Recensioni

MARIO SANTAGOSTINI,
“IL LIBRO DELLA LETTERA ARRIVATA,E MAI PARTITA”
(GARZANTI, 2022)

di Davide Toffoli

Un’anomala e suggestiva autobiografia in versi dove s’intrecciano le storie di chi racconta con quelle, reali o semplicemente verosimili, di tanti altri. Tra il vissuto e un luogo sospeso in cui l’io pare dissolversi – come nel celebre paradosso del gatto di Schrödinger – nella moltitudine dei possibili, il tempo allargato, onirico, lo sguardo e il racconto visionari, magici. Tutto connesso, espressivo, sorprendente.


Un brevissimo esergo da T.S. Eliot («Buonanotte Lou») introduce il volume, costituito da ben tredici sezioni, la prima dal titolo Ho pensato che la vita è un ripiego. E non so a cosa, tra prosa e poesia. Ci si muove su una percezione del tempo che, nella memoria, lavora alla dilatazione degli eventi («E avrai più ore, di quelle che hai passato»), sulla casualità dell’esistenza – quasi una ‘serendipità’, un inseguimento di «qualcosa di trovato a caso / e mai perduto». Ogni cosa viene avvertita in quanto energia, ben oltre il corpo, l’idea di resurrezione, la vita.

Anche in Sembrano scritte anni fa, ma non è così si continua a operare entro una dimensione (anche potenziale) che si conferma come distrazione e distensione del tempo. Gran parte della sezione è dedicata alla scomparsa dell’amico Alfonso Molinari («Settembre, gli porterà un nuovo / linguaggio del corpo. / Dove si esprimerà / una vita più, o meno amata di questa») tornato alla memoria o al sogno («Parlava come uno che ha perso la strada, / e nessun cammino»). Si tratta, di fatto, di un perdersi per ritrovarsi: c’è un costante smarrimento, giacché il prima e il dopo si confondono, scambiandosi spesso di posto, spassandosela a eludere qualsivoglia punto di riferimento. Chi se ne va, alla fin fine, persiste nel ricordo di chi resta.


Nella terza sezione Realismo magico – per lo più in prosa – il poetico ci giunge dalla suggestione onirica e immaginifica della parola stessa e dalla riflessione sulle inesplorate possibilità della vita («Certo, qualcosa non è andato / come doveva»). Proseguono i dialoghi con chi non c’è più – nelle letture di Giovanni Raboni, nelle indelebili passeggiate per le vie o per i luoghi di Milano. Apparizioni, fantasmi... Le prose sono «polvere verbale» dove «Abisso chiama Abisso», raccontano «lo sposo, illetterato», che «firma con una croce», il padre Angiolo che zingarescamente «ha passato il resto del suo tempo a girare / in fiere di paese» o «È stato l’idiota calcolatore, / o un rabdomante, o il venditore di ferrame / usato e di erba magica». In questo modo il tempo si amplia assumendo tratti fantastici o trascendenti, quasi affrancandosi dall’umanità comune per divenire il tempo degli dèi o degli eroi.

Immagine.png

Ecco, la prosa scade a sequela di istruzioni. Forse per un gioco linguistico è una sezione in cui regna il mistero, la sua presenza («Adesso, pensa a chi è stato qui, chi è andato via, chi c’è ancora. E pensali come ombre proiettate su un muro, o sulla parete cieca d’un cortile. Se sono ombre di vivi o di morti, non lo sai. E nemmeno conta molto»), come in una sorta di gioco ad immaginare una frontiera, quella tra vivi e morti, che ricorda il Calvino delle Città invisibili.

Poi Il realismo magico, ancora, che è probabilmente l’origine di questo reale franante di ipotesi, mette in atto un dialogo – impossibile – tra l’io e il sublime, in cui il primo sfuma nello sciame di spettri che incontra.

In Una specie di lunga pausa pare che sia l’amore il segreto per attraversare il consueto scorrere del tempo. Il tu resta cangiante, mutevole e continua a peregrinare senza una direzione definita. La dimensione è splendida e spiazzante. La deformazione temporale è salvifica: Kronos fagocita l’uomo che ne esce depotenziato, sentendo il bisogno di allargarne i confini.

