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Terza voce

“TUTTI I SOGNI DEL MONDO”.
DENTRO ÁLVARO DE CAMPOS

di Antonio Fiori

Per nessun altro autore come per Pessoa suona vera l’affermazione di Octavio Paz: «Il poeta non ha biografia: la sua opera è la sua biografia». E suona vera, paradossalmente, anche per i suoi eteronimi. Fernando Pessoa è inconoscibile perché visse, e per sempre vivrà, celato in quei suoi «vari amici e conoscenti che non sono mai esistiti» (v. F. Pessoa, Una stirpe ignota, EDB, 2016). Ciò che ha provato a dire in prima persona resta parola esoterica, insondabile, sostanzialmente inattendibile per condurre un’analisi critica. Pessoa infatti non si riconosceva nel proprio volto, nella propria biografia, nel proprio quotidiano ‘consistere’ ed aveva scoperto che la storia si può misteriosamente riscrivere, che la realtà va ben al di là delle apparenze e che solo attraverso gli altri-da-sé, attraverso la vita e le gesta dei suoi eteronimi, poteva partecipare alla continua metamorfosi del mondo senza esserne trasformato.


Indimenticabile, tra essi, è il poeta (e ingegnere navale) Álvaro de Campos, che nasce nel 1890, si laurea a Glasgow e si stabilisce definitivamente a Lisbona nel 1926. All’inizio si nutre poeticamente di futurismo (Ode triunfal) ma poi emerge di lui un inatteso passato da dandy e un poemetto in quartine dal sapore decisamente ottocentesco (Opiário); in seguito vivrà una vita molto attiva, dove la poesia si alterna alla vis polemica letteraria e politica. Finirà però in solitudine, con qualche ingerenza, addirittura, nella vita del suo creatore (come quando arriverà a scrivere una lettera alla fidanzata dello stesso Pessoa). Tra le sue opere più belle, vanno ricordate Ode marittima – poema di navigazione ricco di allegorie e metafore, con momenti forti e ‘fuori tempo’ (come questi masochistici versi: «Costringetemi a inginocchiarmi davanti a voi! / Umiliatemi e picchiatemi! / Fate di me il vostro schiavo e la vostra cosa! / E il vostro disprezzo per me non mi lasci mai!») – e Tabaccheria, unanimemente considerata una delle più belle poesie in lingua portoghese: «Lui morirà ed io morirò. / Lui lascerà l’insegna, io lascerò dei versi. / Ad un certo momento morirà l’insegna, e anche i versi. / Dopo un po’ morirà la strada dove era stata l’insegna, / e la lingua in cui erano stati scritti i versi. / Morirà poi il pianeta ruotante in cui è avvenuto tutto questo».


Anche de Campos, come ogni eteronimo, va considerato persona e non personaggio, e dunque veroautore, pubblicato su riviste come Orpheus e Athenavero protagonista (sempre su Athena) di violente polemiche letterarie con il suo creatore, afflitto da una vera solitudine, benché alleviata dalla convinzione che la salvezza possa venire da un sogno (lo dice proprio in apertura di Tabaccheria: «ho in me tutti i sogni del mondo». Niente di più evanescente, in apparenza, ma è pensiero che riscatta le parole immediatamente precedenti: «Non sono niente, non sarò mai niente»). Ora, che la salvezza dell’uomo si possa trovare/nascondere in un sogno è, lo sappiamo, un’idea che ha radici antichissime (nel mito, nell’orfismo, nella tradizione biblica, la divinità cerca di entrare in contatto con l’uomo per ‘usarlo’, avvertirlo di un pericolo o indicargli la retta via), ma quel che colpisce in de Campos è l’intensità della convinzione e insieme l’indeterminatezza di questa salvezza. Vede insomma la fonte che ci può salvare, ma non sa chi salvi né da che cosa. C’è quindi una traccia di speranza nella deriva nichilista ed esoterica che segna l’ultima parte della sua vita.


Álvaro de Campos è il figlio più amato di Pessoa, che per lui ha messo più volte in campo il suo ortonimo, il ‘Fernando Pessoa’ con cui dialogava e polemizzava il poeta ingegnere. Ma specialmente tramite de Campos, Pessoa si è potuto avventurare fino ai limiti estremi della sperimentazione linguistica, più moderata negli altri eteronimi (Bernardo Soares, Ricardo Reis, Alberto Caeiro), dal profilo ideologico più stabile e con personalità meno mutevoli. Una presenza invasiva nella vita di Pessoa, si diceva, quella di Álvaro de Campos, talmente invasiva e concreta da suscitare la gelosia di Ofélia Queiroz (fidanzata di Pessoa), che non mancava di contestare allo scrittore la sua – quasi patologica – dipendenza da quell’eteronimo ‘così reale’.


È per queste ragioni, credo, per il tasso di ‘veridicità’ raggiunto soprattutto con de Campos, che sentiamo per Fernando Pessoa uno struggimento particolare, un misto di commozione e sorpresa che ce lo rende più vicino di Jorge Luis Borges, altro grande maestro dell’immaginazione, noto creatore di autori e di libri immaginari, ma che mai si è ‘consegnato’ per intero ai suoi personaggi. Così come lo sentiamo più vicino del nostro Luigi Pirandello, altro immenso indagatore del mistero dell’identità, ma troppo lucido e disilluso, sia sulla capacità dell’uomo contemporaneo di dare una svolta alla propria vita (nel Fu Mattia Pascal) sia di poter mai dare vera voce alle sue ‘maschere’ (in Sei personaggi in cerca d’autore).


     Sì, io, l’ingegnere navale, che sono superstizioso come una madrina campagnola,

     e porto il monocolo per non sembrare uguale all’idea reale che ho di me stesso,

     che a volte impiego tre ore a vestirmi e non per questo lo trovo naturale,

     ma lo trovo metafisico e se mi bussano alla porta mi secco,

     non tanto perché mi interrompono il nodo della cravatta, quanto perché mi accorgo che c’è la vita...


17/12/2020