
Recensioni
RICCARDO BENZINA,
“MIDOLLO” (TAUT, 2025)
di Claudio Mezzina
Se sulla copertina di Scenario (2022), esordio poetico di Riccardo Benzina per i tipi di TAUT, trovava dimora una schiera di cerini nella quale uno restava spento come in rivolta, sul rivestimento dell’ultima fatica in versi del poeta barese – al secolo Marco Malena – campeggia il destino della sopraccitata schiera: un contingente di gocce d’acqua che attornia una solitaria goccia di sangue.
Midollo, così s’intitola la detta fatica, è un libro di poesie quantomeno controverso. Anzitutto, non è una raccolta di fotogrammi sparigliati. Questo libro è una specie di iperbolico referto completo di un ottuagenario in vestaglia, quest’ultimo in qualche modo frazionato in tre anime dalle contingenze della vita. E così va letto, come un referto, non dunque sfogliandolo quasi fossero le istruzioni di un abat-jour. La raccolta, inoltre, è bipartita da una prosa poetica che racchiude tutto l’insensato incommensurabile che ci contiene.
Il timbro di voce di Benzina, che aveva raccolto il nostro consenso qualche anno fa, è assolutamente intatto in questo sequel, così come il voltaggio di ciò che va affermando. Se è possibile, qui il suo dire risulta – a una rapida lettura – più dinoccolato di prima, certo intenzionalmente più slabbrato, sarcasticamente deformato in tmesi, versi ipermetri e ipometri che stordiscono il lettore per irretirlo nella danza macabra della lucidità, salvo riacquistare – giunti sotto la cute – un ordine, e restituire chi legge al tempo.
Midollo è anche, fino a ora, la raccolta di poesie più spiccatamente intimista di Benzina. In questo flusso di coscienze, di cui Marco Malena è azionista di minoranza, la baruffa è fra l’incendiario Riccardo Benzina e una nuova proiezione di Malena: un manichino con le sue fattezze che non riesce ad avere altro dio all’infuori del dolore.

La prima sezione della raccolta, infatti, consta di una sequela di confessioni allucinate di un lungodegente dell’esistere che rotola «[…] nell’illusione di essere / di nuovo vivo» (da Invano mi scuoto di Raffaele Carrieri). Dalla detta baruffa, specifichiamo, nessun vinto o sconfitto. Nella seconda sezione, invece, è come se – superata un’era glaciale – le acque riprendessero a scorrere con insospettabile placidità, così come il sangue nelle vene di questo essere, uno e trino, scarnito dal senecano cotidie mori (una sorta di quotidiano morire a scaglie).
Malena, in questa nuova parte del libro, ha esorcizzato col canto i mali che informavano la prima, a gattoni prova a far da paciere fra le proiezioni in dissidio (il ribaldo Benzina e il malconcio manichino), diluisce il montaliano male di vivere con qualche goccia di latte di mandorla e, a piccole dosi, prova a rendersi e a darci conto di un universale dell’esistenza, ossia il suo consistere in un susseguirsi disordinato di roghi e canadair: «Ho preparato la tua valigia per l’ospedale. L’autobus / ritarda, e ci lascia ancora un momento, e penso / a paesaggi, estremamente consumati, di noi, / con l’origine lontana. Le dita / scavano e scompaiono, tu sei / un sorriso nell’inquadratura. Il dovere, sei – / di costruire intendere avere almeno una bozza / di cianografia familiare... la mia / indole sbadiglia. Oltre la porta una busta / di cibo ammuffito, la nevicata di ieri interminabile / riassunta in cumuli. Fa capolino dentro di noi / l’infinità di prima: è devastata, è contenibile. “Facciamo / un bel respiro.” E forse / ce la possiamo fare... chissà per quanto, e come... // Noi, esposti a un male, lo impariamo».
***
Ci erano appena venuti gli occhi
e mio padre, vivo, ci insegnò come si guarda. In una valle
profonda e senza campo guardare. Ascoltare
e parlare con gli occhi. Chiedevamo
alle ville di spegnersi, ai lampioni
di fiorire... e disegnava lo stupore un temporale, certe volte
capitava che spuntasse fuori
dal nulla un cinghiale, una sanguinella... oh, là
lo spaesamento era ogni volta casa... e non capivo, non
capivo: come mai
nessuno si è mai steso a riposare con i morti?
Rifacendo la terra come un letto?
Come mai celano uno sfrido
tutte quante le pause dal quaderno?
Voi siete i miei fratelli. Abbiamo fatto a turno
con il gas, pazientato
fino alla caduta delle ossa. Con le mani
dei bambini, dei bimbi che si aprivano e chiudevano.
E era così, e non è più così. Le vostre povere
parole nell’impeto dei giorni, finte ali. Forse
solo parti fredde a deperire
in questa lunga piana delle storie. Sapete, forse
non basta che si cambino le frasi... ci
serve una grammatica al rinnovo...
***
Come se avessi accettato. Cominciate
pure senza di me. Non mettete
in pausa. Non ho fame
io: non ho più fame
di conoscenza, dopo la lezione del dolore. La conferma
è questo cenno, blando, tutto
fiabe e crepe. Verità,
o diceria del vero insinuata-
si in noi riluce. Fa noi diversi. Futuri quasi. Ci
scuote, gloriosamente, ci
rende esili figure. Che hanno sangue
di fumo, e non avvertono il pericolo: non c’è
nessun pericolo. È passato molto tempo
dall’ultima volta
del pericolo. Tempo che scade
continuamente, e il centro
lo risucchia. Sparisce. La storia
è per chi ha tempo.
***
«È un giacinto. Un’isola un nome. Scomparso
come uno scherzo dentro al ridere... e
se mi avvicino con la bocca al suo dettato
piccolissimo è il fermaglio
su quella baraonda, piccolissima
l’origine, e... non riesco a tendere la mano...»
*
Fotografia © Harry Gruyaert
02/12/2025