La sezione Giandante X è invece dedicata al pittore anarcoide della Milano degli anni ’20 e ’30, autore di opere dai titoli improbabili ma di indubbia suggestione (L’onanista e le sue piccole morti, in un sabato premilitare, tanto per citarne uno). Elenchi di luoghi, di personaggi, di morti, di vivi, di vecchi e di nuovi Cristi, magari quarantacinquenni.


Con Uscire di città si cede il passo al segreto dell’uomo e dei suoi dilanianti ritorni («Nessuno dà a nessuno la certezza che starà via per sempre. E il mondo vero è di chi torna, non di chi resta»›). Il reale si espande nelle voci che lo attraversano. La fantasia ascolta e crea, persino intuendo il colore delle pennellate dell’altra parete («E qualche volta, grato, il cielo rispondeva»). Sempre diffusi i riferimenti espliciti ad artisti del passato più o meno recente (Franco Fortini, Mario Sironi, Bonvesin de la Ripa, Giacomino da Verona).

Nella sezione successiva, Un vera pausa, si alternano liriche, prose, luoghi e suggestioni sospese tra elegia e natura («Il ghiacciaio ha conservato tutto. È la sua fatica e il suo lavoro sporco, conservare tutto e riciclarlo in sorgente. Fa paura per questo. Inutile, dire a chi salirà lassù – incontrerai le marmotte stanate quando fischiano, e quando certi venti cambiano il loro verso. E dai crinali lontani, il fischio sembra una fucilata. Da altri crinali, campane»).

Pullula di ali e petali Un’altra pausa, che ha la leggerezza assoluta, fragilissima di uno sguardo d’amore («Guardo dei fiori recisi. / Che forse, una volta hanno voluto essere / insetti in volo») e la nudità di un linguaggio sfuggente, universale («Il nudo di L. L’unico senza nessun linguaggio del corpo»).

Gli strappi finali sono quelli, riuscitissimi, della sezione Supplementi, dove ci si trova ad immaginare un avvenire privo di economia. Un futuro auspicabile. Silenzio colpevole, quello di Milano nel dopo-Sereni, presenza costante nei versi di questo libro, esattamente come le strade e i posti che si affacciano discreti tra queste pagine o negli immediati dintorni.



ADDENDA


E a volte, chi adesso passa sulla via

per Robecco 32, a Cinisello,

vede una stanza al quarto piano senza balcone,

nota i platani cresciuti

e si ricorda la finestra che, anni addietro,

dava ancora sui campi.

O che è stata la camera di un suicida.

Io ci vivevo, in quella stanza.

Qualcuno si ferma,

ascolta due sirene di fila, guarda la scritta sul muro

– Fascisti teste di cazzo

e pensa – è tornato.

Non sta ancora bene, forse non starà mai bene,

ma è tornato.



DUE DETTAGLI DEL FASCISMO IMMAGINARIO


Aprile


È stato nel ’45, in un tardo aprile.

Parlo del sogno

che il fascismo finiva,

lentamente: perso una specie di referendum,

Mussolini stava già in esilio.

E anche se non era mai

del tutto vero, e si diceva – vedrete, tirerà

al ’60, anno dell’Olimpiade,

nei caffè all’aperto e nei tram in corsa da e verso le periferie

se ne parlava al passato.

E c’erano le prime ansie da reducismo,

i primi sfollati

che rientravano. Ancora disturbati,

ma rientravano. E le vetrine,

i cinema riaperti.

Nuove coppie che si formavano.


E certe mie giornate, ancora oggi, sembrano arrivare da

quel sogno, e prolungarlo.



A SE STESSO, ANNI FA


Stasera, cammini sul corso.

E consideri tutta la gente che vedi

o vedrai come

gente perduta, e ritrovata.

Poi, che quando hai amato qualcuno,

era la seconda volta.

E tornava, chi se ne era andato.

E un giorno, forse,

avrai più di una luce da lasciare.

Ma una, da ricordare.


E avrai più ore, di quelle che hai passato.


(1972-2018)



*

Fotografia © Ben Zank


24/05/2022