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Introduco questa mia nota sul De rerum natura tradotto da Milo De Angelis con una lapidaria riflessione sull’arte del tradurre poesia: arte che muove dall’imprescindibile esistenza della scrittura in versi nel corpo della lingua, ben oltre automatiche traslazioni e prove di tecnica, ed invita ad esplorare a tutto tondo ogni potenzialità del significante e del significato, generando confluenze tra ascolto e (ri)creazione di senso, analisi e visione. Si può a ragione considerare la traduzione atto creativo, in quanto veicolo di immagini altre attraverso la polisemia della parola, suono, idea, forma. Tradurre è pertanto azione poetica in sé, che completa ed espande il proprio orizzonte nel caso in cui chi la compie sia un poeta.
Con il poema lucreziano, De Angelis affronta, nello specifico, l’oneroso compito di riattualizzare un’opera in versi incredibilmente densa, che ruota intorno a nodi esistenziali sempre inestricabili – la vita, la morte, il trascendente – e invita noi moderni a ripensare i confini tra speculazione filosofica, scienza e poesia.
Il De rerum natura ha goduto di notevole fortuna a partire dall’età umanistica, dopo lunghi secoli di oblio, grazie alla scoperta del relativo manoscritto da parte di Poggio Bracciolini nel 1417 presso l’abbazia svizzera di San Gallo. Da allora Lucrezio ha lasciato tracce significative nell’arte del Rinascimento (Botticelli, Tiziano, Velazques) e nella letteratura tra Ottocento e Novecento, da Foscolo a Leopardi, da Pavese a Luzi. Lo scrittore latino compone la sua opera didascalica in sei libri nel corso del I sec. a.C. e lo dedica a Memmio, politico e poeta citato da Ovidio e soprattutto da Cicerone. Epicuro è il punto di riferimento indiscusso, il Maestro che ha saputo sconfiggere le menzogne della religione – laddove il termine religio sta ad indicare non solo il culto delle divinità, ma anche la vana superstizione. È necessario che l’uomo si svincoli dalle false credenze religiose e dalle opinioni relative all’aldilà, mere proiezioni della paura della morte; gli dèi risiedono lontani nei loro mondi beati e non si curano delle vicende umane. Questa visione materialistica si aggancia alla costruzione di una fisica volta a scandagliare la natura delle cose, sulla base dell’atomo e delle sue proprietà, e il moto dei corpi, riconducibile ai concetti cardine di vuoto e di infinito: se non vi fosse un’alternanza tra il vuoto e la materia, non esisterebbe il movimento. E la rappresentazione degli immensi spazi di un universo senza limiti spalanca scorci vertiginosi sull’infinità e sul nulla.
I versi del poema concedono ampio respiro al mistero e all’abnorme, agli stati alterati di coscienza, dall’allucinazione al delirio; Lucrezio si rivela capace, pertanto, di riplasmare lo sguardo lucido del pensiero epicureo sull’anima trepida della parola poetica.
Nelle pagine di introduzione al suo lavoro, De Angelis richiama l’attenzione su alcuni temi del De rerum natura di intrinseca attualità nella ricerca esistenziale dell’uomo/poeta: la presenza simultanea del nulla e dell’infinito, segni della grandezza e della tragedia della condizione umana; la congenita fragilità dell’esistenza, che si consuma nella totale indifferenza degli dèi e di una natura che leopardianamente manifesta tutto il suo catastrofico potere; non da ultimo, la forza dell’amore, potenza assoluta e dispotica, veicolata da un frequente lessico bellico, con l’uso di voci verbali quali «ferire», «abradere», «urtare», «colpire».
