di Federico Migliorati

     Tutte dolcezze sono alle dita

     di rosa l’abito tinge

     lungo l’azzurro pieno, come ti chiamavo

     a cancellarmi, quaggiù, ti prego.

     Per te, io ti, io te sono

     che mi contiene nel tremante ricorso

     del tuo silenzio vienimi incontro

     orizzonte e allarga esso.


Quale sia lo scarto che incrina il passaggio terreno sino ad aprire alla morte, la cesura che volutamente si impone e irrompe come termine di una (breve) esistenza, è materia da psichiatri; eppure anche la letteratura sa fornire una chiave di volta o un elemento che, se non può concretamente spiegare il ‘salto nel buio’, riesca quantomeno a decifrare in controluce gli stimoli, i messaggi custoditi nel mare delle parole.


Di Nadia Campana, giovane poetessa spentasi a 31 anni, nel 1985, dopo essersi gettata da un cavalcavia di via Corelli a Milano, è tuttora forte l’eco non già o non solo per una scelta così dirompente, che in qualche misura la accomuna alla Cvetaeva (che apprezzava anche se le incuteva ‘paura’) o all’amata Antonia Pozzi, bensì per i suoi versi che aggettano su territori inesplorati di felicità e serenità – sentimenti, invero, da lei raramente abitati.


Romagnola di Cesena, Nadiella (suo nome all’anagrafe) trascorre l’infanzia e l’adolescenza in campagna. La morte prematura del padre è un primo dramma che si trova a gestire e che definirà «spergiuro della mia infanzia», un lutto che la segnerà per sempre e a cui non farà mancare alcuni rimandi poetici, nella sua fragilità e nella sua costante ricerca di affetto:


     Ho fatto un grande sogno ma non ne ricordo

     niente babbo amiamo le teste bruciate

     dell’amore ma non la misericordia e

     i chiodi come coltelli di gelosia

     tra poco cadrà la strada su di te

     ...


Precocemente scopre la passione per la poesia e, dopo la laurea conseguita in Lettere a Bologna, a 24 anni sceglie Milano quale luogo dove cercare di esprimere la propria personalità, intessere amicizie proficue, eccellere nell’ambito della sua particolare vocazione.


Si tratta di una lirica frastagliata, sovente incrudelita dagli eventi, poco incline alla punteggiatura e che assorbe il trascolorare delle stagioni verso l’ultima, anzitempo raggiunta: se nella prima parte della sua vita vi è un fluire quasi continuo, nella seconda, finale, assistiamo invece a un maggiore scollamento tra i versi. Addentrandoci in essi è possibile intravedere il doloroso cammino quotidiano: Nadia si sente un «folle mago», in perenne «precario equilibrio» su strade mai pienamente compiute per via del solco oscuro che l’avrebbe inghiottita:


     spira il vento che assomiglia a pietra

     sporge la gamba

     accenna un passo di danza

     s’incrina il bacino

     ...


Ma la tregenda è anche fonte di ispirazione, prolifica dimora dell’anima:


     Nel centro dell’uragano

     la calma semplice, so che è meglio

     aspettare, in piedi occhi socchiusi

     abbacinati dal sole contemplando

     il tramonto come gabbiani reali.

     Le portate della domenica

     sono frutto di pene, orologio

     che rintocca nella pineta.


Insieme alla Pozzi, in questo excursus non è possibile dimenticare il ruolo svolto da Milo De Angelis (curatore assieme a Giovanni Turci della silloge Verso la mente, uscita postuma nel 1990, in cui è condensata gran parte della produzione della Campana) e da Antonio Porta, il poeta sul quale la nostra incentrò la tesi di laurea (con relatore Luciano Anceschi, amico-ideologo della Neoavanguardia) e che fu da lui aiutata soprattutto in occasione della pubblicazione di Le stanze d’alabastro (Feltrinelli, 1983), vasta traduzione delle poesie di Emily Dickinson – autrice, quest’ultima, che ci sembra legare con la storia della Campana («l’unica cosa che l’aggancia alla storia è la parola»), in quello snodarsi di dolcezza rappresa e inquietudine costante:


     il tempo

     è il mio agonizzare quando mi allontano e vado

     a raggiungere la siepe di tutti i giorni

     dove resta impigliata la maglia si strappa e non

     è che brandelli.


I versi, dunque, come unico vero amore della romagnola («una voglia di esperire il tutto nel linguaggio»), in un battito di vita nella quale l’amicizia non le ha garantito la salvezza dal baratro («non aspetta niente nessuno»).


Di lei ha parlato con acume e nostalgia Maria Pia Quintavalla, che pure le fu vicina e sodale: «Quando la conobbi era il volto radioso della giovinezza stessa, ma nell’aprirsi più esposto più splendente, più feribile alla vita. Da tutto proveniva, a tutto era interessata, era sola: sotto il taglio (la scure) della poesia»:


     odore di

     erbe

     io vengo a farmi in te

     vuoto fedele

     a un tratto nel regno

     le cose sono brezza

     leggere senza pensiero


22/12/2021

Sulla soglia

“COME SACRAMENTI
DELLA NOTTE”:
NADIA CAMPANA
E LA PAROLA IN TUMULTO