
Recensioni
SILVIA ROSA,
“L’OMBRA DELL’INFANZIA”
(PEQUOD, 2025)
di Antonio Fiori
Ero convinto che nell’infanzia potesse esserci la salvezza di tutti, che in nome dell’innocenza di quell’età a chiunque sarebbero state perdonate le piccole e grandi colpe della vita adulta. Ero convinto, insomma, che l’inferno fosse vuoto o quasi.
Ma questa silloge di Silvia Rosa ha minato la mia convinzione, perché dimostra imperdonabili le violenze che i piccoli possono subire dagli adulti; ci svela – velando – come le parole del bambino riescano a raccontarle con il silenzio e i linguaggi simbolici; ci fa comprendere che la poesia può dire ciò che l’adulto fatica a dire.
Dunque l’infanzia qui è ombra e L’ombra dell’infanzia si estende su tutta la vita.
Un’ombra emblematica, che vela le cicatrici della violenza e insieme la denuncia.
Proprio nella sezione eponima della raccolta viene restituita voce alla bambina d’allora e compaiono «padri che a ogni rinascita seminano / il destino di piccole morti, non ti portano doni, / solo l’ennesima desolata certezza che sfatto / il nodo di seta sarai scartata fino all’osso», «immaginando di continuo come / uccidere l’Orco, come non farsi dominare».
Il libro invero non è dedicato a una sola bambina ma Alle sopravvissute, cioè a tutte coloro che sono state violate e derubate dell’infanzia.
Silvia Rosa scuote il silenzio delle vittime con il canto e combatte l’impronunciabilità dei fatti attraverso il codice immaginifico della fiaba (non nata come genere “infantile”, ma nella tradizione orale in contesti segnati da fame, abbandono e violenza, proprio allo scopo di rendere dicibile l’indicibile, scopo che resta attivo anche dopo la sua fissazione letteraria moderna, si pensi al Pentamerone e alle raccolte di Charles Perrault e dei Fratelli Grimm); a questo proposito, merita d’essere riportato interamente uno dei testi più riusciti dell’opera, tratto dalla prima sezione C’era una volta, esempio di equilibrio ritmico, armonie lessicali, assonanze e forte capacità evocativa, costruito come una lunghissima domanda:
L’orlo ruggente dei tuoi cinque anni benedetti
cinque ninnoli d’argento in una cattedrale d’abbandoni,
cinque piume di vento nel chiarore sconquassato
del mattino, tra gli ovali di luna e sole che scolorano,
le tue mani di brezze e di viole, lo sguardo fisso
al puntino più lontano dall’orbita ingrigita
del presente, la tua nuca di riccioli neri come cuccioli
di serpi nella fioritura dei pensieri, tu dov’eri
prima di perderti, prima di pestare il grillo che
ti avvisava di non credere a fiabe menzognere,
intanto che guardavi la rugiada farsi bava e soffocare
voce e corse, tu dov’eri l’istante prima di contare
cinque primavere e poi risorgere Regina delle Nevi
dietro la ringhiera dei tuoi giorni?

La raccolta è divisa in sette sezioni: C’era una volta, L’ombra dell’infanzia, Tutta tenebre, Il dio dei bambini rotti, Decalogo di sopravvivenza di bambine sotto scacco, Ciò che hanno fatto di noi, Il gioco delle nuvole.
Sono titoli che già dicono della sofferenza, della difficoltà di elaborarla, della necessità di vicinanza, solidarietà e della ricerca di un linguaggio “adeguato”: «[…] Chi è questa bambina / spigolosa dalla chioma tutta tenebre / e la sottana strappata?». È una figura che accompagna l’intero viaggio, chiamata a diffidare non solo dell’Orco, ma anche di un falso dio, delle lusinghe di madri indegne e delle autopunizioni. Per salvarsi dovrà seguire un vero e proprio decalogo (che rovescia, e in modo evidente, una tradizione normativa di stampo patriarcale) fatto di precetti che alternano suggerimenti ludici e ordini severi: «Cercati un amico che sia irrimediabilmente muto»; «Tieni un diario segreto, di quelli col lucchetto, in cui / esercitare l’arte antica della iettatura»; «Coltiva la tua verità, mettila in un vasetto al sole».
Uno però, il nono, ci lascia interdetti: «Quando sei al cospetto dell’Orco non ti ribellare, / è inutile, dilaterai il tempo dei suoi giochi / fino al tuo vomito […] / Ma in tutte le altre occasioni fai della ribellione / la tua seconda pelle, diventa una bambina terribile, / di quelle monelle che nessuno può mettere a tacere, sputa / addosso agli adulti il tuo disprezzo per le loro vite / incongruenti».
Solo dopo, a mente fredda, se ne comprende l’intenzione: preservare l’integrità di una mente infantile esposta a violenze ripetute e difficilmente comprensibili.
Nel suo nostos verso l’infanzia Rosa incontra altri “piccoli”, ovvero gli amici animali («le piccole persone» di Anna Maria Ortese) e fa una riflessione importante: «Ma i cuccioli / e i bambini, si sa, vanno addomesticati / alle regole del mondo e se non mostrano / obbedienza c’è sempre la minaccia / d’abbandono a piegarne l’indole ribelle». Sono versi tratti dall’ultima sezione – Il gioco delle nuvole – in cui troviamo anche il gattino Felix e la tartaruga Maria, che «un vecchio prete di periferia» non vuole benedire.
