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di Giuseppe Ferrara

Quella di Claudia Ruggeri è una poesia «di angeli neri che bevono lu mieru fino allo stordimento», «di lampi di luce in zone oscure che danza tra misticismo e carnalità», tra una sposa barocca salentina e una selvaggia goliarda siciliana, una gargoyle beffarda «che fa acrobazie sui cornicioni di cattedrali» e – come ha scritto Augusto Benemeglio – «una madonna della sconfitta, dell’incertezza, della nostalgia».

Ma soprattutto è una poesia che andrebbe citata, e alla quale si dovrebbe attendere come a un’esperienza teatrale. Fu Wystan H. Auden ad affermare che «i poeti non sono da criticare ma da citare» perché «dire è ridire, scrivere è riscrivere, parlare è citare»; e Hannah Arendt avrebbe poi aggiunto che la voce del poeta è «un ponte tra il mondo e l’inesprimibile».


Ecco, Claudia Ruggeri nata a Napoli il 30 agosto del 1967 e tragicamente scomparsa a Lecce il 27 ottobre 1996, incarna questa verità: i suoi versi non si prestano a dissezioni fredde, ma chiedono di essere letti ad alta voce, come una nenia barocca che riempie il silenzio del vuoto esistenziale:


     la sua sparizione non ebbe l’ordine

     degli organi; l’anello che cattura

     e azzera l’estensione; il Tondo

     che addormenta. Piuttosto fu

     una Visita, una punta

     dell’anima che sbenda

     l’amante distratta lo castiga

     ad una vista che non stuta; a questo evo

     del randagio tra mezzo ad un atlante

     che inonda non avviva e che voce che corre

     che erra che manca che Debolezza poco

     poco peso poca memoria poca: non evacuare

     e svilupparsi tutte quanti l’ali


Trasferitasi da bambina nel Salento con la famiglia (padre leccese, madre napoletana), Claudia cresce immersa in un paesaggio di luci e ulivi contorti dall’incandescenza del sole della capitale del Barocco – un paesaggio che diventerà il fondale onirico dei suoi versi.

Studentessa brillante di Lettere e Teologia all’Università del Salento, frequenta laboratori poetici dove incontra voci come Antonio Verri e Dario Bellezza e intraprende una breve ma intensa corrispondenza con Franco Fortini, a cui dedica la sua opera principale, inferno minore.


     così, dal Colmo, ormai nuoce

     il dimandar parenza, come

     il Distrarsi. Lasciatemi

     a questa strana circostanza. Qui

     so, con il mio amore, e con chiunque

     vi arrivi, che a questo inferno

     minore, tutto è minore; medesimo

     è solo il Carnevale [...]


Eppure la sua vita è un turbine di tormenti: disturbi psichici e fisici (se mai davvero fosse possibile separare dentro e fuori) la consumano, fino al gesto che porrà fine alla sua vita, a soli 29 anni, dopo una confessione in chiesa che sembra un atto finale di fede laica. 

La sua produzione, pubblicata postuma, resta un urlo incompreso, per dirla con Stefano Bardi: due raccolte incompiute, appunto inferno minore (1988-1990) e Pagine del travaso (inedita fino al 2018), che esplodono in un linguaggio ibrido, tra dialetto salentino, neologismi e citazioni dantesche e bibliche.


     [...] e volli

     il “folle volo” cieca sicura tuta

     volli la fine delle streghe volli

     

     il chiarore di chi ha gettato gli arnesi

     di memoria di chi sfilò il suo manto

     poggiò per sempre il Libro [...]


Per usare le parole di Mario Desiati, la sua poesia è un barocco non decadente, il cui virtuosismo linguistico sfida il lettore nella mescolanza tra aulico e volgare, sacro e profano, attraverso una sintassi frammentata che evoca l’horror vacui del Seicento leccese. Più che mera sperimentazione, è insomma un disperato tentativo di colmare l’abisso interiore.

