di Federico Migliorati

     Di luglio, al lungo sole della sera

     le case stanno appese

     in un silenzio d’arnia dopo il volo.

     Ragazzi se ne vanno alti leggeri

     giù per la via. Farfalle

     svolano le ragazze.

     All’ombra delle tende azzurre gialle

     approda il vecchio. Siede,

     guarda intorno la scena: mitemente,

     nel suo castello d’ossa si consola

     di farne ancora parte.

     Ma l’anima – è in disparte.


La storia della letteratura è costellata di ingiusti silenzi su autrici e autori di vaglia e di altrettante eccessive attenzioni riservate a protagonisti lontani da quella ‘grandezza’ che viene loro riconosciuta.

Nel primo ambito, ormai in maniera piuttosto acclarata e condivisa, rientra l’opera di una poetessa che ha attraversato larga parte del Novecento mantenendosi in una posizione non solo di ascolto del «rumore continuo della vita» (per prendere a prestito un’espressione del quasi coetaneo Carlo Cassola), ma assorbendo instancabilmente stimoli, suggestioni, anche visioni fino a dare alla parola, alle parole il significativo più pregno di sé passando attraverso vette e abissi.


Fernanda Romagnoli, nata nel 1916 e scomparsa all’età di nemmeno 70 anni dopo una vita segnata per un lungo tratto dalla sofferenza fisica, è una delle voci più limpide, umanamente e letterariamente più alte della poesia italiana.

Docente di scuola elementare, con alle spalle un diploma in pianoforte, segue il consorte, militare di carriera («sposo giusto a suo modo»), tra Nord e Sud Italia. Nonostante l’apprezzamento e il sostegno di poeti come Carlo Betocchi e soprattutto e prim’ancora di Attilio Bertolucci, con il quale instaurò anche una feconda amicizia, per non dire pure di Vittorio Sereni, la Romagnoli ha veleggiato per anni in un limbo, priva di quel riconoscimento che pure avrebbe ben meritato in vita.


In lei la ricerca della verità, anche a costo della privazione della libertà, fu sempre l’elemento essenziale e, di fatto, esiziale. Si è definita la sua produzione ‘senza storia’: non può essere sottaciuto, certo, che aver seguito e assistito il marito qua e là nelle città ove fu destinato l’abbia privata di quel vasto e necessario tempo e spazio per formare la propria scrittura. Tuttavia concordiamo con l’ottimo Paolo Lagazzi – curatore insieme alla figlia Caterina Raganella dell’antologia La folle tentazione dell’eterno edita recentemente da Interno Poesia (con nota filologica di Laura Toppan e Ambra Zorat) –, per il quale sarebbe scorretto dimenticare che anche il sostrato familiare ha influenzato i versi composti.

Nelle alterne fasi tra serenità e sofferenza Romagnoli ha permanentemente cercato l’eterno, quel mistero in forma di segreto rivelato che abita gran parte del suo ingegno creativo. In lei l’attenzione al trascendente permarrà intensa per tutta la vita, assumendo talvolta la forma del mito: ciononostante «più m’inoltro, più resto sulla soglia».


In preda a un «cuore che boccheggia» e a «un’anima dimessa», trova nei versi una forma di liberazione e al tempo stesso di testimonianza: con già i primi sintomi dei dolori che saranno per lei una lunga condanna, in Confiteor ritorna quasi ossessivo il tema della morte, del male, tanto da vedere il proprio corpo come «un campo di battaglia» che alla fine resterà «terra di nessuno».


Vita e scrittura sono vasi comunicanti, tessere di uno stesso mosaico che si prestano ad essere studiate ed elaborate costantemente. Ad onta di tutto e di tutti, vive di speranza: opera in lei una sorta di convincimento, di fede nell’eterno e dell’eterno («verso il chiarore mi metterò in cammino»).

Un mistico come San Giovanni della Croce sosteneva che «l’anima innamorata di Dio è un’anima gentile, umile e paziente»: si avvicina a questo aforisma il percorso terreno della Romagnoli per quanto respiri un’aporia derivante dall’impossibilità, almeno apparente, di trovare e conoscere nell’accezione più pura insieme Dio e l’anima. In ciò si innesta anche un’altra dicotomia, quella tra anima e corpo: quest’ultimo nulla sarebbe senza la prima, ma esisterebbe esclusivamente quale semplice contenitore. È uno sforzo titanico, dunque, che la poesia riesce a esemplificare, a rendere evidente.


In tutto questo peregrinare si affacciano spesso nella sua produzione visioni, immagini provenienti da altre dimensioni, dall’aldilà, come annota in un verso circa l’apparizione del padre in sogno, un sogno che resta sterile come l’acqua che, giunta a riva, si placa in un diuturno ciclo naturale.

Si diceva più sopra del valore della testimonianza, tema che appare in Romagnoli tra i fondamentali pur nella drammaticità della sua conquista: lei, infatti, darebbe tutta la sua vita per un verso che resti «testimonio di me / un attimo posato sulla terra – lieve – come un coriandolo d’acqua». In quella musicalità nella quale si accostano la tensione verso l’Alto (mai però scevra dalle fragilità umane che sono parte ineliminabile del dire) e rovinose cadute, sono ‘compagni’ di viaggio gli elementi naturali, spesso utilizzati quali metafore, similitudini, paragoni dell’esistenza o di situazioni di vita.


È una poesia, in ultima analisi, che interroga, che cerca risposte, che si fa materia viva e pulsante, che si mette in dialogo con gli altri, soprattutto che cerca l’eterno, perenne ‘tentazione’ di questa lucida, stupefacente e visionaria intellettuale.


     Tirate le somme, non oso

     muover lamenti. Dalla vita colsi:

     un amore impossibile; uno sposo

     giusto a suo modo – avvinta alla cordata

     sempre seconda, il rischio

     più suo, soltanto sua però la vetta –.

     E pazienza. Una figlia ebbi, un’ardita

     piccola rosa che già fugge e assalta

     la sua scala di spine troppo in fretta

     (così pare al mio cuore). Abituata

     con i miei tanti sogni a ragionare

     (ch’essi soli da me non vanno via):

     davanti alla porta chi passa

     può credermi in serena compagnia.


     Grazie – ma qui che aspetto?

     Io qui non mi trovo. Io fra voi

     sto come il tredicesimo invitato,

     per cui viene aggiunto un panchetto

     e mangia nel piatto scompagnato.

     E fra tutti che parlano – lui ascolta.

     Fra tante risa – cerca di sorridere.

     Inetto, benché arda,

     a sostenere quel peso di splendori,

     si sente grato se alcuno casualmente

     lo guarda. Quando in cuore

     si smarrisce atterrito «Sto per piangere!»

     E all’improvviso capisce

     che siede un’ombra al suo posto:

     che – entrando – lui è rimasto chiuso fuori.



*

Fotografia © Vivian Maier


27/09/2022

Sulla soglia

“QUEL PESO DI SPLENDORI”.
SU FERNANDA ROMAGNOLI