Recensioni

NADIA AGUSTONI,
“GLI ALBERI BIANCHI”
(LIETOCOLLE, 2020)

di Davide Toffoli

Gli alberi bianchi si apre con citazioni in esergo da Simone Weil e René Char accumunati dalla percezione della parzialità degli esseri umani, ed è subito uno sparire di corpi nella vita («nel furore parlavano nel cielo / con voce altissima / ma nulla sapevano dell’alba»). Infatti, la prima sezione – che ospita poesie scritte dopo la morte del fratello Paolo e porta il medesimo titolo del libro – si configura già come un non luogo, ben radicato nell’uomo ma fuori dal tempo. I versi sono mimetici nel tratteggiare paesaggi e regalano importanti, inattesi fendenti («il frutto non sa cosa muore») sospesi nella pagina bianca e molto spesso privi di punteggiatura. Dal teatro del mondo evocano un fuoco, tra il nascere e il morire, che sembra puntare deciso allo «stare quieti» quale approdo del divenire. Tutto si mostra in costante trasformazione ed è semmai il suono a rappresentare l’unica continuità possibile: «le case aspettano autunni // la muta delle voci»; o ancora «sono insieme alla luce agli alberi alle ossa».


Quella della Agustoni è una poesia naturale e onirica, che priva il lettore di concreti punti di riferimento e costringe a un confronto diretto e personale con la parola, imponendo una dimensione da frammento, sempre impreziosito però da un genius loci indispensabile da cogliere.

Scrive Nanni Cagnone: «Leggo Gli alberi bianchi, e penso che riveli una forma estrema e semplice di libertà, in cui ognuna delle cose chiamate con ogni altra possa coniugarsi. Felicità dell’immaginazione, sullo sfondo d’una meravigliosa bontà. Qui c’è una liturgia dell’innocenza del mondo».


La seconda sezione, Teresina, dedicata alla madre, esordisce con un lampo: «la palla rotola col bambino cicoria», una sorta di creatura silvestre della pianura. Affiora, a tratti, quasi per rapide illuminazioni, e poi torna a disperdersi una storia sfuggente («l’alba è un po’ sottovoce»; «ci vestiamo / per dimenticarci»). Incontriamo versi colmi di petali e di radici, di alberi e di prati... E tanto azzurro che fa da contraltare al senso diffuso di frana, morte e disfacimento. Ricorre il geco, animale quasi invisibile e prezioso, appeso alle pareti esterne delle case, mentre «il platano è un cranio di luce / sul letto l’abito è nudo». Ne emerge una nuova consapevolezza: «le cose imparate non siamo noi».


Anche in Dai quaderni della sera spiccano atmosfere che potrebbero rimandare al Celati di Verso la foce, o a paralleli percorsi della poetica di Mario Rigoni Stern o Ermanno Olmi, se non addirittura del David Maria Turoldo regista del film Gli Ultimi. Accenni di storie, sempre intrecciati ad elementi naturali, erbe o animali che siano.

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In un’intervista, la stessa Nadia Agustoni afferma: «Gli alberi bianchi è un racconto della gente della bassa bergamasca. Negli anni ho fermato frammenti di storie o veri e propri racconti di persone che in questi luoghi sono nate e qui hanno vissuto la loro precaria vita: contadini per conto di altri, operai, emigranti che sono rientrati dopo anni di vita altrove. Storie di dolore e rabbia, di guerra e di cattiveria più spicciola; gente buona o cattiva; i dimenticati, sfruttati e dimenticati perché le loro sono vite a zero. Come i 17.000 morti sul lavoro dal 2009 al 2019 di cui nessuno si preoccupa veramente. Poi ci sono gli affetti in questo ultimo lavoro: mio fratello, mia madre, entrambi morti alcuni anni fa. Ci sono più tracce, ma soprattutto un mondo di sconfitti, di vinti, di cancellati».


La quarta sezione, Ultima pianura, è più distesa e, seppur priva di punteggiatura, lascia maggiormente fluidi e incisivi canto e racconto. I versi tornano a giocare col suono delle parole e ritraggono vicende ricche di emozioni e percezioni: «leggo pagine di Messaggio / e Pessoa si aggira coi vecchi operai / accendono luminarie in paese / bevono / e vanno via». Ciascun verso è una voragine («su ogni cosa moriva l’aria / in una lingua di madri – / il freddo le svegliava / camminavano // fino ai precipizi / piangevano la gola / tagliata della bestia / le sue stigmate»), evoca mondi e spazi onirici («i figli si fanno api / con miele e veleno»).


Ne La vita così sola, ultima sezione del libro, ci si imbatte in poesie più ‘frananti’ ma con intatta la capacità di piegare la forma del tempo e di creare stelle. Sono energetici i chiaroscuri e i contrasti diffusi un po’ ovunque in questo lavoro di Nadia Agustoni, quasi un documentaristico (e vitalissimo) atto di resistenza che riesce a dar voce alla marginalità, a ciò che nell’assurda frenesia moderna non è in vista.


La pianura resta al centro di tutto. Si racconta. La pianura stessa è il racconto. Ed è davvero poesia.



***


gli alberi bianchi per i fiori


nei panni di un fratello la luce


la voce è una parola


stacca l’agnello dal buio


(nel pane dei crepuscoli

batte il martello)



***


l’autunno veniva in mezzo ai fiori

e nei fiori le parole per un nulla o una frase –

si scaldava la casa

per un po’ esisteva il tempo

passava sul pettine, nei capelli

con l’odore delle mele


portava l’aria di fuori

il viso a piangere –


le rondini riempivano la luce

partivano


come una storia.



XI


prendevano luce da uno spicchio di arancia

mangiandola con le mani

lì la loro vita saliva un po’

con l’odore lontano di isole:


sui tavoli falene notturne giravano in tondo

il bicchiere in un cielo rovesciato


la vita così sola



XVI


              andava con la luce la parola


c’era l’azzurro in prestito dei giorni belli

il fuoco di un fiammifero –

i bambini portavano le lamiere e i rami

a fare la fatica dei grandi

i loro sogni


finché il vento spingeva una cartaccia

tra le cose cercate nella ghiaia

e la pelle sentiva il dolore dei cani

entrava nel cuore



*

Fotografia © Ansel Adams


22/06/2021