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Recensioni

GIANCARLO PONTIGGIA,
“LA MATERIA DEL CONTENDERE”
(GARZANTI, 2025)

di Davide Toffoli

Questo nuovo lavoro di Giancarlo Pontiggia, incluso nella cinquina finalista allo Strega Poesia, è sospeso tra necessità e utopia, realtà e visione, intelligere e sentire. Un’indagine sull’uomo e sulla vita, alla ricerca delle proprie (ineludibili) origini. Il comitato scientifico del premio lo definisce un libro sapienziale, di respiro presocratico, che indaga la natura degli elementi e, insieme, la natura della sua propria materia poetica.

L’autore la presenta come la sua raccolta più spoglia e meditata: «Al centro del libro è l’uomo: l’uomo che tanto ci inquieta, con il suo strano impasto di viscere e ragione, la sua inquietudine costitutiva, che la modernità ha sorprendentemente esasperato. Un uomo che viene da lontano, dalle grotte di Lascaux, dal Pleistocene, dalle infanzie dei popoli, che può incarnarsi in figure storiche come Marco Aurelio e Giuliano, o filtrare dal legno di una porta, confondersi con il crepitio di un fuoco, emergere dalla materia fluttuante dei sogni, ridursi all’essenziale di una voce» (da un’intervista rilasciata ad Alessandra Corbetta).


In esergo troviamo una citazione di Eraclito: «negli stessi fiumi / scendiamo e non scendiamo, / siamo e non siamo», che offre una preziosa chiave di lettura, suggerendo anche nel lavoro di Pontiggia una dinamica trasformativa che unisce gli opposti e di continuo li separa, in uno scorrere costante e inesorabile.

Annachiara Atzei parla di versi sobri, vaghi e precisi, capaci di comunicare per immagini: si tratta, probabilmente, di quelle «verità in figure» di cui scriveva Cristina Campo.

Gran parte del libro si gioca tra ‘dis-ordine’ e sogno. Il gesto poetico di Pontiggia, secondo Gianfranco Lauretano, dialoga con il silenzio-ascolto e nasce da radici antiche: la tradizione lombarda e l’eco dei classici, dai Lirici greci a Virgilio. Vengono proposti suoni della natura e oggetti del quotidiano, in un continuo intreccio tra materia e spirito.


A colpire, senza dubbio, è l’assenza di sezioni, che fa del libro un continuum circolare di suoni, voci, pensieri e immagini. Ne scaturisce una forza di visione davvero rara: la poesia attinge a principi archetipici, sogni cosmogonici ed epifanie, per dar corpo a una concezione del mondo come inarrestabile flusso di creazione e distruzione. Tutto concorre a trasformare ogni pensiero in un’immagine, e alcune di esse, di natura archetipica, si rifanno ai quattro elementi fondamentali dei primi filosofi (aria, terra, fuoco, acqua). Già nei primissimi versi li troviamo tutti: «Un’altra notte, / e sparge i suoi semi a caso. / Qualcuno si perderà nell’acqua, qualcuno / nel fuoco. O forse in niente. Soffia un vento strano, / che non conosci» (p. 9).


Marco Vitale suggerisce che La materia del contendere si gioca in un ‘qui e ora’ che ci pone inevitabilmente a contatto con il tempo, questo «girovago folle, / che sparge i suoi semi a caso – esita, / si disperde negli acquitrini / del suo procedere» (p. 62). Troviamo «Scorie, lastre, / e tutte / le moltitudini di ori e di nomi che popolano / le sabbie della mente» (p. 13); scendiamo con l’autore «nei palinsesti del vivere / fiocco dopo fiocco, anima / dopo anima» (p. 13); affrontiamo le complessità del reale, anche in suggestivi passaggi in cui il verso si fa ipermetro e tende alla prosa lirica, come in Racconto d’autunno (Stoffe): «Ce ne stavamo, due o tre poeti ed io, il più taciturno di tutti, / intorno a un tavolino di un caffè della mia città, a struggerci / in pensieri che non avevano niente a che fare con la poesia» (p. 14); si ripercorrono i passi dei pensatori dell’antica Grecia e ci si muove «nel fogliame dei secoli» (p. 89), dove tutto sembra vacillare e sul punto di franare da un istante all’altro.

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Abbiamo a che fare con un libro potente, magmatico e affascinante, nel quale l’autore ci ricorda costantemente che «Tra due mondi che si sfiorano, / s’interpone una forza, invisibile, che agisce / e li trasmuta» (p. 20): una forza che a volte scuce, taglia e strappa, e altre invece attira, unisce e tiene insieme. «Gli anni / sono solo la schiuma del tempo che giace, / volti / che si mischiano ai vapori, / compiti / che abbiamo occultato sotto il banco, / inevasi» (p. 10).

