GIOVANNI GIUDICI
Poesie scelte

Mi chiedi cosa vuol dire


Mi chiedi cosa vuol dire

la parola alienazione:

da quando nasci è morire

per vivere in un padrone


che ti vende – è consegnare

ciò che porti – forza, amore,

odio intero – per trovare

sesso, vino, crepacuore.


Vuol dire fuori di te

già essere mentre credi

in te abitare perché

ti scalza il vento a cui cedi.


Puoi resistere, ma un giorno

è un secolo a consumarti:

ciò che dài non fa ritorno

al te stesso da cui parte.


È un’altra vita aspettare,

ma un altro tempo non c’è:

il tempo che sei scompare,

ciò che resta non sei te.



Il benessere


Quanti hanno avuto ciò che non avevano:

un lavoro, una casa – ma poi

che l’ebbero ottenuto vi si chiusero.

Ancora per poco sarò tra voi.



Dal cuore del miracolo


Parlo di me, dal cuore del miracolo:

la mia colpa sociale è di non ridere,

di non commuovermi al momento giusto.

E intanto muoio, per aspettare a vivere.


Il rancore è di chi non ha speranza:

dunque è pietà di me che mi fa credere

essere altrove una vita più vera?

Già piegato, presumo di non cedere.



La vita in versi


Metti in versi la vita, trascrivi

fedelmente, senza tacere

particolare alcuno, l’evidenza dei vivi.


Ma non dimenticare che vedere non è

sapere, né potere, bensì ridicolo

un altro voler essere che te.


Nel sotto e nel soprammondo s’allacciano

complicità di visceri, saettano occhiate

d’accordi. E gli istanti s’affacciano


al limbo delle intermedie balaustre:

applaudono, compiangono entrambi i sensi

del sublime – l’infame, l’illustre.


Inoltre metti in versi che morire

è possibile a tutti più che nascere

e in ogni caso l’essere è più del dire.



Quando piega al termine


Quando piega al termine l’età,

la nostra età, l’età del mondo, quando

aspettare il nulla che accadrà

è chiaramente un inganno – si mette al bando


volontario colui che il sorriso rifiuta

e non sopporta di essere vile

più, non chiede più complici e muta

persona diventa, facile preda ostile.



Ciao, Sublime


Tu, cosa della cosa

o Sublime.

Al di là della fine

e senza fine.

Senza principio

al di qua del principio.


Sublime – esser per essere.

Sublime – divenire.

Crisma dell’immanenza.

Sublime – stella fissa del durare.

Superfluità della coscienza.


Ciao, Sublime.

Ciao, Sublime.

Sublime che non si volta.

Sublime che non si ascolta.

Sublime senza prima

né ultima volta.


Io no – che sempre aspetto

il cominciare, l’apertura.

Io no – per poca fede.

Per poca paura.

Io – senza occhi per contemplarti.

Io che non ho ginocchi per adorarti.


Cosa della cosa.

Rosa della rosa.

Tu – rosa e cosa

ma senza le parole cosa e rosa.


Tu – non foglia che cresce

ma crescersi di foglia.

Tu – non mare che splende

ma splendersi del mare.

Tu – amore nell’amare.


Ciao, Sublime.

Ciao, Essere Umano semplicemente.


E io che passeggio con te.

Io che posso prenderti per mano.

Io che mi brucio di te

nel corpo, nella mente.



Maria de las angustias


Un massimo di impostura è inevitabile

Considerato quanto futile è il cuore:

Anche dalla finzione tuttavia il vero può nascere

Smascherata maschera all’incerto amore.


Egli fabbrica e notturno arzigògola

La via donde buscar el Levante:

A te sale e ti osa, Maria de las angustias,

Ti chiama presenza/assenza, essenza miracolante.


Ma tu per mano a angoli d’acque lo guidavi,

Che in ombre marezzavano le arcate discrete:
E lui con te così tortuosamente naturale

Nell’estraneità di quella quiete.



***


Maestra di enigmi

Affermate che basta una parola

E quella sola che nessuno ha –

Lei che trasvola via dalla memoria

Lucciola albale e falena

È nera spina di pena

Brùscolo a un occhio di storia –

Venisse al mio parlare

Èffeta e poi per sempre bocca muta

Al servo vostro stretto

Frugando sul sentiero

Dove non scende lume di pietà –

Se la felicità sia il nostro vero

O il nostro vero la felicità



L’amore dei vecchi


In una gloria di sole occidente

Vaneggi, mente stanca:

Inseguito prodigio non si adempie

Nell’aldiquà del fiore che s’imbianca


Ma tu, distanza, torna a ricolmarti

Tu a farti terra in questa ferma fuga

Mare di nuda promessa

Ai nostri balbettati passi tardi


E tu, voce, rimani

Persuàdici – un poco, un poco ancora

Nostro non più domani,

Usignolo dell’aurora.



Il mio delitto


Se scrivere era vivere

Vissuto fu lo scritto

Cercavo appena un’isola di spazio

Un silenzio un sorriso intorno a me

E blando vino e modica allegria

Un quieto conversare a lume spento

Esserne perdonato non sapendo

Il mio delitto

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Giovanni Giudici nasce il 26 giugno 1924 a Le Grazie (La Spezia). Vive per molti anni a Roma, dove si laurea in Lettere. Giornalista professionista dal 1° gennaio 1948, nel 1956 viene assunto alla Olivetti di Ivrea con l’incarico formale di bibliotecario, ma in realtà per dirigere, secondo la volontà di Adriano Olivetti, il settimanale «Comunità di fabbrica». Dopo un breve periodo trascorso a Torino, nel 1958 è nella sede Olivetti di Milano, dove lavora come copywriter nella Direzione pubblicità e stampa. Nel 1953 pubblica la prima raccolta di versi, Fiorì d’improvviso. La vita in versi, uscito nel 1965, lo impone definitivamente all’attenzione di lettori e critici. Negli anni successivi dà alle stampe Autobiologia (1969, Premio Viareggio), O beatrice (1972), Il male dei creditori (1977), Il ristorante dei morti (1981), Lume dei tuoi misteri (1984), Salutz (1986, Premio Librex-Guggenheim Montale), Prove del teatro (1953-1988) (1989), Fortezza (1990), Poesie (1953-1990) (1991), Quanto spera di campare Giovanni (1993), Empie stelle (1996), Eresie della sera (1999). Nel 2000 la sua opera poetica è raccolta nel Meridiano I versi della vita. Nel 2004 esce l’ultima raccolta, Da una soglia infinita. Prove e poesie 1983-2002. Muore a La Spezia il 24 maggio 2011.



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Testi selezionati da Tutte le poesie (Mondadori, 2014)