di Federico Migliorati

     Penso

     che il paradiso

     sia ciascuno di noi

     quando dimentica

     il suo nome.


Dalle propaggini di Sanremo nella città vecchia della Pigna alle lande della Bassa bresciana dove scelse di dimorare negli ultimi anni prima della scomparsa: Luciano De Giovanni (1922-2001), il ‘poeta stagnino’ come ebbe a soprannominarlo Carlo Betocchi, è da diverso tempo sotto la lente d’ingrandimento della Fondazione Mario Novaro di Genova che ne sta promuovendo incessantemente l’opera con un’attività di scavo e di approfondimento oltre che di catalogazione della sua ricca produzione.

Nato nell’antico vicolo del Frantoio a Sanremo, in quella piccola «casa vicino al torrente» che dà il titolo alla sua autobiografia, lungo le ‘fasce’ digradanti della città, strinse amicizia con Italo Calvino, più giovane di lui di un anno, con il quale condivise confronti e stimoli culturali pur tra opposti mondi: da una parte il letterato puro in una famiglia di scienziati (la ‘pecora nera’), dall’altra un poeta per passione che nella vita si dedicò a tutt’altra professione per mantenersi, ma che ai versi e in parte anche alla prosa fu devoto. «Lo scrittore dev’essere un gran signore. Per gran signore intendo anche uno che fa lo stagnino tutto il giorno e la sera, se gli viene, scrive versi. Non è una figura retorica: almeno uno n’esiste, io lo conosco» (Calvino).


E quanto intensa è stata la presenza di De Giovanni nella materia viva della scrittura, uomo abile a reinventarsi continuamente, da portalettere a idraulico (da qui il termine ‘stagnino’) come il padre, acuto osservatore della realtà come dimostrano i suoi scritti: la prima recensione di pregio risale al 1956 ed è firmata da Carlo Betocchi, poeta allora ormai al vertice della maturità.

I soggetti delle sue produzioni sono piccoli idilli naturali, sguardi semplici sul mondo catturato con sapiente melodia, emozioni cristalline e svelate al lettore con un lirismo pieno di candore, ingenuità e stupore. Non temiamo di avvicinare certa sua produzione in versi agli aforismi: così diretti, così arguti, così veri nel suo dire rapido e breve. Prendiamo per esempio la poesia posta in esergo di questa riflessione: come non coglierne la tensione verso l’infinito con quel «paradiso» che, seppur citato in minuscolo, lascia immaginare sconfinata felicità, senza spazio né tempo: il nome, il segno distintivo che ci viene imposto alla nascita, ci toglie, ci impedisce di ascoltare il richiamo all’assoluto, deprivandoci di una possibilità di salvezza nella gioia. L’anagrafe, dunque, quale limite al sogno, all’oltre che ci è dato in questa vita, spesso soggetta a vincoli, forzature, compromessi, deviazioni rispetto al corso della natura.


Con Betocchi ad interessarsi di De Giovanni fu, tra i tanti, anche Pablo Neruda: siamo nel 1959 e in una missiva autografa il Premio Nobel lo definisce «poeta vero: come si tocca la sua poesia si tocca la verità. Ogni suo verso è una goccia di acqua vera». Una verità mai banalizzata: certo De Giovanni, come detto, era autodidatta, non si dedicò a tempo pieno al mondo delle lettere, non era insomma un addetto ai lavori e, forse anche per questo, poteva suggerire una certa ritrosia all’uomo di cultura in senso stretto.


Una decina le raccolte di poesie che compose nella sua lunga attività, arricchita da numerose collaborazioni a riviste e giornali e dall’autobiografia (che giustamente il critico Stefano Verdino preferisce definire ‘libro di memorie’) nella quale rievoca soprattutto la sua infanzia e giovinezza nell’estremo ponente ligure, terra aspra e affascinante allo stesso tempo, da cui si distaccherà solo alla metà degli anni Novanta per prendere dimora nella bresciana Montichiari dove, dal 1973, risiedeva l’amata figlia Annamaria che scelse di raggiungere. Qui abitò in un’elegante casa ancora oggi esistente all’inizio di via Pietro Zocchi Alberti, una tortuosa strada del centro che conduce a uno degli antichi mulini.

Diversi suoi concittadini lo ricordano con affetto e con una malcelata vena di commozione: lo rivedono per i quartieri della città, pronto a donare i suoi versi vergati su piccoli fogli di carta: ai più fortunati capitò in regalo qualche sua raccolta, oggi gelosamente custodita.


«A uno scrittore l’essere visto di persona non giova», disse in un’intervista del 1974 Calvino, che esce e rientra spesso nell’esistenza dell’amico: così è stato per De Giovanni, che ha frequentato il mondo della poesia mantenendosi lontano da consorterie e intrallazzi, sincero e spontaneo nella sua nudità letteraria, attento a cogliere il profumo di un’esistenza senza mai sbandierare false fedi o inguaribili ottimismi di facciata. Prendiamo ancora qualche suo verso: «Gli uccelli possono volare perché sono innocenti, non è questione d’ali». Qui siamo di fronte a un epigramma che cela nel profondo l’amore per la natura e gli animali, innocenti e quindi capaci di spiccare il volo. Librarsi in aria è, in fondo, il massimo della libertà, l’accecante desiderio che già Icaro tentò di esaudire invano: una libertà che va ricondotta alla capacità di non mischiarsi con il male, con il negativo, ed ecco perché l’uccello vi riesce, poiché, privo di malizia, non conosce errori o peccati.


La poesia di De Giovanni è andata rarefacendosi e asciugandosi nel corso degli ultimi anni finendo per assumere una forma sempre più concisa, breve, gnomica, come dimostra la raccolta Stanzette, curata con acuto occhio critico da Guido Piacentini e Toni Romanelli: «Accettarsi come il pesco / che sboccia mille fiori / per poche decine di frutti. E non raccoglierli / nemmeno tutti» ne è un esempio calzante. Il fluire del suo pensiero, privo di sovrastrutture mentali, porta a riva l’intero magma dei sentimenti, fondendo visione ed emozione in liriche appassionate e sincere, un lascito prezioso da custodire e riscoprire in questo tempo mefitico e doloroso:


     Parola così maltrattata,

     eppure unico possibile

     approccio con l’impossibile!

     Finita la poesia,

     taci, mortificata.



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Fotografia © Fan Ho


12/02/2021

Sulla soglia

IL VIZIO DEL VERO. INTORNO
A LUCIANO DE GIOVANNI