In inferno minore – ispirato alla catabasi dantesca ma capovolto in un ‘inferno secondo’, personale e per nulla arrogante da non meritare neppure la maiuscola – emergono il tema archetipico del matto, del folle divino, Hölderlin, il tarocco e la sua lotta intrinseca:


     come se avesse un male a disperdersi

     a volte torna, a tratti

     ridiscende a mostra, dalla caverna risorge

     dal settentrion, e scaccia

     per la capienza d’ogni nome (e più distratto

     ché sempre più semplice si segna ai teatri,

     che tace per rima certe parole….).

     

     Ma è soprattutto a vetta, quando buca,

     dove mette la tenda e la veglia

     tra noi e l’accusa, se ci rende la rosa

     quando ormai tutto è diverso che fu

     il naso amato l’intenzione, che era

     la pazienza delle stazioni e la rivolta… e la beccaccia

     sta e sta sforma il destino desta l’attacco l’ingresso disserta

     la Donna che entra e fa divino ed una luce forsennata

     e nuda, e la mente s’ammuta ne la cima

     e la distanza è sette volte semplice e il diavolo

     dell’apertura; ecco, chiediti, come il pensiero sia colpa [...]


La Beatrice di Ruggeri non è guida celeste, ma eco di un dolore che non si disperde. Il verso si arriccia baroccamente su sé stesso, cita Dante per tradirlo, per tramutare la salvezza in smarrimento.

Qui non si critica il mondo, bensì lo si ricrea ingioiellato di citazioni, rimandi e riscritture – da Campana a Saba, da Melville al Cantico dei Cantici –, come notava lo stesso Fortini, raccomandandole di fare piazza pulita dei modelli per abbracciare la sua nuda voce.

Ma è in questo furto d’amore che risiede la sua forza, la sua resistenza volante, ribelle alla gravità del nulla, al peso che la assolve da qualunque peccato.


In Pagine del travaso il tono si fa più intimo, quasi testamentario: il travaso rimanda all’immagine di un transito, di uno sversamento di sangue e inchiostro verso l’assoluto perduto. La fede si mescola all’eresia, il desiderio erotico al mistico in un ritmo che, secondo Germana Dragonieri, ricorda un mantra del respiro e forse, chissà, quel silenzio che, di fatto, è il mantra perfetto.

Ne è un esempio il ciclo ispirato al Cantico dei Cantici, dove la Sulamita diventa alter ego della poeta, in cerca dell’amato che sfugge:


     Mi do a distruggere quel fiore

     che mi tieni tra i denti

     e che non è per me.


Il fiore (simbolo di vulnerabilità) è desiderio negato. Claudia non prega, invoca, in un’estasi precipitosa verso il basso. La sua voce – registrata nelle rare occasioni pubbliche in cui (re)citava i versi con un cappello rosso e un vestito nero – ipnotizza come quella di una bambina in un bordello, rivelandone la natura.


Oggi – specie grazie a recenti edizioni (Poesie, a cura di A. Cudazzo, Musicaos, 2018; Uovo in versi, a cura di A.M. Farabbi, Terra d’Ulivi, 2015) – Ruggeri non è più poeta dimenticata, bensì cultu di un Salento poetico vivace. La sua eredità è quel che Auden ci ha ricordato all’inizio: un invito ad essere citata ma non spiegata, a compiere un balzo nel vuoto che, almeno per un istante, ci salva dal precipitare:


     Non cambiarmi le valvole padrone non cambiare i miei circuiti logori ma

     lasciami morire. Ritorna alla tua terra tra le stelle, lasciami sola in questo

     mondo ostile ove l’acciaio non resiste agli acidi.

     

     Ben altre sfere e ruote gireranno per te nell’ universo ed io fioca scintilla

     nell’infinita fiamma lascia che in questo istante mi consumi.

     

     Nel mio cervello elettrico solo un circuito ancora regge il carico, quello della

     preghiera, perciò ti prego non cambiar le valvole, non aggiustare i miei

     circuiti logori ma lasciami morire.

     

     Oh si ti prego, lasciami morire.


23/04/2026

Sulla soglia

COME UNA LADRA D’AMORE.
SU CLAUDIA RUGGERI

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