di Federico Migliorati

La ‘cifra’ che connota l’esperienza di vita e professionale di Valentino Zeichen (nato Giuseppe Mario Zeichen, Fiume 1938 – Roma 2016) appare essere quella della irregolarità dando a tale termine un’accezione che si snoda tra la genialità e l’anticonformismo.

Il poeta romano, vissuto in una casa-baracca nei pressi di Piazzale Flaminio Roma, aveva fatto della sua condizione quasi da deraciné un elemento di distinzione. Caustico, tagliente, severo con sé stesso e con gli altri, egli ci restituisce, da che il silenzio è calato sulla sua parabola terrena, un’immagine nitida, non sempre adeguatamente presa in considerazione nemmeno dalla critica letteraria, ma che emerge bene nel profluvio delle sue opere e in particolare nei diari che la Fazi, casa editrice coraggiosa, ha inteso dare alle stampe ormai una ventina di anni fa e nei quali i tic caratteriali, la sferzante penna, le riflessioni sul mondo e sull’esistenza, i versi imparentati con la prosa tratteggiano una figura assolutamente originale in grado di fornire nuova linfa a quanti volessero occuparsi ulteriormente di lui.


Zeichen ha scelto di vivere in limine, sulla soglia (per usare il titolo di questa nostra rubrica), affacciandosi certo sulla società e sui costumi del tempo, specie negli ultimi anni quando malcelata si fa strada la volontà di incidere nella letteratura, di lasciare una traccia importante del suo operato, ma sempre con una solitudine sociale di fondo che gli è valsa disprezzo e ostracismo da parte di molti.

Non sufficientemente compreso, poco amato, attratto sempre dalla bellezza femminile e dall’erotismo (nella sua cassetta delle lettere, sovente ostaggio delle vespe, attendeva costantemente lettere d’amore), con un debole per il fumo e soprattutto per l’alcol che ne minò il fisico, sosteneva che «i soldi in pugno hanno qualcosa di vivente», forse perché ad onta della notorietà acquisita era sempre desideroso di possederne, tanto da definirsi un «poeta stimato ma povero», «un pessimista filosofico» in costanti difficoltà finanziarie.


Fu, come Cardarelli (che era in possesso della sola licenza elementare), un letterato autodidatta, che si era fatto da sé, senza avere alle spalle né studi robusti né consorterie a spingerlo verso la notorietà. Per tutta la vita si considerò «morto interiormente», già anziano anzitempo: era un artista da cui non si poteva prescindere e in questo senso probabilmente o lo si amava o lo si odiava, senza mezzi termini, prendere o lasciare.

Legatissimo alla madre, si compiangeva quando in età avanzata dovette sopprimere quelli che erano i suoi vizi principali. Aveva in odio le convenzioni sociali, la finta diplomazia dei buoni sentimenti. Non nutriva stima per i suoi colleghi poeti soprattutto per quanti si facevano belli dietro una maschera di ipocrisia (e di quanti, ancora oggi, avrebbe riso?).


Perennemente borderline («Fra duplici tendenze / vengo spartito equamente / in due mezzi poeti / in attesa di riunione. / Oscillo fra Petrarca e Rabelais, / tra l’angelo e Pantagruele»), Zeichen, poeta epigrammista («È bene tenere le unghie corte / lo stesso vale anche per i versi; / la poesia ne guadagna in igiene»), si era costruito una solida conoscenza delle più svariate discipline: poteva conversare con efficacia tanto di letteratura, di arte («sono un verme neoclassico», diceva di sé), di geopolitica, di calcio (tifosissimo dei biancazzurri laziali) quanto di fisica quantistica o di astrofisica, a riprova di una volontà indòmita di apprendere e assorbire cultura in quella casa-baracca che lo aveva, suo malgrado, reso oltremodo celebre.

Qui soleva spesso invitare a cena, quando non era lui l’ospite qua e là nelle varie case, amici, colleghi, personalità che lo avevano in stima: rigoroso nel cibo, che cucinava personalmente (sosteneva che il ruolo di cuoco avesse ormai preso il sopravvento su quello di poeta), si rilasciava ad amabili conversazioni, ma era altresì capace di pesanti giudizi ai limiti dell’offesa.


Dai suoi diari possiamo cogliere qualche altro tratto biografico: «Come mi vedo io? Recentemente mi sono accorciato i capelli più del solito. A causa del taglio insolito mi pare di rivedermi nel corrigendo che sono stato, fuggito da una casa di rieducazione. Lui crede che quarant’anni dopo lo stiano ancora ricercando».

La sua sincerità, il suo temperamento talvolta eccessivamente aspro emergevano ogniqualvolta sentiva su di sé l’ingiustizia, il mancato riconoscimento di scrittore di versi a tutto tondo: arrivava così a denigrare quei premi letterari che mettevano in luce, a suo dire, autori privi di talento o che servivano esclusivamente ai promotori per attorniarsi di editori dai nomi celebri. Non sopportava arroganza e meschinità, come si evidenzia in questi versi:


     Nonostante fossi più celebre

     di tutti costoro messi insieme,

     gli abitanti villani,

     i ricchi addossati alla collina,

     tanto hanno tramato che

     m’hanno sfrattato dalla baracca

     demolendola, là in basso.


In filigrana, quale cartina di tornasole della sua esistenza, sempre l’ironia, più o meno sferzante: credeva in Dio e auspicava che nell’aldilà qualche suo ‘ministro’ potesse infliggere torture a quegli scrittori che sono stati supponenti e superbi in vita («negherebbe loro carta e penna, proprio mentre le idee che non venivano loro in vita ora gli verrebbero nitide e chiare. Non poterle fissare, non sarebbe questa la peggior tortura?»):


     Si dice che la poesia

     manchi di vero slancio,

     che non sappia più volare

     poiché non più sorretta

     dai grandi angeli alati.

     Che farci? È un mondo

     di poeti atei che volano

     preferibilmente in aereo.


Sì, forse è davvero il caso di riprendere in mano la sua ampia produzione e rendere giustizia a questo pungente irregolare, che ancora molto può dire e insegnare, malgrado tutto, alla nostra epoca.



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Fotografia © Dolores Smart


16/09/2021

Sulla soglia

VALENTINO ZEICHEN:
“TRA L’ANGELO E PANTAGRUELE”