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Terza voce

EDGAR LEE MASTERS E
SALVATORE TOMA.
DUE POETI DI FRONTE ALLA MORTE

di Antonio Fiori

L’io lirico di Edgar Lee Masters è il più ‘disperso’ del Novecento. Fu dilapidato in oltre duecento rivoli tra il 1914 e il 1915, quando apparvero sul Reedy’s Mirror di Saint Louis la maggior parte delle poesie-epitaffio della sua celebre Antologia: non solo fece scomparire la sua voce per far spazio a quella dei defunti del piccolo cimitero di Oak Hill (a Lewistown, vicino al fiume Spoon) ma pubblicò anche sotto pseudonimo (Webster Ford), così forse denunciando la paura di attribuirsene la paternità. Certo dopo, nel 1916, l’Antologia di Spoon River uscì in volume col vero nome del suo autore, ma il destino del poeta era già stato misteriosamente segnato: rimase, come si sa, legato per sempre alla sua opera, nella buona e nella cattiva sorte (molti i riconoscimenti e i premi ma pochissima attenzione alla sua produzione successiva e molte le antipatie raccolte tra i parenti di quei defunti, quasi tutti facilmente riconoscibili malgrado il nome fittizio).


Nel dar la parola ai morti, far della morte sorgente di poesia, Edgar Lee Masters non compie un’operazione letteraria nuova – basti solo ricordare l’Antologia Palatina, la Commedia di Dante o l’Elegia scritta in un cimitero campestre di Thomas Gray. Dov’è allora che risiede l’originalità nel trattare qui la morte e le voci dei morti? In primo luogo, sta nella concezione panica del mondo predicata da Walt Whitman – di cui Edgar Lee Masters scriverà non a caso la biografia – e nell’idea («morire è diverso da quel che ciascuno ha mai creduto, e più felice») che non ci sia una vera separazione tra l’aldilà e l’aldiquà. Ora, su questo sfondo, la parola dei defunti in Spoon River acquista ancor più forza che in vita, e per il poeta-avvocato è l’occasione di ‘fare giustizia’: finalmente e integralmente ‘autentici’, essi ritrovano il coraggio di rivendicare diritti, confessare vizi e denunciare soprusi. L’incipit del libro è il solo momento in cui la voce autoriale si manifesta con chiarezza, e lo fa appellandosi – in modo alquanto retorico – ai suoi protagonisti: «Tutti, tutti dormono sulla collina». Traspare così, nell’antifona, anche l’aspetto più noto e ‘cinicamente democratico’ della morte, ossia la sua funzione livellatrice.


Vita che guarda alla morte, morte che guarda alla vita... È un tema centrale pure nell’opera di un poeta nostrano, Salvatore Toma (1951-1987). Il suo Canzoniere della morte – uscito postumo, per Einaudi, nel 1999 a cura di Maria Corti – propone «ruminazioni» (Linguaglossa), versi liberi sulla fine agognata, naif, percussivi e ‘primitivi’, vagamente associabili a Spoon River. Tuttavia manca la mastersiana visione conciliante della morte, panica e insieme razionale.

È sufficiente la chiusa di una lirica del CanzoniereUltima lettera di un suicida modello («Addio bastardi maledetti / vermi immondi / addio noiosi assassini»), per accorgersi di quanta genuinità e durezza la situino al di fuori dell’epitaffio immaginario di Masters e ben dentro la voce biografica dell’autore.


Sono suicidi narrati, tentati o consumati, che costituiscono insieme traccia e depistaggio per il lettore(«Il suicidio è in noi / fa parte della nostra pelle / in essa vibra si ispira si esalta / appartiene alla nostra vita / plana sui nostri pensieri / spesso senza motivo»; «Quando sarò morto / non vi venga in mente / di mettere manifesti: / è morto serenamente / o dopo lunga sofferenza / o peggio in grazia di dio. / Io sono morto / per la vostra presenza»). C’è qui un’evidente rivendicazione del diritto di morire, o almeno di provare a farlo come, in effetti, ha provato (ma senza riuscirci) l’Harold Arnett di Spoon River: «Tirai il grilletto.... buio...  luce... / rimorso indicibile... annaspai per tornare al mondo. / Troppo tardi! Così venni qui, / con polmoni per respirare... ma qui i polmoni non servono, / anche se bisogna respirare... A che serve / sbarazzarsi del mondo, / quando nessun’anima sfugge al destino eterno della vita?».


D’altra parte una ‘paradossale’ condanna a vivere la subiscono un po’ tutti i personaggi dell’Antologia. Come giustamente notato da Pavese, il poeta – con questa «formicolante commedia umana» – ha saputo darci l’immagine brutale della «piccola America del suo tempo». La parola dei morti, insomma, serve a raccontare la vita.

«Arriverà la gioia di vivere / a costo di morire», «Voler morire è voglia disperata di vivere»: pure i versi di Toma rivelano una contiguità tra i due mondi e ci ricordano la straordinaria concentrazione di vita che si verifica nel momento della dipartita, quando si dice – e, a ben pensarci, in poesia accade qualcosa di simile – che possa vedersi raccolta un’intera esistenza o riaccendersi l’unico sentimento che la valse.


29/10/2020