di Federico Migliorati

     ah fossi un poeta russo oggi tranquillamente io potrei dirti: Vaffanculo

     ah fossi un poeta russo oggi ti farei un mazzo tanto di fiori d’illusioni mie

     e te le sbatterei sul muso come fossero le grandi verità del soviet supremo


Anticonformista corrosivo e cinico, diretto e costantemente sull’onda protestataria, incasellabile perché semplicemente fuori dagli schemi: Victor Cavallo (all’anagrafe Vittorio Vitolo) è stato questo e molto altro. Una vita dispiegata agli antipodi del potere e del predominio culturale, conscio che essere uno scrittore «anarco-sorco-situazionista» – come si definì con sagace ironia – significasse costruirsi un proprio alveo per lasciare che l’acqua scorresse pura e incontaminata, senza scorie di sorta.

Era il 22 gennaio 2000 quando se ne andava per sempre, portato via da una cirrosi epatica a distanza di un anno esatto dall’addio alla moglie Claudine, eppure, nonostante siano ormai passati oltre quattro lustri dalla sua morte, la sua lucida capacità profetica non sembra esserne stata scalfita:


     La morte nera genera mostruosi animaletti che mordono il cuore e fuggono immobili

     la morte nera abita l’ufficio postale l’anagrafe la questura

     il mondo come rappresentazione senza volontà

     È da ieri che volevo dirti che mi è finito il tu però mi sbaglio

     perché le ombre mi sussurrano vicino e chiamano la voce nella tempesta

     nel deserto nei portici i cani muti che mordono

     Bernini e Michelangelo) (bravi)

     è di tristizia questo vialone sbreccolato di nuvole e farmacie

     è di tristizia questo canto tutti insieme

     c’è tristizia...


Attore (noto per la sua partecipazione a vari film e serie televisive, tra cui La piovra e Ultimo) e soprattutto poeta della Garbatella, popoloso quartiere della capitale dov’era nato nel 1947 e di cui conosceva ogni anfratto, funestato urbanisticamente da quelli che chiamava «i signori della città», Cavallo sapeva creare versi limpidi e chiari nel loro lancinante, pungente sarcasmo. Dopo l’uscita di Ecchime (Stampa Alternativa, 2003), gran parte della sua produzione inedita è stata ordinata nel bel volume Non è successo niente, pubblicato nel 2020 dalla ’Round Midnight di Domenico Cosentino, che ha avuto il merito di ridare fiato e vigore alla memoria di questo originalissimo uomo della parola, un poco dimenticato nell’Italia benpensante. Vi rinveniamo citazioni impressioniste, un tonitruante pastiche, l’uso di più idiomi, un mondo di idee, azioni, reazioni e costrizioni.

Figura di ombre, penombre e malombre, Cavallo ha davvero abitato la soglia, tra vizi (l’alcol e prim’ancora, nei ruggenti ’60/’70, le sostanze psichedeliche) e virtù, rifuggendo compromessi, adulatori e opportunisti. Non fu aiutato da un carattere irruento e impulsivo che lo rese oltremodo scomodo, irreggimentabile. Ma Cavallo ha anche rappresentato un’icona degli ultimi decenni del secondo millennio, un protagonista di Roma, un artista capace di valicare il tempo, di trasformare banalità e volgarità per mezzo di un linguaggio scabro ed essenziale, sempre teso al vero. In lui coesistono paure e allucinazioni, visioni e storie ideali, un coacervo, talvolta un guazzabuglio di pensieri estrinsecati con feconda naturalezza, senza sovrastrutture mentali né preconcetti. Non conosceva mezze misure, libero di essere sé stesso, al di là delle convenzioni sociali, libero di portare la propria prorompente fisicità nei territori borderline della capitale come nei quartieri più in, libero di esprimersi per decifrare il mondo, libero – come direbbe Aldo Busi – perché non alla mercé di potenti, di parrocchie o di congreghe da cui sdebitarsi.


«E come mitici elefanti andremo tutti verso Chernobyl, diventeremo verdi e gialli e mangeremo solo muschio e varechina».


Vissuto tra mille ossessioni – tra sfiducia e pessimismo, depressione e mediocrità –, indomabile fino alla fine, in lui il verso subisce una torsione, si spoglia di ogni grammatica, veleggia in territori linguistici scevri di orpelli, regole o gabbie formali, lasciando trasparire quella vena istrionica e quel tagliente sguardo sull’esistenza che certamente hanno contribuito a ritagliargli uno spazio unico nel panorama culturale di fine Novecento:


     Finora niente bombe se non quelle alla crema e marmellata

     A Pasqua vorrei fare una passeggiata tra i rasoi arrugginiti.

     Camminare nel tabacco e capire perché ancora questo freddo tra i gelsomini grigi e

     i viali impolverati. apatia zero, tutti. io ho dimenticato quale treno

     aspetto, quale persona, quale cosa. Una luminosa lumaca turchese.

     un barattolo di fiori secchi la pioggia il suono dei Camions.

     delle macchine che tostano caffè. Schiacciano il DNA.

     eh Smettila di essere sempre negativo. disse lei. Ti ricordi Malcom X. Quando diceva

     che l’elenco della merda era già concluso. E ora. disse lei.

     Vorrei parlare di Trieste del lungomare dell’acquario dell’iridescenza

     o di Capri quando l’azzurro è così intenso che brucia ogni lacrima

     vorrei parlare di una giornata particolare, la gazzetta rosa, gli occhi chiusi,

     sentirmi nulla come un fiore sparso al vento,

     maledetti i treni che arrivano gli appuntamenti esatti

     maledetti gli incontri le parole la diarrea le bolle, muoversi sull’asfalto

     come coccodrilli secchi.

     chi può parlarmi d’amore se non qualche ricordo antico.

     solo il passato mi sussurra ancora.

     il resto, sbaglierò, ma è amaro.



*

Immagine di copertina: Victor Cavallo nella sua casa, 1980 (Archivio Luce)


05/04/2022

Sulla soglia

VICTOR CAVALLO:
COME UN ALBERO DI MIMOSA
SULLA STRADA DELL’ECCESSO