Recensioni

CARMEN GALLO,
“LE FUGGITIVE”
(ARAGNO, 2020)

di Jacopo Mecca
(Sul Ponte diVersi)

Le fuggitive di Carmen Gallo è un libro che, già dal titolo, allerta il lettore: c’è un inseguimento in atto, una fuga che lascia senza fiato. Proprio La corsa è il titolo del poemetto introduttivo, dove i testi si susseguono secondo una precisa struttura ternaria (versi, parola teatrale e frammenti in prosa).

La cornice tematica è data da un antico gioco greco: l’ephedrismos. Due partecipanti si sfidano a colpire una pietra limite; chi perde deve correre a cercarla con gli occhi bendati e l’altro sulle spalle.

Intervallati alle poesie si trovano brevi battute teatrali, che per silenzi e attese si avvicinano al teatro di Beckett, e frammenti in prosa, nei quali una ‘memoria’ di matrice proustiana (si veda la prima delle due epigrafi iniziali tratta appunto dalla Recherche) si mette in moto tra pezzetti sparsi d’infanzia, sogni e incubi.


Ha ragione Andrea Cortellessa quando segnala che «dimensione del rito e ossessione visiva connotano la poesia di Carmen Gallo» sin dalle sue prime prove (Paura degli occhi e Appartamenti o stanze).

In linea con la produzione precedente sono sia la propensione a un ritmo modulato con raffinata perizia, sia l’utilizzo della prima persona plurale che – come già in Appartamenti o stanze – sembra a volte celare una prima persona singolare.


Nella terza e ultima sezione (Uscirne vivi) vengono raccolti ventidue frammenti in prosa più una poesia finale. I frammenti compongono quasi un taccuino di quotidiani exempla di sopravvivenza, mentre la poesia ci offre una valutazione sommaria: in fin dei conti, l’unica strategia ragionevole è quella di trovare un posto in cui nascondersi, dal momento che «tutto questo è assurdo, e non vale la pena. / Credo di dire ma non accade. Non è reale».

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Il libro si chiude con alcune madri che, nel parco sotto casa, spingono sull’altalena dei bambini. Leggendo, sembra che quest’oscillare palesi un’angoscia, la vulnerabilità di un io che si espone solo alla fine, portandosi dietro il carico di una vita pronta a mostrarsi nelle sue vesti più sofferenti. Verrebbe però da chiedersi se quella dei bambini, «capaci di restare / nel movimento dell’aria e della forza», sia soltanto una singolare abilità e non un segno di qualcosa che (come la poesia o il Vantablack dell’installazione Descent into Limbo di Anish Kapoor, in cui – e forse è addirittura un bene – si rischia di precipitare) irrompe nel quadro della realtà.

Dopotutto, è proprio questo lo scarto scioccante, ma potenzialmente coinvolgente, dell’arte poetica: insinuare il rischio nel monotono, ordinario ‘limbo’ che ci circonda, dove «tutto è in piena luce», e mettere in atto «piccole strategie di lotta o di fuga» per provare a uscirne vivi.



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La corsa I


Nella teca del museo di Taranto

le due figure sono immobili

e indistinte nella presa dell’una

contro l’altra, dietro il vetro sono una

sopra l’altra, il gioco non è chiaro

la posa sempre identica, chi vince

acceca l’altra, le affonda le ginocchia

nella schiena. Chi perde porta il peso.

Chi perde corre insegue la pietra

che ha mancato di colpire, il limite

alla fine del gioco.



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Tornare in superficie

come bocche di colpo spalancate

animali finalmente anfibi.

Dimostrare di avere imparato

il doppio respiro, a stare e restare

nello spazio indiviso dove le cose

accadono e basta. In questo gioco

chi si cerca e chi si nasconde

hanno la stessa faccia.

La paura costringe a forme di vita

innaturali, costringe a stare

nella durata di un altro.

Impossibile prendere aria.

Restituire la paura, lasciarla

sulla soglia di casa e dire

puoi tenerla o nasconderla in giardino

prima che il tempo e lo spazio propaghino

la sua forza. È novembre. Ho trentasei anni.

Mi porto dietro tutti i miei luoghi.

Faccio attenzione a non dimenticarne nessuno.



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Uscirne vivi #3


Buchi neri


Nel Museo Serralves di Porto, Portogallo, un turista italiano in visita a una mostra di arte contemporanea è caduto in un cerchio nero profondo due metri e mezzo riportando diverse contusioni. Il cerchio era una installazione di Anish Kapoor chiamata Descent into Limbo. La profondità del buco era occultata dall’uso del Vantablack, un colore nero che non riflette il 99,965 per cento della luce e rende piatta alla vista ogni superficie. L’uomo è stato poi ricoverato all’ospedale locale di Santo Antonio.



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Uscirne vivi #19


Taichi


L’anno scorso la sorella di A. si è lanciata dal primo piano. È stata in coma per due settimane. Difficile che morisse, ma si temevano danni fisici e cerebrali. Invece piano piano si è svegliata, e giorno dopo giorno tutto funzionava. Il medico ha fatto delle domande alla famiglia per capire come fosse possibile. Tra le varie spiegazioni c’è che la sorella di A. ha studiato per molti anni arti marziali, e che il suo corpo, più della sua mente, abbia imparato la disciplina del cadere senza farsi troppo male.



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Fotografia © Lin Xiaoyi


04/02/2021