Recensioni

STEFANO BOTTERO,
“POESIE DI IERI”
(OÈDIPUS, 2020)

di Davide Toffoli

‘Ieri’ è la dimensione eletta a terreno dell’umanissima sfida del giovane Stefano Bottero. Sono poesie segnate dal Novecento letterario: Proust, Musil, Joyce, probabilmente Mann, un nichilismo chiamato in causa già dalla prima sezione, A ritmo del nulla, quasi a evocare il peso delle cose («questa scimmia che ho sulla schiena. / È un lembo di niente / il suo parlare indistinto»).

Lo spazio sembra quello di una sala d’aspetto in cui ci si cerca, ci si smarrisce, ci si riscopre, quindi, «costellazione», mentre Roma scivola tra occhi fantasmatici e parole tanto necessarie quanto inequivocabili («segreto», «vuoto», «bisogno»). E se si sfiorano universi – anche linguistici – resta comunque, «tra una stella e l’altra», il vuoto che è la vera prova da affrontare.


Talvolta, in queste pagine, s’intravede Penna: «È l’ora in cui dormono i bambini / nella protetta incoscienza del sogno. / Nessun rumore / ma consapevolezza d’essere anch’io / niente più / che un mostro da niente». Ci sono assenza, congedo infinito, un «fuori tempo» piuttosto rassegnato, dal momento che il ricordo stesso produce «metastasi» e la nostalgia «scompare tra le pieghe delle lenzuola / chiara come l’inutile nulla / di questa notte d’aprile».

L’«abisso orrido» è perennemente in agguato nei versi di Bottero, che si aggirano in un paesaggio di frane e dissesti, di solitudini e dissociazioni. La sua poesia, come suggerisce bene Biancamaria Frabotta, si concentra nel «chiamare all’appello tutti gli ieri della sua breve vita vissuta» e si lascia attrarre da un dire frammentato dove non mancano le citazioni – da Sarah Kane («I feel your pain but I cannot hold your life in my hands») a John Ashbery («And only in the light of lost words / Can we imagine our rewards») – e «ogni ricerca / è solo l’apparenza di un cercare» tra gli amori fatui, i dubbi, il panico «del galleggiare», le incontrollate finzioni che nascono dal di dentro («l’unico modo per sapere se sono vivo / sarebbe uccidermi»).

In una sorta di profluvio in cui il poeta si spende nel «tentativo di ricordare ogni cosa», vengono evocati Sbarbaro, Pasolini, Bellezza, le coincidenze di Petrarca e Ginsberg, Clementi, Rilke, l’ombra di Lear, Borges. La fantasia diventa perciò approdo, escamotage per sopravvivere al sonno, al fraintendimento e all’incomprensione:


     Ma corteggia il lamento del non avrei mai creduto

     e impara a memoria ogni verso

     ogni particolare,

     ogni addormentarmi

     sul tuo corpo di candido difetto,

     di confusione mentale.

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Nella quarta sezione – dedicata a John Cheever – prevale un certo ‘labirintico onirismo’ e si avverte chiara la presenza degli scrittori anglosassoni: sono versi che mai si dispiegano in sorrisi rassicuranti («peso di tenebra dei ventitré anni / riflesso nel visino di pianto»), nei quali è forte il senso di perdita («come tutte le cose che durano in eterno / e devono separarsi dal resto»). La sezione successiva, invece, vira su tonalità leggermente meno cupe: si alternano voci fuori campo – come quelle ‘musicali’ di Vasco Brondi, de Le luci della centrale elettrica, degli Afterhours e dei Marlene Kuntz – e piove parecchio mentre, forse senza motivo, si ha paura e non rimane che sperare di cambiar pelle.


Diluvi, solitudini, folle di suggestioni e accadimenti, disagi, appuntamenti solo sfiorati o non vissuti appieno: ecco l’habitat e l’humus della poesia di Bottero. Le sue parole vanno a formare un fiume (è l’asiatico Amu Darya – metafora di vita – che si perde nel deserto?), a tratti carsico, che scorre «nel tragico astratto di questa carta / che macchia le dita».



***


La tua nostalgia così sottile

scompare tra le pieghe delle lenzuola

chiara come l’inutile nulla

di questa notte d’aprile.

                                             La mia

nel consumarmi piano nel caffè

nel vino.


Mi svegliano i fantasmi che ho davanti

– se loro si fanno più veri

noi scompariamo,

un poco alla volta –



ALL’AMU DARYA


Realmente abbiamo perso il nostro posto

senza neanche accorgercene.

La bimba dorme di tiepida vita,

io nell’abbastanza della certezza d’esistere

                                   – nell’inconosciuto sesso.


esprimi te stesso e sarà già un enigma


Legato dalle corde di Itaca,

dalla vita che occorre,


ascolto la mia dipendenza

carezzarmi i capelli,

                        scioglierne i nodi.



***


Nasceresti in ogni timida richiesta

che porta al pianto,

negli effimeri sogni d’ogni sorta

come tutte le cose che durano in eterno

                          e devono separarsi dal resto.


Vagando tra cose che non esistono né in te né in me

giacciono in rovina i tagli per cui non soffri affatto

tanto rapidi sono stati inferti

dai nostri mesi.



*

Fotografia © Serge Najjar


21/01/2021