di Federico Migliorati

     Ho invocato una volta gioia senza limiti,

     ho invocato una volta dolore, senza fine come lo spazio.

     Davvero la modestia cresce con gli anni?

     Bella, bella è la gioia, bello è anche il dolore.

     Ma più bello è stare sul campo della sofferenza

     con cuore placato e vedere che il sole risplende.


La voce, l’esperienza di Karin Boye risplendono nel primo Novecento ad onta di una fama che non ha ancora raggiunto in tutto il mondo: risplendono certo per quella straordinaria espressione letteraria che ha abitato in maniera feconda i territori della prosa e della poesia, elevando forte il grido acuto di una vita mai doma, di una incielata corsa alla bellezza.

Svedese di nascita la Boye, i cui natali nel 1900 a Göteborg scandiscono il rintocco del nuovo ‘secolo dallo spirito distruttivo’, attraversa gli anni con la leggiadria di una presenza gentile e caparbia pur nella malinconia che ne contraddistingue il temperamento: coltissima, estroversa, precorre i tempi e prefigura quella deriva totalitaria che tra Unione Sovietica e Germania hitleriana avrebbe sconvolto il Vecchio Continente.


Dopo gli studi acquisisce gli strumenti della scrittura proiettandosi con un felice esordio nel mondo della letteratura. finendo per rappresentare un nome di spicco del panorama nordeuropeo (che però in Italia solo Iperborea ha adeguatamente valorizzato e promosso). Inizia a comporre in prevalenza racconti affinando la sua penna, in seguito, con le opere in versi. Si diletta in svariate discipline mostrando fin da giovanissima una vivace ed eclettica curiosità: si interessa di etica, di psicanalisi, di filosofia, di mistica orientale, di religione con l’adesione al buddismo (in cui rinviene gli elementi precipui di un rapporto simpatetico, totalizzante, con la natura concepita come insieme di forze primordiali e luogo ideale per l’umanità). Si avvicina al cristianesimo di cui tuttavia rinnega aspetti quali la responsabilità individuale e l’etica del sacrificio. Non le è di troppo conforto il matrimonio contratto con Leif Björk, figura di rilievo del movimento pacifista, socialista e antinazionalista Clarté che, intorno al 1920, stimola molte delle idee della gioventù svedese: dopo sette anni, infatti, la scrittrice decide di porre fine a un’esperienza sentimentale mai pienamente condivisa, se non forse sul piano politico con l’adesione di entrambi al Partito Socialdemocratico. Si succederanno a livello affettivo relazioni instabili, anche omosessuali, in un’epoca non ancora pronta ad accogliere le istanze di genere.


Versatile, dotata, amante dei viaggi (spazia in particolare dalla Russia alla Jugoslavia), è attenta alle novità che l’ambito culturale reca nel mondo come il filone surrealista. Lavora come traduttrice e approfondisce i testi più in voga del tempo con un’attenzione rivolta soprattutto ai versi di Rilke, a Nietzsche (che definisce «il nuovo Colombo»), alla prorompente dolcezza di Whitman, anche se forte rimarrà in lei l’influsso di alcuni autori connazionali (a partire da quel Pär Lagerkvist che assurgerà a modello per larga parte degli scrittori svedesi, specie dopo il Nobel per la Letteratura conseguito nel 1951 con Barabba).


La sua vena artistica si fa apprezzare – nella numerosa serie di opere in prosa – con il romanzo dispotico Kallocaina (1940): qui, nello Stato che tutto controlla raccontato dalla Boye, è facile rinvenire un rimando reale al periodo del nazismo, che proprio in quegli anni getta i suoi mortali tentacoli verso il popolo ebraico. Il travaglio della sua breve esistenza è riassunto in un passo di Kallocaina: «Si ha un bel parlare dell’amore come di un concetto antiquato e romantico, ma io temo che esista, e che contenga, fin dall’inizio, un elemento di indicibile dolore. Un uomo è attratto da una donna, una donna da un uomo, e per ogni passo che compiono avvicinandosi, sacrificano una parte di sé; una serie di sconfitte, dove non si aspettavano che vittorie».

Nell’autrice il dramma interiore nasce dalla contrapposizione tra felicità e infelicità, tra sussulti d’amore e ricadute che sfociano non di rado nella disperazione e nel disincanto.


Di poco precedente al romanzo è il viaggio (agognato, soprattutto in virtù del suo amore per la cultura classica) in Grecia, forse una delle ultime stille di gioia che la vita le riserva.

Tenta più volte il suicidio, arrivando a confessare che la morte non è una maledizione o un troncamento dello spirito vitale bensì un atto riparatore, almeno per lei che si addebita la colpa di «rendere tutti infelici». Anche nei versi traspare il dramma: «Il fiume di sofferenza», l’amore che annega nell’odio… «sei luce e tenebra in duplice coppa», «sei il giorno e la notte in duplice coppa».

In fondo a ogni esperienza umana, si può nondimeno intravedere un refolo d’aria pura, un bagliore che scintilla, se ci si lascia avvolgere dalla speranza che mai evapora: «Tutti noi abbiamo una grazia da attendere – un dono che nessuno rapisce».


Nell’aprile 1941 il corpo della Boye viene ritrovato senza vita in un bosco di Alingsås: si completa così quell’intima connessione con la natura da lei sempre bramata, nell’esatto momento in cui la sua cara Grecia subisce l’assedio e la sconfitta ad opera dei tedeschi. È lo stesso anno in cui si procurano la morte altre due formidabili donne della letteratura: Virginia Woolf e Marina Cvetaeva. Può darsi, come la Boye, in cerca di un riscatto dall’esistenza.


     Il giorno sazio non è mai il più grande.

     Il giorno migliore è un giorno di sete.

     Ci sono certo meta e significato nel nostro viaggio –

     ma è la strada che vale la fatica.

     La meta migliore è il riposo di una notte,

     dove si accende il fuoco e il pane si spezza in fretta.

      Nei luoghi dove si dorme solo una volta,

     il sonno è sereno e il sogno pieno di canto.

     Andiamo, andiamo! Nasce il nuovo giorno.

     Senza fine è la nostra grande avventura.



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Fotografia © Rui Palha


16/02/2022

Sulla soglia

NEL GIORNO E NELLA NOTTE
DI KARIN BOYE