De Angelis aggiunge quindi alcune note tecniche sulla propria opera di traduzione: l’esametro latino viene trasformato in verso libero e lungo, tra le quattordici e le ventisei sillabe; specialmente nel caso di finali ieratici ed incisivi, si opta per versi di sillabe pari: «Ma che cosa significa tradurre Lucrezio? E in generale che cosa comporta la traduzione di un grande poeta? Forse tradurre significa rinnovare le leggi dell’ospitalità, adattarle allo “straniero” che abbiamo incontrato e che vogliamo conoscere. Il testo a fronte è dunque un testo – scritto in un luogo diverso dal nostro – di questo straniero che ora ci ospita nel suo universo e che poi verrà ospitato da noi, nella dimora del nostro stile. E infatti la parola “ospite”, in varie lingue, mantiene questo doppio significato di colui che ospita e di colui che viene ospitato, come se le due posizioni fossero strette da un vincolo, come se non fosse possibile tradurre un testo, cioè ospitarlo e rendergli onore, senza essere stati invitati nel territorio da cui proviene […]» (cfr. Introduzione, in M. De Angelis, “De rerum natura” di Lucrezio, Mondadori, Milano 2022, pp. VIII-IX).
Il tradurre viene in seguito collegato al verbo ducere, che significa «portare», «condurre», ma anche «pensare»: solo un prolungato esercizio del pensiero, sul terreno del confronto linguistico ed extralinguistico, permette quella coesistenza di prossimità e distanza insita nel fulcro di una traduzione di poesia.
Il richiamo al senso del trans-ducere ritorna in una intervista a De Angelis curata dal collettivo “Poeti post 68”, in cui il poeta milanese dichiara, circa il concetto di trasmissione e tradizione in rapporto ai modelli poetici e letterari: «La tradizione è un concetto sacro. Direi che è il risvolto estremo del sacro e comprende lo spaventoso, il sanguinario e persino il blasfemo […]. No, nessuno scarto rispetto alla tradizione, ossia rispetto al terribile, ma piuttosto un’eredità da risvegliare attraverso la lingua di oggi nell’unico modo che ci è dato, ossia traducendola, compiendo l’atto di trans-ducere, conducendola nel respiro attuale e vivente della nostra lingua» (cfr. «Se ne vanno in fila indiana, gli anni». A colloquio con Milo De Angelis, www.poetipost68.it, luglio 2023).
Pare opportuno proporre qualche spunto intorno ai possibili rapporti tra la poetica di Milo De Angelis e quella di Lucrezio, relativamente alle ricorsività sul piano dei contenuti.
In un suo recente contributo, Alfredo Rienzi si concentra sulle corrispondenze lucreziane in Poesie dell’inizio, raccolta di testi giovanili scelti di De Angelis edita nel 2025. Rienzi evidenzia come la traduzione del poema fisico-filosofico completi un periodo di frequentazioni e corrispondenze con l’autore latino documentata fin dagli studi liceali; anche il rapporto con il latinista Luciano Perelli – pure traduttore della medesima opera – si rivela fondamentale. Nell’introduzione a Poesie dell’inizio il critico Luigi Tassoni pone l’accento su quella neutralità del divino da cui scaturirebbe l’orfanezza intrinseca all’uomo. E i riflessi della morte e del nulla campeggiano nei seguenti versi della poesia Apprendimento del dolore: «alcuni, da grandi / sapranno che c’è il nulla / e piangeranno»; «il non ancora che ci spaventa / è dentro la vita, anticipato con paura».
Trovo che anche la produzione recente rechi tracce di interrelazioni rilevanti. Si consideri la raccolta Incontri e agguati (2015), la cui prima sezione, Guerra di trincea, è un susseguirsi di testimonianze di patti e trattative con la morte: «Questa morte è un’officina / ci lavoro da anni e anni / conosco i pezzi buoni e quelli deboli, / i giorni propizi, la virtù / di applicarsi minuto per minuto e quella / di sostare, sostare e attendere / una soluzione nuova per il guasto».
Questa reiterata indagine sulla fine sfocia, di nuovo, nei territori del nulla: «“Morirai invaso dalle domande / correndo contro vento a braccia tese / ricordando il tepore della sorridente / scaverai nella miniera dell’ultimo vederla/ formerai a poco a poco la parola niente”».
