Recensioni

ELISA DONZELLI,
“ALBUM”
(NOTTETEMPO, 2021)

di Davide Toffoli

In album, suo esordio poetico, Elisa Donzelli adotta un interessante approccio pittorico-fotografico per raccontarci due stagioni della vita: i venti e i quarant’anni. Sogno e realtà si strizzano vicendevolmente l’occhio e ne scaturisce un’idea del conoscere simile a un gioco di specchi («ho sognato stanotte / che ti stavo sognando», recita l’esergo).

La dedica, ad Anna e alle altre, non fa che sottolineare una dimensione intima, introdotta da una riuscitissima prima sezione, Esercizi di disegno, dove i testi somigliano a pitture, le emozioni si esprimono ‘cromaticamente’ e i luoghi – da Villa Ada alla necropoli dei Monterozzi – reclamano un ruolo di punta («Nella stanza riaccendi la luce ai turisti / e resti più a lungo degli altri / solo per descrivere quello che vedi sui muri, / come se la morte fosse un disegno / sbiadito dal fiato dei vivi»).


Man mano che ci si addentra nel libro, appare sempre più chiaro come immagini ed eventi costituiscano pietre miliari della storia dell’autrice: i mondiali di Spagna del 1982, True Blue di Madonna e lo stadio stracolmo, le stelle del palco di quegli anni... Protagonista indiscussa è la memoria («Ho preso di te solo l’odore del lino / il lenzuolo che piegavi al mattino / prima di portarci al mare») che riporta ai R.E.M. di Automatic for the People, ai viali romani della Sapienza – e all’assurdo omicidio di Marta Russo –, ai suoi corridoi e scale, agli insegnamenti dell’«orsa maggiore» (Biancamaria Frabotta) o all’esperienza come docente in quel di Pisa.


È un album molto personale, che scorre via veloce, tra passato e futuro.

Da rilevare il dettato limpido ma tutt’altro che ‘ingenuo’, l’uso essenziale della punteggiatura, così come la tendenza a privilegiare le minuscole anche in apertura di testo. Di forte impatto risultano le citazioni – da Eliot, Dante, ecc. – e i passaggi in prosa («l’ipotesi che sia tu o che sia l’altra ancora delle tre non ha importanza se le persone uniscono i nomi scambiano le età persino i mestieri delle nostre vite. Sono assalite dal dubbio dell’identità nella differenza cercano dettagli nel link valutando la somiglianza fisica. Non sanno viva che non ho mai dormito con te»).

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Una sensazione di morte incombe su queste liriche – il terremoto dell’Aquila, il dissesto idrogeologico del camping Le Giare di Soverato, il dramma dei migranti, il coronavirus – benché prevalga una voglia di resistenza che prende la forma della casa scelta da Moravia al Villaggio dei Pescatori di Fregene («è l’ultima la casa che hai scelto / per stare dove l’Arrone di lago / entra nel mare ritrovo la notizia / delle alluvioni – colpita / mai distrutta nelle fondamenta / per via dei pilastri che hai eretto / sulla lingua di sabbia») oppure di quella di César Manrique a Lanzarote dove «l’arte è una natura sostenibile».


A proposito di album, scrive Elio Grasso: «La composizione dei quadri è la stesura della vita nel suo formarsi [...] dentro e fuori le faglie determinanti terremoti o più lievi smottamenti». Ed è proprio lungo quelle faglie che si muove la poesia della Donzelli («per nascere bisogna / sporgersi farsi ombra, / qualche volta morire»). La sua opera, sapiente e intensa, in «perenne inclinazione», ci viene offerta come un diario di viaggio in cui la fanno da padroni il tempo e i ricordi, «le parti strappate del tutto».



LA SPATRIATA


te lo ricordi Nora

il 25 aprile del 1994

quando a quindici anni

abbiamo preso il treno

e la pioggia scendeva

sul Duomo di Milano?

te lo ricordi che eri vestita

tutta di nero mentre la folla

sventolava bandiera rossa

quando regnava su noi due

la pace adolescente

di fronte a quel 61 per cento

al 61 per cento incosciente

del trionfo che sarebbe stato

il marzo oracolare?


Per quindici anni avremmo difeso liti costruito pali ricucito altre separazioni, mentre sceglievi tra Parigi e Berlino il luogo della sosta. Non so se hai fatto bene tu a partire ho fatto bene io a restare, se partire restare a vent’anni sono la stessa cosa. Ora che non piove più su Milano ma un’arsura più secca invade la città e Roma non è più quella degli amori inconfessati sui nostri prati dove un bitume artificiale molesta le ville degli appuntamenti, anch’io sono libera su questo treno e non occorre che qualcuno nasca qualcuno muoia cambi qualcosa in questo paese.


Frecciabianca Roma-Pisa



IL DELFINO


se non ti piacciono i supereroi

e ai cavalieri preferisci i draghi

«è perché il cavaliere

il drago lo uccide».

Così per te invento code

trovo ali, ti cerco

tra i disegni di classe e sei

quello che fa saltare i delfini.


Non è merito mio

se ti sai trasformare

e il vestito che indossi

accende il Carnevale.

Non so in quale mare

vorrai ritrovarmi,

rileggimi tra vent’anni.



SONETTO PER HEVRIN


per un altro inverno vedremo scorrere

video-sequenze in paesaggi sonori

sotto il tuo viso ritratto a mezzobusto sul web

e sarà un’idea condivisa della guerra

in suono aspirato e coesistenza pacifica.

Ma oggi che apro l’immagine alla notizia

ancora ti vedo al mattino bronzea Nefertiti

stringere alta sul capo l’acconciatura,

di tremila anni sorella mostrare e punire

la minaccia alla troppa bellezza.

E cercarti vicina nel nome, allo specchio

riflesso della mia più asciutta lingua

dove per variante potresti chiamarti Eva

mentre in curdo alla radice vuoi dire amica.



*

Fotografia © Jérôme Sessini


08/12/2021