Recensioni

SILVA FERRARI, GALEOTTI,
“L’ARTE DI ALLACCIARSI LE SCARPE”
(PIETRE VIVE, 2022)

di Angelo Di Carlo

Edito quest’anno da Pietre Vive, all’interno della collana “Le Pietroline” che programmaticamente fonde il registro della scrittura con quello delle illustrazioni, L’arte di allacciarsi le scarpe si presenta come un’opera ricca e composita, in cui i moduli, i linguaggi della poesia e del disegno si trovano a convivere e a interagire in maniera del tutto originale, secondo gradi di autonomia che variano nel corso del libro, fornendo le precarie coordinate di una trama franta e allucinata che, in balia di un rapido e ostinato esaurimento storico, precipita verso l’abbattersi del disastro, culminando nell’esiziale catastrofe.


Frutto della collaborazione tra Alessandro Silva Ferrari, già autore di L’adatto vocabolario di ogni specie (Pietre Vive, 2016), e Federico Galeotti, disegnatore di indubbio valore e interesse nonché fondatore di Amianto Comix, il libro tratteggia e ricompone, tra sospensioni e squarci improvvisi, il labile filo dei giorni che precedono il disastro nucleare di Fukushima-Dai-ichi (marzo 2011), seguendo orme e visioni di un anonimo poeta che, nella fattispecie, coincide con la voce poetante, l’io che parla nelle sei diverse sezioni [1] che compongono il libro e che, talvolta, possono anche presentare esiti differenti [2].


Sullo sfondo di una storia personale che si vuole lasciare alle spalle, vuota e senza nome, segnata dal rapido estinguersi di una parentesi sentimentale, anticipato sin dal risvolto di copertina [3], e un più tragico e sconvolgente evento di portata storica e collettiva, il protagonista muove i passi tra «cose morenti», entro un mondo incomprensibile e opprimente, ostile ed estraneo, colto nel suo dissolversi, in trasparenza, nei rapidi e incerti frammenti di un’umanità che scompare, «sbiadisce», si disperde.

Si consideri a titolo di esempio il seguente testo, tratto dalla sezione La tazza del coniglio di vetro:


     (Lo stormo dei Rondoni, in un brusio

     tra nubi, abborda un’ombra di sporco

     che addensa filacci addosso la faccia

     delle case. Il bitume morde e cresce

     in vagiti marci. Rimane dentro

                                     le persone).


O, ancora, dalla prima sezione, L’arte di allacciarsi le scarpe:


     Nell’occhio di pozza resta poltiglia e

     un cenno di acqua sudicia, e schiuma.


     Qualcuno passa. Sono nuove

     le scarpe, e la suola esplora 

     nel profumo ogni midolla

     dell’orfana risacca di relitti.


     […]

     a volte un’unica orma rimane


     nel cesto di porfido e terra e stracci.

     (ed è febbre dentro ossa senza peso)

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L’aria è greve, ammorbata, caliginosa. «Un’ombra di sporco» si stende sulle cose e una patina insabbia i portoni; dappertutto si agita e geme un «vento di scorie». Qui, nel puzzo urbano che aleggia come un «fetore funebre», come un sentore di morte o una paura strisciante, si innesta un pullulare di presagi funesti, di oscure visioni: nitide immagini premonitrici [4] che, trovando un potente riscontro nell’evidenza delle illustrazioni, si imprimono nel lettore con la forza di un sonno inquieto, lasciando presagire l’imminenza di un’orrenda e inevitabile calamità. Degno di interesse, in proposito, risulta il ricorso sapiente e opportuno a simboli e credenze della cultura giapponese, quali le figure tradizionali del coniglio lunare e di Hannya, leggendario demone femminile.

In questo modo l’impianto onirico finisce per informare l’intero lavoro e trova un interessante riscontro nella resa espressiva, nella scelta di una lingua sistematicamente sottoposta a una, sempre vigile e controllata, distorsione.


Infine, riportiamo un testo che riteniamo particolarmente significativo, esemplificativo delle tendenze fondamentali che contrassegnano tutto il libro:


     Nel negozio c’è una luce violenta,


     il tomaio morbido tra le dita.

     L’arte di legare scarpe è la stringa

     che coglie sporco e spine ma non sanguina.


     Se diventa fioca in punta

                             sbacellata da anni informi,

                             la scelta utile del foro è

                             persa e il piede docile a cadere.


     Nell’oscura periferia la vita

     è digrigno di morti che masticano

     morti a tempo di precisione belli

     finché immersi in offerte e ricordi

                             orribile spettacolo artigli e pelle

                             grigi alla luce notturna rammollita.

                             L’acqua solidifica nel metallo

                             fuori [al sasso delle articolazioni].


     La strada è ferma, sbriciola ai portoni.



*

[1] L’arte di allacciarsi le scarpe; Frutto di pozzanghera; La tazza del coniglio di vetro; Succhiato come chicco di mollica; due denari per il viaggio; Il disastro di Fukushima Dai-ichi.

[2] Particolarmente riuscita appare proprio la prima sezione, da cui prende il titolo l’intero libro.

[3] «Gennaio, 2011, Giappone. Lei non lo dice, ma vuole lasciarmi. Ha deciso di andarsene a Cleveland. Quando ci incontriamo scherza e mi dice che lì farà freddo. Ma capisco che sta cercando di avvisarmi. Io la ascolto. Sto zitto. Faccio finta di niente. La amo. Mi mancherà moltissimo se deciderà di andarsene. Ma non se ne andrà. Le impedirò di farlo. Non so come, ma ci riuscirò».

[4] Frutto di una fantasia sconvolta.


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Immagine di copertina: Federico Galeotti, L’arte di allacciarsi le scarpe, 2022


15/11/2022