Recensioni

R. ROVERSI, V. SERENI,
“VINCENDO I VENTI NEMICI”
(PENDRAGON, 2020)

di Federico Migliorati

Gli epistolari costituiscono un genere letterario ormai destinato a un progressivo esaurimento: nell’era di Internet onnipresente, dei social che tutto fagocitano in una sorta di betoniera perennemente attiva, delle email che hanno defenestrato totalmente le missive di carta, quanto è andato perduto di quel sapore d’antico che il vergare a mano ricreava, anche e soprattutto a lunga distanza temporale? Se poi i carteggi riguardano protagonisti di punta del mondo culturale è evidente come il loro valore finisca per aumentare esponenzialmente. È da qualche mese nelle librerie per l’attivissima casa editrice Pendragon di Bologna un volume dal titolo Vincendo i venti nemici (137 pagine, euro 16) che riunisce per la prima volta una sessantina delle lettere inedite datate tra il 1959 e il 1982 che narrano il felice sodalizio e rapporto intellettuale e amicale intercorso tra Roberto Roversi e Vittorio Sereni, due dei poeti più originali della nostra epoca, voci cristalline e ‘oneste’ del Secondo Novecento.


L’opera si deve al ricercatore universitario Fabio Moliterni, autore tra l’altro della elaborata e approfondita introduzione in apertura del libro, il quale si è prodigato anche in un sapiente e robusto lavoro di inserimento di note esplicative che assumono sovente la consistenza e l’autorità di brevi saggi, a corredo delle missive. L’attenzione ai movimenti culturali del tempo, con riferimento soprattutto alla Neoavanguardia del Gruppo ’63 dai due poeti accolta con malcelata contrarietà, l’impegno per una scrittura che fosse il più possibile aderente alla verità, il senso di responsabilità che, pur nei diversi ruoli, essi sentivano nel loro ‘mestiere’ rendono il libro di Moliterni una testimonianza preziosa sia del percorso da loro affrontato in decenni generosi e prolifici sia del processo inarrestabile verso la mercificazione dell’opera letteraria a cui hanno dovuto loro malgrado assistere. Il rapporto formale che contraddistingue le prime lettere («Dottor Vittorio Sereni», «Caro Roversi» sono gli incipit che aprono i contatti tra i due nel 1959) lascia nel tempo spazio a un’amicizia matura dove il ‘lei’ viene sostituito dal ‘tu’, un rapporto che si nutre di collaborazioni reciproche e di un intenso scambio di consigli e suggerimenti sul valore e sul ruolo della letteratura mentre prendono corpo le nuove riviste: così se per Roversi è tempo di Rendiconti  e di ‘sperimentalismo’ (è Fortini a usare questo termine) dopo la breve, ma intensa esperienza di Officina con Leonetti e Pasolini, di Sereni incontriamo le nuove raccolte di versi a partire dagli Strumenti umani in quegli anni Sessanta che rappresentarono per lui una vera e propria svolta, sino alla stampa dell’ultima, Stella variabile, recensita con entusiasmo dal poeta bolognese.

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Il luinese si dimostra acuto osservatore dei progetti roversiani non lesinando di farsi portavoce presso la struttura commerciale della Mondadori di cui era ai tempi direttore letterario affinché si arrivi alla pubblicazione del materiale in oggetto, in taluni casi sollecitando l’amico ad affrettare i tempi per giungere alla stampa correggendo o revisionando qua e là il testo posseduto. Non mancano confidenze, cronache quotidiane di vita vissuta, semplici contatti per comunicare lo stato d’animo del momento, tra speranze e disincanto, sollievo e auspici, e sovente emerge il rammarico in entrambi di non potersi incontrare per gli innumerevoli impegni e la distanza fisica, che contribuiscono a disegnare un quadro completo di una vicenda letteraria preziosa e significativa. Al netto di alcune divergenze legate più che altro a talune clausole contrattuali sulle fasi di stampa delle opere e che non inficiano minimamente la cordiale e reciproca simpatia, tra i due letterati resta fermo un sentimento, seppur talvolta «saltuario e fantasmatico» (per usare un’espressione di Sereni presente nelle lettere), connotato dalla stima reciproca e dall’incessante desiderio di lasciare testimonianza di un’epoca, ad onta delle costrizioni, degli obblighi, delle pressioni che il loro peso specifico nel contesto del tempo ha comportato.


Illuminante una lettera che Sereni invia a Roversi (siamo nel 1967): si tratta di una digressione sulla letteratura e sul privato a partire da quel 1945 fatidico, alla Resistenza ‘mancata’ del luinese, ai percorsi divergenti tra i due («Roversi comincia là dove io finisco») fino alla ‘scoperta’ del teatro che «potrebbe diventare parte della città che vive» a differenza del romanzo, dell’opera o della poesia. Un excursus non privo di qualche contraddizione e, forse, di una lucida disamina come confessa lo stesso Sereni («ammetto di non essere un buon conversatore, la mia tendenza è buttarmi sull’episodio, per pigrizia o per imbarazzo») ma che fornisce uno spaccato dell’intenso e sincero fervore che sempre ha animato il poeta degli Strumenti umani, costretto in qualche modo a limitare la propria vena artistica a causa delle incombenze alla guida del colosso Mondadori per quasi vent’anni. Di contro egli riceve da Roversi apprezzamenti costanti come in una missiva del 1976 dove, con malcelata eccitazione, questi confessa la soddisfazione e il piacere suscitati dalla lettura delle poesie sereniane «che mi hanno accompagnato – esse sole – per mesi e mesi dell’anno passato». Versi che lo aiutano a capire meglio il mondo: «Insomma, miglioravo leggendo, e non smettevo di leggere», come in preda a un’ossessione.


Se Sereni ribadisce di non amare il suo tempo, come si evince chiaramente nelle lettere, Roversi lotta con rabbia e furore finendo per contrassegnare la sua esistenza letteraria come quella di un irregolare, di un personaggio fuori dagli schemi che rifiutò le grandi casi editrici preferendo stampare in proprio, con la tecnica del ciclostile, le opere prodotte. Ci sentiamo, infine, di condividere appieno la chiusura del curatore nell’introduzione laddove, rinviando con acutezza agli studi di Sereni di Luca Lenzini, egli rinviene una lezione di vita nell’eredità tramandataci dai due la cui urgenza precipua fu quella di una scrittura che fosse la più possibile onesta e aderente all’esistenza: «La prossimità e la distanza, dunque, vanno insieme, in questo dialogo; fanno parte, a loro modo, del ‘lavoro’ del poeta». Uno stile, una coerenza di fondo, un rispetto reciproco che appaiono così lontani, così fortemente contrastanti con il proliferare immaturo, l’autoreferenzialità, il narcisismo ipertrofico e cacofonico, l’arroganza senza limiti che si rinvengono in molta letteratura dei nostri tempi, preda costante della ricerca dell’affermazione «purché sia». Riscoprire l’onesto scrivere di Roversi e Sereni in Vincendo i venti nemici è tempo proficuo e ben speso.



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Fotografia © Jiří Anderle


23/10/2020