente in un’unica figura, affascinante e struggente.

«Quando pubblicherai un volume – dice al giovane Paris che le propone le prime poesie – ricordati di inserirvi solo quelle che non capisci. Le altre cestinale».



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Fotografia © Dino Ignani


11/02/2022

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