È la sezione più prosastica, dove il pensiero mette bene in luce come l’ammaestramento animale sia stretto parente dell’ammaestramento infantile, volto a formare e ripetere modelli funzionali alla società di appartenenza e ad addomesticarne la luce. Deleterie, in particolare, le adultizzazioni imposte, che in certi casi possono favorire l’abuso.
Si fa strada anche una sorta di apologia della vulnerabilità: bambini e animali stanno dalla stessa parte come figure compagne esposte a un “sistema” tradizionalmente autoritario, di tipo “padre padrone”, che ne pretende l’obbedienza muta, rigida, solerte.
Una salvezza amara, quella della protagonista, che trova esito nella presa di coscienza finale di Ciò che hanno fatto di noi, con la comunità di sorelle che riemerge dal dolore: «Ma per il lieto fine non occorre alcun / lasciapassare, è già nostro, l’abbiamo barattato / con l’ombra dell’infanzia in cui ci siamo perse».
Come per molte autrici che hanno affrontato il dramma dell’infanzia violata – esperienza diretta, studio, impegno civile (ricordo in particolare Margherita Rimi, poeta e neuropsichiatra infantile, che conosce profondamente quel dramma anche per ragioni professionali) – e come la stessa Silvia Rosa ci rivela nella nota di chiusura, la poesia nasce dall’approfondimento culturale e psicologico del tema trattato, ma al lettore resta il legittimo dubbio che trovi spiegazione nella conoscenza di casi concreti. Franca Alaimo, poeta e critica raffinata, ce ne offre nella postfazione una lettura che parte dalle fonti bibliografiche che l’hanno alimentata e si chiude con una considerazione che condividiamo pienamente: «Quest’opera costituisce un esempio del fatto che non esista tema, per quanto crudo e doloroso, che i poeti non possano e non debbano far risuonare in versi, simbolizzando, metaforizzando, trovando connessioni verbo-semantiche inusitate, in una sola parola: cantando».
***
Un’ape allucinata che sbatte contro i vetri,
febbre che arrossa le guance, notte che
batte sui denti cariati. Sono questi i mali
rappresi in segni violacei sul rosa
delle albe d’infanzia, i guasti delle
lucciole che muoiono discrete sotto una
brina spessa. Io vorrei dire invece
lo strappo delle ali che buca la schiena,
la perdita del corpo un pezzo dopo l’altro
sotto il peso di un nome di fango e resina,
che lascia addosso un’onta indelebile
e in gola un fiore di spavento: vorrei
raccontare di come cresce nelle sere
di luna piena, cambiando colore e di come
diventano le mani di una bambina quando
scavano in bocca una fossa di silenzio.
***
In un quartiere popolare i palazzi sono
alte torrette di guardia, occhiute, in cui
si annidano parole feroci e l’odore
del latte e caffè che sborda da pentolini
anneriti. Al cospetto delle loro ombre,
la bambina impugna la sua bici e pedala
lontano, precaria, verso un lembo di piazza
spopolata, asfalto e rifiuti, dopo il mercato
rionale. Le ore scardinate e messe in pausa,
la tregua al sapore di Big Babol panna e
fragola che si mischia alla saliva amara,
ruggire piano, sentirsi peso piuma contro
le ingiurie che a casa sbottano improvvise,
poi l’inciampo, l’urto, la scorza delle mani
sbucciata, le ginocchia in fiamme, una fitta
a fior di pelle, accucciata a terra la bambina
non piange, attende che il dolore passi,
si fa gomitolo e poi biglia e immagina
di risplendere nell’aria pallida di giugno,
veloce come scheggia, sfaccettata,
un festoso globo di vetro disossato, un sole
precipitato nell’indifferenza di tutti.
***
C’era una volta una bambina e c’erano
con lei le sue sorelle di sventura, tutte sole
in un bosco blu cobalto, nell’ora in cui scocca
la tormenta. Nel fragore ultraterreno dei tuoni
e nel fiammeggiare del cielo viola, vagavano
senza battesimo nella chiarissima certezza
che se dio esiste, non è per loro. Una supernova
atterrata con clamore nella radura più cupa
– una pluviale valle di lacrime mai versate, se non
nel segreto di una stanza chiusa – proiettava
intorno un brillamento da guerra nucleare,
un trilione di lucciolii da dare il vomito. La fauna,
persino il lupo dai denti aguzzi, stava alla larga,
del resto la schiera delle bimbe era un vibrante
esercito di fantasmi. Una foschia si alzò dal verde
marcio in cui affondavano i talloni e nella spirale
del mese di maggio si aprì una voragine, la vigilia
boreale di un passaggio, altrove. Sorelle, non c’è
una ragione se è capitato a noi questo morire restando
in piedi, abbarbicate alla cima delle nostre storie
amare. Ma per il lieto fine non occorre alcun
lasciapassare, è già nostro, l’abbiamo barattato
con l’ombra dell’infanzia in cui ci siamo perse.
*
Fotografia © Vikram Kushwah
13/05/2026
