
Recensioni
IDA TRAVI,
“TEMPO”
(VALLECCHI, 2026)
di Davide Toffoli
Tempo di Ida Travi – recentemente pubblicato da Vallecchi, nella collana “Le parole della poesia” diretta da Isabella Leardini – è una sorta di mosaico, dal sapore quasi iniziatico, fatto di versi (non molti, il che non è certo un difetto, anzi), brevi prose poetiche, narrative, critiche, spirituali ecc., a conferma della natura eclettica e proteiforme dell’autrice.
Al centro, il rapporto tra tempo e linguaggio e la tensione che li attraversa, con una certa componente mistico-speculativa (pensiamo ai rimandi a Meister Eckhart).
Una scrittura agile e scostante, insieme lirica e saggistica, in cui si avverte vibrare forte l’arché, l’origine senza dubbio misterica del pensiero creativo.
«Si tratta di stare accanto a figure sovrastoriche. Forse a venire, forse arcaiche, antidiluviane», leggiamo in apertura, e la Travi parte dai Tolki (che danno anche il titolo a una sua saga poetica edita da Il Saggiatore nel 2024) vaganti e smemorati, fuori dalla storia, o meglio, appartenenti alla preistoria del dire.
«Piccoli sogni diurni, li chiama Ernest Bloch nel suo Il principio speranza. Il principio speranza è quel principio che si lega tanto allo sperare quanto all’essere sperati da qualcuno. Certo, li ho davvero sperati questi esseri, li ho sperati a lungo, e quando sono arrivati li ho intrecciati a una serie di fatti bianchi».
Si chiamano Tolki perché sono parlanti; «abitano un territorio sub-urbano e sopra-naturale, duro come una colpa, leggero come una liberazione. Puri sintomi del tempo. Li attraversa qualcosa di arcaico, forse solo una proiezione del tempo a venire. I Tolki sono parlêtre, esseri marchiati dal linguaggio, secondo il neologismo di Lacan». Sfuggono persino allo spazio-tempo ma esistono, presenti e invisibili, come sassi.
«Anche voi che leggete siete ora il futuro di questa voce: – non voglio incantare nessuno, non voglio imbrogliare nessuno / volevo solo imparare dalla rondine».
Vivono – come noi? – dove tutto tende al già detto, dove la vera scrittura è operazione di scavo, di dissotterramento, sempre (ecco la «zona-poesia», da ricercare più nella terra che nel cielo, nel cielo della terra).
La mitopoiesi, ossia l’arte di creare narrazioni e immaginari di valore mitico, rende la Travi vicina ad autori come Clive Staples Lewis, Howard Phillips Lovecraft, Stephen King e il Cesare Pavese dei Dialoghi con Leucò. «Il suono, la voce, precede la parola e la rifonda, e la parola rifondata a sua volta rifonda la letteratura, e la letteratura rifondata a sua volta rifonda il mito, e il mito a sua volta rifonda la storia, a volte la inventa».
Ci ricorda la celebre riflessione sul tempo di Sant’Agostino nel libro XI delle Confessioni: esiste solo il presente. Tre sono i tempi – il presente del passato, il presente del presente e il presente del futuro – e tre sono le forme in cui l’anima li vive: la memoria, l’attenzione e l’attesa. Il libro ne coglie soprattutto la risonanza con il pensiero di Henry Bergson: «Solo il passare del tempo attraverso la coscienza determina la durata». Come se il tempo fosse un dato interiore o la vita stessa, come se il tempo fosse la poesia.
Ida Travi propone dunque, parafrasando Carlo Franza, un diario aperto che è quasi una mappa di orientamento tra le parole, che sono stazioni di transito o di sosta spazio-temporali, e generano poesia assecondando le sollecitazioni della mente, del sapere prima accumulato e poi filtrato.
I suoi Tolki sono – per slittamento fonico dall’inglese to talk – significanti evocati, interlocutori misterici, voci, frammenti, colloqui, ombre, desideri, preghiere, invocazioni, infine sussurri e minimi scenari di liberazione e pietà, che compongono un’epica dell’inquieta persistenza, un’identità che è sempre un’alterità.
Come osserva Laura Di Corcia, «mettono in scena il linguaggio, ovvero l’urto che la vita opera sul singolo e il superamento dello stesso attraverso la parola».