In una dimensione di indagine e di ascolto si dispiega un’inesauribile dialettica tra la natura, dalla temporalità illimitata, e la creatura, dalla temporalità inevitabilmente limitata. Si tracciano versi che trasmettono una gioia panica, mai definitiva, tra ciò che c’è e ciò che non c’è. Ad esempio: «C’è un cuore austero / prima di ogni verso / e sogni, e cieli, e intonaci / e tutta la vita del mondo / che stride, gorgoglia / come un ranocchio di fiume / al suo primo salto» (p. 12); «C’è un eden, nei nostri pensieri, / e una terra inviolata / dove non è gemito, né affanni // e un ordine immoto, / che elude i vortici della mente; /un’arcadia divina, in cui chi pesca / è pescato, / e chi non pesca / contempla / la conchiglia d’oro del mondo» (p. 33); «E c’è un’acqua che scorre / nel ventre della terra, e gorgoglia / s’intoppa, freme / prima di risalire al bene della luce» (p. 36); «C’è una tavola / e del pane, e del vino / e un ospite che dorme, / forse sogna: / se lo vedi, non chiamarlo / è solo un bimbo che gioca, / e non sa di sognare» (p. 36). Ma da Talete ritroviamo che «Tutto è pieno di dèi, di vita che pullula. / Oppure: non c’è un bel niente, / ma un niente che pullula di sogni, / di storie» (p. 88); e, in un quasi barocco coesistere di contrasti, suggerisce di «Non credere a chi crede troppo, / e neanche a chi non crede, sii / come la luce di questa baia, dove fa notte, / e basta» (p. 88).


Centralissima la ciclicità, della storia e di ogni singola esistenza: «è un millennio nuovo / che si alza sulle rovine di un altro / e nomi che furono grandi, / e sono già ombre» (p. 26). Tutto appare ordinato, nel tempo: «C’è un secolo, dietro ogni secolo. E una rupe / dietro ogni pensiero. Vita / che macina vita, e un’anima / che nasce dal nulla» (p. 40); e «In ciò che prorompe / è la bellezza del vago. Il dopo era già lì, / acquattato nella polvere, ma nessuno lo sapeva. / Pullula, nella gioia del prima, / un fuoco torbido, che trepida, crepita, / dilaga» (p. 42).


Quella di Pontiggia è un’idea di poesia che viene da molto lontano, nella quale si generano immagini nel tentativo di fondersi con il mondo stesso, restituendone la molteplicità e l’instabilità. Perché, a ogni battito di ciglia, ogni immagine si trasforma, diviene altro, e allora è necessario ripartire – inevitabilmente nuovi – a ogni sorgere del giorno, accettando di essere «Né cima né radici / né altro che un’anima che trema / qui» (p. 87).



UN PRESAGIO, UN SOFFIO

(QUALCOSA)


Qualcosa ha inizio da questa notte,

qualcosa

che non è niente, eppure si fa strada

nel subbuglio delle cose, nel disordine

del mondo, qualcosa

che non è niente eppure c’è,

e ci segue, in un clamore

di vicende, di strepiti insensati, di vita

dentro la vita, qualcosa

che non è ancora qualcosa,

un presagio, un soffio, forse un dire

d’ombra, un suono

sceso giù da chissà quale pertugio

e s’inoltra



NÉ PRIMA NÉ DOPO


Nel grembo, nell’immoto, nel vuoto
che non è vuoto


materia dopo materia, soffio
dopo soffio, sottile
come la sostanza dell’aria, alto
come un fuoco, che sogna
e si sogna
cima, cielo
non tempo ma oltre
tempo,
spirito che s’infiamma,
s’impenna


nel grembo
di ogni sogno, suono e lume,
che si rigenera, nella
fiamma che crepita, in te
e fuori di te, né prima né dopo,
né prima né dopo,
ora



E NOI ALZAMMO


E noi alzammo gli occhi in su,

e vedemmo

si spezza il vaso, ne escono gioie e odii

si spezza il sogno, ne escono gioie, odii

si spezza la notte, sparge gioie,

odii



SOFFI, FUOCHI

(UN SALTO)


Quante erbacce, quest’anno, quanto cielo

fisso che ci sovrasta, e questo mare

che pare infinito. È un tramonto come tanti,

che acceca: e anche il vento

è oro.

C’era molta confusione, tra di noi,

e volti che venivano meno, anno

dopo anno, e un fuoco che ardeva,

sentivamo

il soffio dello scuro, e l’anima

che si perde per niente. Non è tardi

se ancora guardi, se credi,

se puoi credere

ancora un po’: c’è qualcosa

oltre qualcosa, che non mente,

e un salto

che nessuno ha mai fatto,

e tutti fanno. Ombre, acque che stagnano, fiamme

e questo vento che sale,

e si porta via tutto



*

Fotografia © Joel-Peter Witkin

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