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Recensioni

FRANCA MANCINELLI,
“TUTTI GLI OCCHI CHE HO APERTO”
(MARCOS Y MARCOS, 2020)

di Francesco Perardi
(Sul Ponte diVersi)

Il titolo di questo nuovo libro di Franca Mancinelli è la ripresa del verso di un componimento che ci può fornire una chiave di lettura dell’intera raccolta, ma solo se messo in relazione con il verso successivo: «tutti gli occhi che ho aperto / sono i rami che ho perso».

Avere il coraggio di posare interamente il proprio sguardo su ciò che accade, sembra suggerire Mancinelli, può significare anche scontrarsi con la dimensione dell’assenza e «del niente / del non avuto mai / niente da barattare». Ed è proprio questa assenza a rendersi palese nelle pagine bianche sapientemente collocate all’interno delle diverse sezioni della raccolta e negli ampi spazi vuoti delle pagine, spesso scalfite da una lingua scarna e frammentata che a volte si mostra in versi, a volte in brevi prose.


Se, da una parte, gli occhi spalancati di Mancinelli non hanno timore di sostare «al cospetto del vuoto» di ciò che è perduto, dall’altra, invece, sanno guardare ciò che nonostante tutto è rimasto: i rami secchi – l’immagine più ricorrente della raccolta dopo quella degli occhi – diventano sia il simbolo di un’interezza irrecuperabile e irripetibile («non cresce, non mette radici. / Quello che porti è reciso»), sia il segno nudo pronto a testimoniare che qualcosa di vivo e di vero c’è stato («fanno un rumore secco / le cose che sono state vive»). La ricerca formale di Mancinelli, in effetti, si muove proprio nella direzione di quel che il ramo stesso rappresenta: attraverso «l’operazione neurochirurgica» (Pusterla) della propria scrittura volta a eliminare il superfluo, l’autrice cerca di raggiungere solo l’essenziale (la «nervatura della vita») in modo da conservare la discrezione e la delicatezza di una lingua che non si abbandona mai al vizio della confessione e al cedimento emotivo.

Ad aprire e a chiudere la raccolta sono due sezioni (Jungle e Diario di passo) che, come esplicitato nelle note, racchiudono dei componimenti che descrivono un viaggio compiuto da Mancinelli e altri artisti lungo il tratto croato della rotta balcanica, dal confine sloveno a quello serbo. Poiché, come si diceva, ogni sguardo deve farsi carico di ciò che vede, qui Mancinelli sceglie di accostare il proprio a quello dei migranti che sono soliti percorrere quel segmento di strada dell’Europa orientale. Anche in questi testi gli alberi, con la loro trama di rami, accompagnano gli occhi dell’autrice assumendo però un valore diverso: non più tracce di una storia avvenuta ma segni di una direzione futura: «non so perché sono qui / forse ho obbedito al suono di rami spezzati». Ecco allora che anche in una terra straniera, attraversata da popoli senza patria alla ricerca di un destino meno avverso, i rami spogli e in pezzi possono indicare una sorte diversa. Mancinelli ci ricorda che quel che è nudo e spezzato può rivelarsi capace di offrire riparo e sostegno («quando tornerai a vedere, troverai ogni cosa sorretta dai rami»), non mostrandosi più come frammento di un intero, ma finalmente «come una sagoma semplice, una possibile forma di vita».



***


Sono limpida oggi, come un vetro mai rigato dalla pioggia. Ho dimenticato cosa ho dimenticato. Guardo soltanto. Gli stormi passano. Attraverso la luce si raccoglie il tepore nel bosco sulla collina, nel mio corpo finalmente disteso – ho creduto al cielo. Alla linea spezzata dell’orizzonte. Come una sagoma semplice, una possibile forma di vita.



***


entro nella pioggia come in un bosco

– ali fittamente intessute

aperte e richiuse sotto la scorza.

Cammino, la nuca protetta

dai miei custodi, liberato lo sguardo

dalla gabbia degli occhi.



***


da qui partivano vie

respirando crescevo

nel crollo, qualcosa di dolce

un incavo del tempo

tutti gli occhi che ho aperto

sono i rami che ho perso.



*

Fotografia © Alex Coghe


26/01/2021