Terza voce

“UN’AMICIZIA QUASI AMOROSA”.
IL SODALIZIO TRA MONTALE
E LA SPAZIANI

di Antonio Fiori

Una nota immagine novecentesca dell’intellettuale al lavoro, in opera e pensiero, lo vedeva in una torre d’avorio, isolato dal mondo e da chiunque. Questo atteggiamento fu in particolare attribuito – e contestato – ai poeti ermetici. Si rimproverava infatti agli ermetici, e dunque anche a Montale, il disimpegno politico e l’abbandono del mondo, ma dietro questa facile contestazione c’erano idee diverse e contrastanti sull’arte e la poesia (da un lato l’arte come folgorazione, esperienza spirituale, dall’altro l’arte che si compromette con la vita reale, quel realismo che da noi è discendente diretto della letteratura popolare manzoniana). Ma si accennava alle contraddizioni che tale impostazione ha scontato, basti solo ricordare che uno dei poeti più esplicitamente impegnati dal punto di vista politico, Salvatore Quasimodo, era poi pacificamente annoverato fra gli ermetici.

Giorgio Bassani, parlando della poesia, risolve così la presunta separazione tra la vita reale e la torre d’avorio: «D’istinto cercavo conforto nella poesia, in quella vera, la quale, pur essendo diversa dalla vita, anzi, in fondo, il suo contrario, non può non tendere che a restituirtela la vita, a farti sentire di nuovo al centro di essa». In realtà, dalla torre s’entrava ed usciva spesso e volentieri. Accadeva, in particolare, quando amore e amicizie diventavano irresistibili, quando nascevano i sodalizi. Ed ecco allora gli incontri fondamentali, capaci di mutare non solo le biografie ma la stessa produzione artistica: le muse ispiratrici, l’amico di una vita, i circoli letterari, le riviste. In Italia, limitandoci al campo letterario, possiamo citare Sibilla Aleramo e Dino Campana, James Joyce e Italo Svevo, Girolamo Comi e Carlo Betocchi, Alberto Moravia e Elsa Morante. Ed anche quando si rivelano conflittuali, le relazioni e le amicizie sono capaci di lasciare tracce indelebili nell’opera di un artista.


Rapporto assai noto è stato quello tra Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani. La Spaziani, giovane poeta torinese ancora inedita, fu presentata a Montale a Torino, al Teatro Carignano, il 14 gennaio 1949. Il «sodalizio» (così lo definirà la stessa Spaziani dopo molti anni) sarà intenso fino alla metà degli anni Sessanta, quando lei lascia Torino per trasferirsi a Roma. Oggi è documentato dalla fitta corrispondenza tra i due poeti: sono infatti 360 le sole lettere di Montale indirizzate all’autrice torinese e ora conservate nell’Archivio Maria Corti presso l’Università di Pavia. Ma è documentato soprattutto da quanto di Montale si può rintracciare nell’opera della Spaziani e da quanto della Spaziani, della sua presenza giovane e sorridente, si trova nei versi di Montale.


La Spaziani lo ricorderà fino alla fine – per esempio nelle quartine del Viaggio Verona-Parigi (nei Fasti dell’ortica, 1996): «E lui mi aspetterà nell’ipertempo, / sorridente e puntuale, con saluti / e storie che alle poverette orecchie / dell’arrivata parranno incredibili. // Ma riconoscerà, lui, ciò che gli dico? / In poche note o versi qui raccolgo / i messaggi essenziali. Un alto raggio, / aria diversa glieli tradurrà»; e nella successiva raccolta La traversata dell’oasi (2002): «Tu sei il mare, ostacolo e legame, / strada maestra e insondabile baratro»mentre Montale già nel 1956 le dedicava i Madrigali privati nella raccolta La Bufera e altro, dove le lettere iniziali dei versi d’una poesia (Da un lago svizzero) sono addirittura l’acrostico del suo nome. Nell’ultima, Anniversario, dirà alla sua musa: «Dal tempo della tua nascita / sono in ginocchio, mia volpe. / È da quel giorno che sento / vinto il male, espiate le mie colpe».


Ma la giovane Maria Luisa, per Eugenio Montale, non è solo «la volpe»; specialmente nella corrispondenza privata ha una miriade di nomi metaforici: dearest Angel Fox, my honey, my sunflower, adorata fucsia, my rainbow, my spring. Dobbiamo anche all’incontro con la Spaziani il cambiamento della poesia montaliana, che da questa raccolta si orienterà maggiormente verso il quotidiano e la ‘semplicità’, manifestando una più marcata adesione della poesia alla vita reale.


