MARIO BENEDETTI
Poesie scelte

***


Lasciano il tempo e li guardiamo dormire,

si decompongono e il cielo e la terra li disperdono.


Non abbiamo creduto che fosse così:

ogni cosa e il suo posto,

le alopecie sui crani, l’assottigliarsi, avere male,

sempre un posto da vivi.


Ma questo dissolversi no, e lasciare dolore

su ogni cosa guardata, toccata.


Qui durano i libri.

Qui ho lo sguardo che ama il qualunque viso,

le erbe, i mari, le città.

Solo qui sono, nel tempo mostrato, per disperdermi.



In fondo al tempo


Stamattina il cielo batte la mano del temporale,
l’uomo delle cambiali è venuto a farci stare qui solo per guardare
chi può venire sulla porta a fare un grande rumore.
Le nuvole mangiano l’infinito,
mandano al gabinetto tutto lo sguardo. Annina,
è nel rivo di fango il bastone diritto che ricorda la tua casa.
Ha una volta il tetto di lamiera
con i muri grossi, e una volta solo i fiori con Silvio che parla.
Nella strada le ombre vanno sotto l’asfalto,
si cercano i bambini nei tubi di cemento della fognatura nuova.
Dietro gli scuri grida la lingua dei genitori. Dietro gli scuri
la carne delle bambine ha avuto un cortile pieno di rondini,
le teneva la terra, non so come dire, la sabbia e l’erba.
Il terremoto improvviso
come il morto che viene alla spalla per farci sentire
improvvisa la luna, la luna, la luna.



***


Nelle finestre i giorni.

Si animano pochi visi,

venuti senza chiedere mai perché ne ho bisogno.

Dove comincio anch’io. Dove finisco

è una lunga luna, il grande nero delle montagne.


Mi sembrava una notte con la neve oggi

la piccola spesa, i pochi soldi, la tua piccola felicità.

E anch’io ho visto le montagne, mamma, non sempre,

ma ho visto le tue montagne.

I sassi rotolano giù, basta non gridare.



***


Arrivano a piedi come gli dèi, stanno lì.

L’essere di qualcuno tra le case e io

con la mano cancello davanti

un ragnetto sul foglio,

niente non vuole dire se piango.


Luna, corridoio bianco, come ho corso!,

e nel vento sono ancora che mi porti, braccio, ramo

nel buio che si muove.

Come corro, come ride l’acqua

e tu mi guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?

Corro nell’acqua increspata, cosa c’è

in questa musica visi, fisarmoniche e il volere andare,

e dopo il pianto grande la voce così bella

sai, dice, vieni, sono tutta nel sogno e tu?

Io, le mie scarpe le risa le travi dove?

sono qui i morti? sono qui?



Log Ambleteuse


Un bianco dove non si mette niente,
di notte
si vede una pagina di Nerval,
il sangue di Esenin, una baita, la strada nuda di una frontiera,
un bungalow sulla costa.


Non è mai tornare se diventa che mi vedi leggero.
La mano attraverso le case è dirti «guarda»
e già ti sporgi sul mare.
E la primavera gira gli occhi nella primavera
se ti dico «guarda quante eriche».


Difendimi, difendi questa notte bianca,
il giorno ripetuto nel pensiero.
Log, Ambleteuse,
colpi dei piedi sulla strada, facce piene di vento scuro,
i nostri visi nelle mani,
il vento negli occhi chiusi per pensarlo.


E un albero di fiori
sale sullo slargo con la marea
perché la mano è così, amore,
lei va alta fra i tuoi capelli.



A.D.


Penso a come dire questa fragilità che è guardarti,
stare insieme a cose come bottoni o spille,
come le tue dita, i tuoi capelli lunghi marrone.
Ma d’aria siamo quasi, in tutte le stanze
dove ci fermiamo davanti a noi un momento
con la paura che ci ha assottigliati in un sorriso,
dopo la paura in ogni mano, o braccio, passo,
che ogni mano, o braccio, passo, non ci siano.



Stanca madre


Guardo, vicino all’acqua, l’acqua.

Quando dici «erba» piango,

quando nelle tue parole ci siamo noi e c’è tutto

l’avere incominciato da piccoli,

qui in questa terra, dici, questa nostra terra.



***


Che cos’è la solitudine.


Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:

un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.

Ho freddo, ma come se non fossi io.


Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro

come un uomo con un libro, ingenuamente.

Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.

Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,

il Natale nei racconti,

le stampe su questo parco come un suo spessore.


Che cos’è la solitudine.


La donna ha disteso la coperta sul pavimento per non sporcare,

si è distesa prendendo le forbici per colpirsi nel petto,

un martello perché non ne aveva la forza, un’oscenità grande.


L’ho letto in un foglio di giornale.

Scusatemi tutti.



***


Mandami le ossa, mandami il cranio senza gli occhi,

la mascella aperta, spalancata, fissa nei denti,

e i calzini sotto la tuta, eri rigido, eri rigido, eri una cosa

come un’altra, senza la forma che hanno i tavoli,

morso dallo stento del vivere, una cosa inservibile,

indecisa, un terriccio che non si nota, un pezzo di asfalto

di una strada anonima, eri tu, quella cosa, eri tu,

quella cosa, eri uno che è morto. Così fragile il tuo sorriso,

lo sguardo blu e gli zigomi, il metro e settantacinque

portato come un uomo che piace, che vive per sempre,

per sempre dentro una vita che per potere essere

vissuta deve sembrare una vita per sempre, mentre eri

della carne, quello che io sono uno per sempre ancora.



Città e campagna


Mi sento nel giro che facevi a prendere la legna,

nel rumore del camion che va perché si possa entrare

in trattoria durante l’ora di pausa: nei pensieri

che accompagnano la terra da togliere in cantiere.


Lo scavo è lo sguardo che lo tiene, quando si va via la sera,

e volendo ci si può chiedere com’è stata, che cosa, la giornata:

restare in una melodia o con un disegno più nervoso

e impossibile.


Così mi penso nelle parole che risalgono il cortile,

dopo averti sentita nell’aria che ti affaticava: e un po’ intorno

come una sera d’aria tra le pietre e sulla campagna.


Dove la neve è occuparsi di che cosa sono le erbe e i sassi,

rimanere sulle cose per un po’, nel bianco della neve:

con le piane che avevano il tuo sguardo grande,

tu che diventavi le giornate, lavoro e prati di un mondo.

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Mario Benedetti (Udine, 9 novembre 1955 – Piadena, 27 marzo 2020) trascorse i primi venti anni a Nimis (Udine), paese dei suoi genitori, e nel 1976 si trasferì a Padova, dove si laureò in Lettere con una tesi sull’opera complessiva di Carlo Michelstaedter, diplomandosi poi in Estetica presso la Scuola di Perfezionamento della stessa facoltà universitaria. Si dedicò all’insegnamento nelle scuole superiori, a Padova e a Milano. In seguito alla pubblicazione di varie plaquette, nel 2004 riassunse il suo lavoro con Umana gloria, pubblicato nella collana “Lo Specchio” (Mondadori). A distanza di quattro anni uscì Pitture nere su carta, raccolta in cui l’autore batteva sentieri comunicativi ed espressivi precedentemente inesplorati. Dopo l’esperienza dei Materiali di un’identità (2010), nel 2013 B. aggiunse un nuovo importante capitolo alla sua opera poetica con Tersa morte.



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Testi selezionati da Tutte le poesie (Garzanti, 2017)