Terza voce

MILLE E PIÙ MODI
PER DIRE “ASSENZA”

di Antonio Fiori

Se dovessimo indicare una costante nella produzione poetica d’ogni tempo, non avremmo dubbi: è l’assenza, nelle sue diverse manifestazioni.

Intanto c’è il misterioso iceberg del non detto, che spesso neppure affiora nel testo – si tratta di ciò che l’autore non ha voluto o potuto dire per le più diverse ragioni, quasi che ciascuna poesia celi in sé una potenziale altra poesia, che si sarebbe differenziata magari per una sola virgola o invece, clamorosamente, in tutto: stile, punto di vista, lessico, capacità evocativa (segnalo, sul tema, l’ottimo lavoro di Nicola Gardini: Lacuna: Saggio sul non detto, Einaudi, 2014, dove si portano numerosi esempi di vuoti letterari per arrivare all’interessante conclusione che gli autori, tutt’altro che incoscienti, tacendo alcuni eventi o discorsi, hanno ottenuto l’effetto di rafforzare la credibilità del loro racconto o della loro poesia).


Quel che di diverso si sarebbe potuto scrivere (o aggiungere) è dunque il fantasma che accompagna tutte le forme di scrittura, che strattona ad ogni riga tutti gli scrittori all’opera. E mentre la consapevolezza e il controllo di queste possibili alternative ne comporta necessariamente l’emersione – per cenni e allusioni – proprio perché il lettore ne noti l’abbandono e il successivo silenzio, la loro totale omissione diventa aperta sfida a scovare l’elemento indicibile, che appare allora un vero e proprio ‘tabù’.


Abbiamo poi i casi inversi, quelli delle ‘assenze tangibili’, in ragione delle quali addirittura nasce e si scrive la poesia. Si tratta di assenze-personaggio, oggetti d’amore impossibile o perduto, capaci di produrre nostalgie intense, pene lancinanti, persino pulsioni suicide. Ci sono inoltre – parenti strette di queste – tutte le poesie dedicate a persone cui l’autore era legato da sentimenti di amicizia e riconoscenza (qui soccorre la nobile lezione di Czesław Miłosz, che – ormai ottuagenario – scrive nei suoi diari: «Penso anche che, se potessi ricominciare da capo, ogni mia poesia sarebbe il profilo o il ritratto di una persona concreta, o più precisamente, un lamento sopra il suo destino»).

Ben si comprende dunque quanto la poesia – direttamente o indirettamente – sia debitrice dell’assenza.


Mi soffermerò adesso su due indimenticabili esempi del secolo scorso: Assenza di Jorge Luis Borges (1923) e Assenza di Attilio Bertolucci (1929). Entrambi gli autori si sono confrontati con l’argomento sin da giovanissimi, nelle rispettive opere d’esordio. Quando le assenze toccano profondamente, lo sappiamo, si assomigliano tutte. Eppure scopriremo che la differente sensibilità dei poeti conduce ad esiti opposti.


In Fervore di Buenos Aires, pubblicato da Borges nel 1923, incontriamo la sua Assenza, tradotta magistralmente in Italia da Domenico Porzio (J. L. Borges, Tutte le opere, Mondadori, 1984, I, pp. 62-63):


     Dovrò rialzare la vasta vita

     che ancora adesso è il tuo specchio:

     ogni mattina dovrò ricostruirla.

     Da quando ti allontanasti,

     quanti luoghi sono diventati vani

     e senza senso, uguali

     a lumi nel giorno.

     Sere che furono nicchia della tua immagine,

     musiche in cui sempre mi attendevi,

     parole di quel tempo,

     io dovrò frantumarle con le mie mani.

     In quale profondità nasconderò la mia anima

     perché non veda la tua assenza

     che come un sole terribile, senza occaso,

     brilla definitiva e spietata?

     La tua assenza mi circonda

     come la corda la gola

     il mare chi sprofonda.


Attilio Bertolucci pubblica Assenza – col tempo divenuta famosa – nella raccolta Sirio del 1929 (ora in A. Bertolucci, Opere, Mondadori, 1997, p. 22):


     Assenza,

     più acuta presenza.

     Vago pensier di te

     vaghi ricordi

     turbano l’ora calma

     e il dolce sole.

     Dolente il petto

     ti porta,

     come una pietra

     leggera.


Bertolucci sopporta il dolore perché la sua assenza è «una pietra leggera». Riesce anzi a trasformare il pur «vago pensier di te» e i «vaghi ricordi» in «più acuta presenza». E l’ora resta «calma» e resta «dolce» il sole.

Anche se il componimento tradisce l’ingenuità dell’esordio, rivela già l’animo mite del Bertolucci maturo, e – in nuce – il suo stile, con l’uso dell’ossimoro, della metafora e del progressivo cumularsi delle visioni naturalistiche. Non a caso è una poesia che ha retto il tempo, che continua a parlarci, invitandoci a non temere la sofferenza, nemmeno quella più insostenibile.


Borges si scopre invece fragile e impotente davanti all’assenza; si dispera, celebra un lutto. Borges qui non è ancora Borges: è un uomo in carne ed ossa, flàneur nella sua Buenos Aires, giovane innamorato. Il pensiero non lo aiuta a elaborare il dolore, che cresce a dismisura nel testo. Il poeta non è stato ancora affiancato dal prosatore e dal pensatore, non sa ancora quello che lui stesso ci insegnerà: che ogni esperienza è dubitabile e illusoria, che nemmeno la filosofia e la storia sono fonti di conoscenza, che anche il dolore diventerà ricordo del dolore e alla fine ci abbandonerà (anche se naturalmente è sempre limitativo giudicare la sensibilità giovanile con la mutata e complessa visione dell’uomo maturo). Borges tenta di esorcizzare la realtà attraverso l’annuncio di azioni distruttrici («Sere... / musiche... / parole di quel tempo, / io dovrò frantumarle con le mie mani») o di occultamento («in quale profondità nasconderò la mia anima») ma ben sapendo che lo sforzo sarà vano.


Come tutte le poesie fortemente compromesse col privato del loro autore, ambedue arrivano, a una prima lettura, in modo intenso e diretto e concentrano l’attenzione del lettore sulla perdita ‘concreta’ che lamentano. Ma nessuna poesia è scritta per una sola lettura, ed anche queste ci parlano e ci interrogano ininterrottamente, riverberando di volta in volta sfumature diverse col mutare della vita di ognuno, che, alla fine, avrà sia le cicatrici dell’assenza «leggera» di Bertolucci che quelle profonde dell’assenza di Borges.



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Fotografia © Ettore Sottsass


20/04/2021