Recensioni

BIANCAMARIA FRABOTTA,
“NESSUNO VEDA NESSUNO”
(MONDADORI, 2022)

di Davide Toffoli

Questa creatura nata orfana, a neppure un mese dall’improvvisa scomparsa dell’autrice, è un poema prezioso – composto di capitoli interni sottilmente connessi tra loro – che invita ad aprirsi a una necessaria concezione del vivere in grado di non farci sentire soli nell’universo.


Incombe, fin dall’inizio, una natura nuova, o per meglio dire riscoperta: i giardini e le terrazze della prima spiazzante quarantena dove, nonostante le ferite negli occhi, resiste «quel poco bene / che vanamente e che presto sparisce»; persino nelle corsie degli ospedali si prova a far festa: ecco i clown, «illusionisti senza illusioni», che «altro / non chiedono se non la ricompensa di un mezzo sorriso».


Dall’isolamento imposto e subìto scivoliamo verso una solitudine ricca di letture e di luce: «Forse è questo il compenso che la poesia promette. / Il silenzio e il rumore. La coscienza e il suo smarrimento. / Un falsopiano che ci tradì, pian piano, un passo dopo l’altro». Troviamo – tenere e rassicuranti – le lettere a Pessoa-Soares («Mio caro Fernando, nei volti altrui, non vedevi altro / se non ciò che non si vede»). Pur nella sfera letteraria, il tema dell’incontro permane: da Costantino Kavafis a Simone De Beauvoir, si è sempre alla ricerca di un dialogo costruttivo tra princìpi opposti («L’Uno ha creato l’ordine, la luce, l’uomo. / L’Altro il caos, le tenebre e la donna»).


La seconda sezione, Ovunque noi siamo, riporta in esergo una citazione – che oggi non può non suonare profetica – da Agostino d’Ippona: «Coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dov’erano ma sono ovunque noi siamo». È un tuffo nell’infanzia, nei ricordi del primo carnevale, della prima Comunione e della prima Via Crucis. Segue poi un inno alla sorellanza («Si è sorelle non per scelta o per destino / ma perché così vuole natura e altro / da fare non c’è se non seguire i volteggi»), a una Trinità laica tutta al femminile: Maria Adelaide, Maria Gabriella e Biancamaria. Dimensione strettamente personale, ma anche metafisica in cui coabitano il sogno, la fantasia, la memoria e si accumulano le ‘apparizioni’: un papà che insegue «in bici gli antichi amici» e una rassegna di sodalizi e di poeti (Giovanna Sicari, Valentino Zeichen, Giuseppina Ciuffreda, Maria Clelia Cardona, Vivian Lamarque, Laura Barile, Maria Grazia Calandrone, Sandra Petrignani, Novella Bellucci); e dopo le persone i luoghi: il «buon ritiro» di Cupi, già protagonista di precedenti felicissime sillogi, dove rileggere le storie di Abelardo e di Eloisa o ricordare l’arrampicata «sull’irta / salita del nostro poggetto» di un’ansante Rossana Rossanda, in quella «maremma amara» di «radici di rose rampicanti / che negli anni imparai a potare».

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È poesia di incontri e di partenze, in cui si imprime «la traccia dell’estate / con i suoi interminati crepuscoli» e si avverte il bisogno di qualcuno che sappia leggerci o ascoltarci realmente, perché «Una persona è una persona / se ad altra persona parla». Qui risuona Ubuntu, l’ideologia della benevolenza verso il prossimo e della reciprocità; si strizza l’occhio alla Arendt e alle sue interpretazioni («Chi il male vuole estirpare / non fortifichi i suoi confini con rude ostinazione»); si rievocano i molti anni spesi come docente universitaria e, nello specifico, i seminari sul viaggio malinconico di fine anni ’90, già cantati nell’autobiografico Quartetto per masse e voce sola («Non mi pento di aver donato tutto ciò che in lontane / lezioni sul morbo provocato dalla bile nera, / invadendo le acque dell’anima nostra, l’avvelenavano o la esaltavano. / Figli io non ne ho avuti, ma soltanto allievi»). Leggiamo pagine meravigliose sull’amore, quello coniugale (tra lei e Brunello Tirozzi) ma fuori dal comune, ben oltre «la dolce nenia degli anniversari»: «tanto valeva celebrare ogni giorno il nostro incontro».

Dopotutto, il «pregio è stare dentro la poesia / e starne fuori», poiché essa, «come una madre pietosa, raccoglierà le spoglie delle sue creature» e «Qualcuno auspica un poeta che ami / gli esseri umani più che la poesia».



CORALE


Ho sognato che a nostra insaputa

sfiorasse il nulla che eravamo

e siamo, uno sciame di molecole

una materica memoria senza ricordi.

Un’afona voce mai udita pronunciò

senza tatto l’annunzio ferale, un patto

unilaterale, una sorte comune ai vivi

e ai morti, una sussurrata oscura diagnosi.

Così cominciò la vita sulla terra.



***


                                                     A Simone De Beauvoir


Ancora oggi mi afferra la paura

di non essere all’altezza delle tue certezze

di non capire la tragica maretta in cui

naviga la nostra travagliata navicella.

Il Soggetto, scrivi, si pone tutto solo

al centro di sé stesso. Si propaganda

come la più prelibata vivanda che nessuno

tra i convitati al banchetto vorrà assaggiare.

L’Altro resta “inessenziale”. L’Altra sono io,

che, prima di questa lenta morte, aspiravo

alla felice cognizione di una fraternità di intenti.

Tu non dettavo norme, ma ciò che correva

sotto traccia nella tua filosofia emergeva

nelle terre equidistanti dai geli dei due poli

dove i ghiacci già cominciano a liquefarsi.

Eppure in te ardevano barlumi di fiducia

nella solidarietà e nell’amicizia.

Ma i filosofi non ci furono amici.

Così perfidamente disse di noi Epicuro.

Non è forse vero che il mondo guida

un principio buono e uno cattivo?

L’Uno ha creato l’ordine, la luce e l’uomo.

L’Altro il caos, le tenebre e la donna.



A PROPRIE SPESE


In una buia alba di vento

ho rimesso al mondo i morti

sognando a occhi chiusi

com’è giusto che sia.

L’assenza unisce e disunisce

divide e avvicina ai vivi i risorti.

A questa sacrosanta finzione

mirabile e irreale, non potremo mancare.

Capirete. Non posso svegliarmi ora.

Ancora qualche minuto

la realtà può attendere.

Capirete. E non mi crederete.



***


Una poesia può esprimere idee sconnesse

può aggirare la logica. Non loda

il passato ai danni del presente

né si limita ad accettarlo o a criticarlo.

A volte Qualunque diventa Qualcuno.

Da dove vengono né dove vanno

non si sa i pensieri sbandati dei poeti.

Pensieri vani, magari nebulosi

pare che oscillino in un limbo

di umiltà e superbia.

Qualcuno auspica un poeta che ami

gli esseri umani più che la poesia.



*

Fotografia © Richard Kalvar


21/06/2022