Vale la pena citare, in ultimo – non certo in ordine di importanza – il breve e illuminante saggio dal titolo Cosa è la poesia?, inserito nel volume Tutte le poesie (1969-2015): una sorta di autoriflessione di De Angelis, datata 23 giugno 2016. L’interrogativo iniziale avvia il viaggio dal “porto sepolto” nel profondo dell’essere di ciascuno in direzione di un approdo indefinito e indefinibile, con il viatico di archetipi che hanno sempre accompagnato la poesia. Ne riporto i contenuti essenziali, perché mi sembra che gli assi portanti del discorso presentino analogie con i concetti cardine dell’opera di Lucrezio. Il primo archetipo che il poeta milanese individua è il silenzio: «Ogni poeta conosce il silenzio fra due note, il silenzio fra due libri, quando il secondo libro inizia a configurarsi e lo chiama a sé, nel suo universo stilistico, gli suggerisce i ritmi e le parole […]. Ma c’è anche un altro silenzio: il silenzio che avvolge tutte e due le note. È il silenzio vasto e sterminato di Giacomo Leopardi nell’Infinito. È un tempo disteso, un dilatarsi di giorni e di esperienze, uno spazio immenso che si apre e ci avvolge. […] Bisogna accettare questo silenzio: può essere buono e fecondo, se lo accettiamo. Avvengono, a nostra insaputa, semine interiori che un giorno daranno il loro frutto […]» (M. De Angelis, Cosa è la poesia?, in Tutte le poesie (1969-2015), Mondadori, Milano 2017, p. 413).
Questo silenzio vasto e sterminato, che richiama l’infinito nella totalità dell’esperienza, evoca l’immagine del vuoto tratteggiata dal filosofo epicureo: elemento indispensabile, come si è visto, per spiegare l’eterogeneità e la dinamicità dell’esistente, in una prospettiva spaziale che dilaga nella vertigine dell’immenso. Così il silenzio poetico non è l’opposto della parola – allo stesso modo in cui il vuoto non è antagonista della materia – ma il luogo in cui la parola si predispone a una forma, crescendo in potenza e in densità.
Il secondo dato archetipico è costituito dal tempo: un tempo non ciclico, ma a spirale, un tempo che si avvicina nel ritorno al percorso compiuto senza coincidervi. La poesia necessita dell’attimo fuggente, dell’istante – letteralmente ciò che incombe, ciò che è imminente –, del kairòs, e nel contempo della permanenza, di ciò che rimane, in un intreccio di singolare e cosmico: «Ricordo e profezia, memoria e promessa, atomo gremito di tempi». Questa non casuale metafora porta a tracciare un parallelismo con la teoria atomistica lucreziana: l’ordito degli istanti che compone il tempo è tanto costitutiva del reale quanto l’aggregazione degli atomi. Se si pensa che proprio il vuoto e l’atomo condensano la Weltanschauung di base del poeta latino, è facile comprendere come la trasposizione analogico-metaforica di essi nella riflessione di De Angelis suggerisca la sovrapposizione tra l’essenza delle cose e l’essenza della poesia.
Un ulteriore punto di contatto sta nella visione tragica della condizione umana, visione comune tanto al De rerum natura – dove ricorre spesso intrisa di pathos e talvolta persino orrorifica, come nella famosa descrizione della peste di Atene – quanto alla poesia di De Angelis, il quale in una intervista (inclusa in La parola data) significativamente afferma: «Cerco il contrasto, la discordia, la guerra tra le forze, il tragico: che non sancisce in partenza la condizione umana ma piuttosto la trafigge e la fa rinascere con i suoi scuotimenti e si ritrova, in pieno delirio, abbagliato da una chiarezza improvvisa. Il tragico non può fare a meno della luce» (Milo De Angelis, La parola data. Interviste 2008-2016, Mimesis, Milano-Udine 2017, p. 53).
Tuttavia, se lo scrittore-filosofo latino si arrischia a fornire delle risposte, la domanda del poeta dei nostri giorni rimane aperta: il poetico – connesso nell’etimo al verbo greco poiein – non consiste nel fare pratico (prassein), ma nel fare artistico, magico e mitico della sacra rappresentazione, del gioco e della festa. È perciò inevitabile che la poesia sfugga a finalità pratiche e a definizioni nette dei propri contorni. E forse proprio nell’esperienza dell’epifania, della rivelazione che accoglie il mistero, sta il senso ultimo della scrittura poetica e delle cose.
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Immagine di copertina: manoscritto del De rerum natura, 1483

Ponte alla Luna
SUL “DE RERUM NATURA”
TRADOTTO DA
MILO DE ANGELIS
di Francesca Innocenzi
