top of page

Terza voce

LUZI E PENNA
POETI STILNOVISTI

di Antonio Fiori

Il tragico Novecento storico, che ci ha lasciato in eredità le guerre, il fardello dell’inconscio e l’illusione del progresso – che aveva quasi dimenticato la poesia – ci ha resi però anche eredi di un piccolo miracolo: il ritorno dello Stilnovo trecentesco. Lo rintracciamo, a volte in forme esplicite e a volte trasfigurato, in diversi autori del primo e del secondo Novecento. Vorrei segnalare subito la figura di Giorgio Caproni, nelle vesti del fidanzato della giovane madre in Preghiera, che apre i Versi livornesi: una poesia notissima che celebra la giovanissima madre, la sartina Anna Picchi, e che mi pare in sintonia con le metafore amorose stilnoviste.

Gli studiosi più attenti – Oreste Macrì, Anna Dolfi, Mario Apollonio, Silvio Ramat, Paolo Rigo – hanno rintracciato tempestivamente temi e linguaggio dello Stilnovo in numerosi poeti del secolo scorso: Eugenio Montale (ovviamente), Mario Luzi, Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi e altri ancora.

Qui rifletteremo in particolare sul breve ma intenso canzoniere d’amore del giovane Mario Luzi (Quaderno gotico, scritto nel 1945 e pubblicato nel 1947) e sulle poesie amorose di Sandro Penna, che risultano invece poco studiate in relazione allo Stilnovo.


Stefano Verdino, nell’introdurre Opera poetica di Mario Luzi (Mondadori, 1998), così si esprime a proposito del canzoniere luziano del ‘45: «il rinvio è, come per il Montale di dieci anni prima, all’esperienza stilnovista (e il rapporto con i Mottetti è indiscutibile) ma in una diversa declinazione: dallo stilnovismo dantesco e salvifico allo stilnovismo cavalcantiano e tragico».

C’è però da porsi una domanda importante: come è possibile che la fonte stilnovista sgorghi in prevalenza in ambito ermetico? Ci aiuta a chiarirlo proprio Mario Luzi, che in un saggio del 1943, Sulla poesia di Guido Cavalcanti, indica in quest’ultimo il maestro di una «poetica pura» in grado di agire «nell’essere intero dell’uomo fino a restituircene una nozione disperata e pure composta», come se l’ermetismo non potesse affrontare in autonomia il tema amoroso, bensì soltanto con l’aiuto della lezione stilnovista.


Nel Quaderno gotico – costituito in origine da quattordici testi, poi integrati con due in appendice – domina la musica delle assonanze, con le quali il poeta coniuga assenza e presenza dell’amata, sgomento e paura, tremore dell’attesa e indecifrabilità del tempo. L’aggettivo presente nel titolo è riferito all’architettura gotica, per l’ascendere e il precipitare delle guglie delle sue cattedrali, che richiama quest’alternarsi di eventi e sentimenti contrastanti (simbolizzati dalla «fiamma» e dalla «tenebra», dalla «luce» e dall’«ombra», dal «fuoco» e dal «gelo» – «L’alta, la cupa fiamma ricade su di te» è il famoso verso che apre la raccolta – e, addirittura, nella poesia IX, da un’attività difficile da concepire: «un gorgo / che risaliva in me muto»).


Per Mario Luzi la poesia, per affrontare e superare la tragedia della guerra, doveva ritrovare salde radici etiche ed essere capace di mettere in relazione la nostra vita terrena con la purezza valoriale, con l’ascensione che ci attende. Il canzoniere amoroso, a metà del Novecento, gli consentirà di incarnare anche stilisticamente questa visione. Il Quaderno gotico resta un’esperienza unica e durevole nel suo percorso poetico altrimenti osmotico, una sorta di memento amoris e di richiamo imperituro a quell’anelito ascensionale.

Emblematica è la sua dodicesima poesia, qui riportata evidenziando in tondo gli elementi stilnovisti:


     Ah quel tempo è un barbaglio di là dal gelo eterno,

     le ore impunemente elargite risalivano al cielo,

     l’uno nell’altro i giorni si specchiavano nei giorni,

     nel vento fedele gli alberi tramutavano felici;

     la sera la più alta stella sigillava la tua gioia,

     la speranza sempre compiuta sempre rinasceva.

     Non mi venivi incontro, dimoravi nella tua grazia.

     Mai non mi volsi a te che la tua ombra non fosse lontana

     tratta da un mite caduceo tra i fiori sopiti,

     tra le fiamme sottili dei lamponi e dei rovi.


Un’eco di Stilnovo attraversa anche il Novecento negli incontri d’amore di Sandro Penna, infelice nella sua Perugia come nell’amata Roma, eppure capace d’inebriarsi di un volto che appare all’improvviso tra i bagnanti o tra i passeggeri di un treno. La sofferta segretezza dell’amore omosessuale, la speranza ostinata d’essere corrisposti, la contemplazione dei visi e dei giovani corpi, la fugacità di ogni incontro, sono affrontate da Penna con perizia stilnovista, dosando carnalità e malinconia, pazienza e desiderio, fino a raggiungere una straordinaria capacità evocativa.

Tra i tanti possibili esempi di Penna stilnovista, propongo qui due testi e qualche riflessione in merito:


     Voglio credere ancora in te, Marcello.

     Anche se il mondo a me ti fa lontano.

     Voglio credere ancora alla tua mano

     amichevole, al tuo sorriso, a quello

     che destano i tuoi occhi nel mio cuore.

     Se partono soldati per la guerra

     cantando – e il canto i nostri cuori serra,

     diversi – ride fra noi due amore.


     (da Poesie 1922-1976, ora in Poesie, Prose e Diari, Mondadori, 2017, p. 263)


     I sospiri dei treni, il bene o il male

     che riecheggia più stanco nella notte.

     Se ti guardo, fanciullo, non so più

     se sei più bello tu o la cattedrale.


     (Ibidem, p. 532)


Nella prima delle due poesie mi sembra evidente l’utilizzo del lessico e degli stilemi stilnovisti. Si consideri la presentazione nominativa dell’amato e la sua lontananza spaziale e temporale, l’interrogativo di fondo sull’amore ricambiato – che richiede di ripetere «voglio credere ancora» – e la perfetta chiusura «ride fra noi due amore», che suggella definitivamente, nell’ultimo verso, il debito stilistico verso la scuola trecentesca.

Nella seconda poesia entra in scena il fanciullo come oggetto amoroso, e il sospiro dei treni come suono di fondo. Al fanciullo delle origini e al treno, protagonisti fondamentali della poesia penniana, Roberto Deidier – curatore del Meridiano Mondadori – ha dedicato due interi capitoli della sua Introduzione. Anche qui, pur nella brevità dell’unica quartina, brilla la luce stilnovista, che nell’ultimo verso lascia attoniti dinanzi a questa inaspettata «cattedrale», senza che si possa stabilire con certezza se si tratti di un’iperbole adulatrice o del palesarsi della purezza e dello Spirito.



*

Immagine di copertina: Maestro del Giudizio di Paride, Giudizio di Paride, 1430-1440 ca.

bottom of page