Questa pubblicazione è anzitutto una preziosa meditazione sulla centralità della trasmissione orale, nonché un’indagine del vertiginoso abisso della circolarità: «Il pensiero orale, totalizzante e selvaggio, è per sua natura intonato, fa di tutto uno e di uno tutto, tiene il tempo: attimo e parole vanno insieme e, nello scorrere della parola pronunciata, tutto passa e tu che non hai scritto non puoi rileggere, non puoi tornare indietro, come se alla parola tu avessi già detto addio».
È la parola-ritmo degli antichi che ‘accade’ nella dimensione sacra e collettiva della tragedia greca. Un concentrarsi, originale e funzionale, sull’esperienza taumaturgica del dire attraverso un collegamento tra la voce greca thaûma (‘spavento, meraviglia’) e quella tedesca Traum (‘sogno’), per approdare al thrauma («evento che ti marchia come fa il linguaggio»).
In un felice connubio di esattezza e incanto, la scrittura di Ida Travi si addentra nel grande altrove abitato dalla poesia: altrove, altroquando, poiché è il tempo soprattutto — cuore pulsante dell’intero lavoro — a farsi avanti di pagina in pagina («La favola reinventa il tempo e, col tempo tratta le condizioni della nostra attesa, del nostro desiderio – il che vuol dire resistere, trasformare l’attesa in speranza, così come fece Sheherazade nelle Mille e una notte – ma certo vuol dire anche trasformare la speranza – l’attesa – in un desiderio politico»).
Qui siamo tutti chiamati a perdere la parola, se non proprio noi stessi. Perché, in fondo, si cerca sempre ciò che non si possiede. E cosa possediamo davvero? La parola? Noi stessi?
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L’ELEMENTO DI REALTÀ
L’elemento di realtà che entra in poesia non è la parola quotidiana ma il suo silenzio: come una luce che arriva e se ne va – ogni giorno, ogni notte – anche il vuoto temporale arriva e se ne va con il suo carico di morte mentre tu siedi da sola, vivi e scrivi, come se fosse la stessa cosa...
cosa fai lì, tutto il giorno seduta?
Te ne stai lì allo schermo mentre il tempo consuma e rinnova il tuo linguaggio, lo immetti nel dispositivo, vera e propria tradizione letteraria: ma è un attimo, e la parola che era sullo schermo ti sfugge, indietreggia nel mito o si lancia all’opposto oltre l’antropocene, fino allo scaffale degli omogeneizzati.
Intanto però il frammento di pietra strappato alla caverna continua a sembrarti una stele e tu capisci che se vuoi puoi usare quel frammento per ricominciare a scrivere sulla neve.
L’OPERA RIMASTA APERTA
La poesia, per sua natura, si consegna alla comprensione degli umani come opera aperta, forma sempre sul farsi, opera che non contempla la parola fine. Su questa pietra dell’inizio senza fine ho costruito un microcosmo trasparente, invisibile qui e su scala planetaria. Sono per questo riconoscente all’antico orologio, eterno dispositivo muto.
In questa micro-epica ogni porzione d’opera, ogni parola fa irruzione come un piccolo colpo di scena ma – contemporaneamente – rientra tranquilla nel suo ritmo temporale: è la più quieta delle sfide umane, è l’antico avvolgimento della spola. Nell’avvolgimento della spola c’è uno strano scrollare del tempo nell’oscurità, un’ostinazione, forse una coazione a ripetere.
Nel buio non è mai tutto qui, qualcosa resterà irrisolto e la parola sarà “impresentabile”: il tempo
– monstro – il tempo prodigio, tiene aperto l’inizio e la fine, lavora, va bisbigliando all’orecchio: fai attenzione, ogni volta che inventi un tuo simile lo getti nel tempo, forse un giorno vedrai un antico teatro greco, sorgere dal futuro, fermo e misterioso nella luce del tramonto.
I CONFINI
I confini della terra di Zard sono un’estensione dell’abitazione, un posto in cui anche gli spazi vuoti, anche i recinti, diventano elementi attivi. Nella terra di Zard c’è qualcosa che sfugge al segno-graphia (impronta o traccia), c’è qualcosa che sfugge all’atto, al gesto, alla performance.
C’è qualcosa di precedente in poesia, una resurrezione nel segno, nella voce, un’immagine in azione.
Per questo in poesia l’inizio e la fine si perdono al centro: stanno lì nel mezzo e all’improvviso succede qualcosa: una forchetta, una foglia, la porta che sbatte. Chi legge o ascolta, sobbalza, sospetta che ci sia dell’altro oltre a ciò che accade, oltre a ciò che vien detto, ed è proprio in quel sospetto che nasce la poesia.
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Fotografia © Bernard Faucon
26/06/2026