L’11 febbraio 1952 Montale scriveva alla trentenne Maria Luisa: «Ti dirò solo che fino a qualche tempo fa eri per me mezzo Clizia e mezzo Mandetta di Tolosa, anzi Torino, cioè un angelo sovrapposto per fotomontage a un altro angelo forse più reale, e (per l’altra metà) una meravigliosa ragazza che aveva scritto cose interessanti, ma che in fondo avrebbe anche potuto non scriverle. [...] le due immagini si sono fuse e tutti i miei sentimenti si sono unificati in una sola, unica e costante adorazione che non trova voce ma non per questo è meno reale. [...] non ti pongo su alcun altare. Sei una persona viva, capace di stanchezze, forse di errori, di scoraggiamenti, di alti e bassi; sei una donna che ha tutta la bellezza che può avere una donna e tutta l’illuminazione mentale che può avere un grand’uomo».


Nei suoi madrigali Montale dà anche conto di un albero che la giovane poeta chiamò col suo nome («Hai dato il mio nome a un albero?» esordisce) e la Spaziani – dopo oltre cinquant’anni – ci aggiorna su quell’albero in una poesia dal titolo (Morte dell’albero Montale), che, forse per sottolineare la ragione privata, è posto tra parentesi: «Noi si dormiva fra i suoi rami in fiore / che sbucavano da squarci del terrazzo. / Fu estirpato il ciliegio con la gru / come un dente cariato. // Solo gli alberi possono morire / dentro la terra che li ha visti nascere. / Quel ciliegio non ebbe sepoltura / se non in sé con scaglie di radici» (il ciliegio da lei chiamato Montale era quello della sua casa torinese e quel «Noi» si riferisce probabilmente alla propria famiglia; la poesia è in Incrocio delle mediane, San Marco dei Giustiniani, 2009).


Nella poesia della Spaziani, Montale è arrivato da subito come maestro, educandola alla continua perfettibilità dei testi, alla fiducia nelle proprie attitudini e a darsi sempre nuove mete.

Lei, poco prima di morire, pubblicherà Montale e la Volpe (Mondadori, 2011), scritti autobiografici dal sottotitolo emblematico – Ricordi di una lunga amicizia – dove mai confermerà il sovrapporsi di una relazione amorosa, se non ammettendo un iniziale, spiritoso corteggiamento di Montale e il maturare di «un’amicizia quasi amorosa, che non è però paragonabile a una storia d’amore». D’altra parte, nessuno dei due lasciò il proprio compagno di vita, anzi entrambi li sposeranno nel corso degli anni – così che il sodalizio tra Montale e Spaziani resta eminentemente letterario e foriero, c’è da augurarsi, di nuovi studi critici e documentali.



DUE POESIE


*

Se t’hanno assomigliato...


Se t’hanno assomigliato

alla volpe sarà per la falcata

prodigiosa, pel volo del tuo passo

che unisce e che divide, che sconvolge

e rinfranca il selciato (il tuo terrazzo,

le strade presso il Cottolengo, il prato,

l’albero che ha il mio nome ne vibravano

felici, umidi e vinti) – o forse solo

per l’onda luminosa che diffondi

dalle mandorle tenere degli occhi,

per l’astuzia dei tuoi pronti stupori,

per lo strazio

di piume lacerate che può dare

la tua mano d’infante in una stretta;

se t’hanno assomigliato

a un carnivoro biondo, al genio perfido

delle fratte (e perché non all’immondo

pesce che dà la scossa, alla torpedine?)

è forse perché i ciechi non ti videro

sulle scapole gracili le ali,

perché i ciechi non videro il presagio

della tua fronte incandescente, il solco

che vi ho graffiato a sangue, croce cresima

incantesimo jattura voto vale

perdizione e salvezza; se non seppero

crederti più che donnola o che donna,

con chi dividerò la mia scoperta,

dove seppellirò l’oro che porto,

dove la brace che in me stride se,

lasciandomi, ti volgi dalle scale?


(E. Montale, da La bufera e altro, 1956)



*

A Montale

il 12 settembre 1981


Tu ti cancelli e subito in altre forme ti annunci,

falsetto sapienziale di nebbia allegra,

antica palma adolescente, tremula

in un bemolle di acque strane.


La tua scomparsa è scandalo, è messaggio

che sconvolge interiori meridiani,

coinvolge il futuro e trascina

pitòsfori, bufere, termitai –


Potrà mai dileguarsi il tuo passo

per chi eredita quegli impervi segreti?

Il meglio della seppia è l’osso.

Il resto è per i cuochi.


(M. L. Spaziani, da La stella del libero arbitrio, 1986)


15/06/2021