FËDOR IVANOVIČ TJUTČEV
Poesie scelte

***


Tu lo vedesti nel gran mondo. Cupo

o capricciosamente allegro, torvo,

distratto o pieno di pensieri arcani:

tale è il poeta, e tu lo disprezzasti!


Guarda la luna: tutto il giorno, quasi

svanisce in cielo, smorta nuvoletta;

ma viene ecco la notte, e, dea radiosa,

risplende sopra il bosco addormentato!



***


Nella chiarezza v’è delle autunnali

sere un tenero, un misterioso incanto:

lo splendore degli alberi sinistro,

il languido frusciare delle foglie

porporine, il velato e calmo cielo

sopra la terra triste e desolata,

e, annunzio delle prossime bufere,

un brusco, freddo vento qualche volta,

un mancare e sfinirsi – e quel sorriso

mite di sfioritura, su ogni cosa,

che in essere senziente noi chiamiamo

sacro pudore della sofferenza.



***


Come sulla cinigia ardente

fumiga il rotolo e s’abbrucia,

ed il celato, sordo fuoco

divora i righi e le parole,


così si strugge triste la mia vita

e se ne va di giorno in giorno in fumo,

così mi spengo a grado a grado

in greve qui monotonia!...


Oh cielo, se una volta sola

s’espandesse a sua voglia questa fiamma,

e, senza più pene e tormenti,

io risplendessi – e fossi spento!



***


Taci, nasconditi ed occulta

i propri sogni e sentimenti;

che nel profondo dell’anima tua

sorgano e volgano a tramonto

silenti, come nella notte

gli astri: contemplali tu – e taci.


Può palesarsi il cuore mai?

Un altro potrà mai capirti?

Intenderà di che tu vivi?

Pensiero espresso è già menzogna.

Torba diviene la sommossa

fonte: tu ad essa bevi – e taci.


Sappi in te stesso vivere soltanto.

Dentro te celi tutto un mondo

d’arcani, magici pensieri,

quali il fragore esterno introna,

quali il diurno raggio sperde:

ascolta il loro canto – e taci!...



***


Cupa sera di maltempo...

Che, la voce della lodola?...

Del mattino ospite vaga,

voce, all’ora tarda e morta?

Viva, duttile essa, pura,

in quest’ora morta e tarda,

come riso forsennato

tutta l’anima mi scuote!...



***


Siedo pensoso e solitario

ed il languente fuoco guardo

      tramezzo il pianto...

Penso al passato con angoscia,

né, in questa mia desolazione,

      trovo parole.


Il tempo corso, fu esso mai?

Questo presente, sarà sempre?...

      Passerà certo:

passerà come tutto passa,

e strillerà nel varco buio

      anno sopra anno.


Anno: ed un secolo sull’altro...

Che mormora mai l’uomo, questa

      erba terrena!...

Presto, assai presto sarà vizza;

ma, coll’estate, l’erba nuova

      e nuove foglie.


E ancor sarà quello ch’è adesso,

e ancor le rose fioriranno

      e i prugnoli anche...

Ma, mio pallante e gramo fiore,

per te non v’è resurrezione,

      non fiorirai!


Strappato fosti di mia mano,

con qual delizia e quale angoscia

      sa solo Iddio!...

E resta dunque sul mio petto,

finché vi sia spento il sospiro

      d’amore estremo.



***


Guarda qual viva nube leva

volute la fontana risplendente,

come fiammeggia, come franto

al sole è l’umido suo fumo.

Alzandosi nel cielo col suo getto,

la recondita altezza sfiora, ed ecco,

in polvere color di fuoco, pure

è condannata a ripiovere in terra.


O tu fontana dal pensiero umano,

inesauribile fontana!

E qual è mai l’imperscrutata

legge che t’agita e t’incalza?

Come avida ti lanci verso il cielo!...

Ma una mano invisibile e fatale,

frangendo il getto pervicace,

lo precipita in polvere dall’alto.



***


Oh come la fumata in alto splende

e scorre inafferrabile, giù, l’ombra!...

«Ecco la nostra vita, – mi dicesti, –

non il fumo brillante nella luna,

ma quest’ombra dal fumo rifuggente...».



***


Come, noi declinando, il nostro amore

è più tenero e più superstizioso!...

Luce d’addio dell’ultima passione,

luce d’occaso, splendi, splendi!


Già l’ombra ha preso mezzo il cielo,

all’occidente solo erra un chiarore:

giorno venuto a sera, indugia, indugia,

e dura, dura ancora, incanto.


Venga pur meno il sangue nelle vene,

la tenerezza non vien meno in cuore...

Ultimo amore, o tu! tu sei

felicità e disperazione.



***


Se dal Signore non le sia concesso,

l’anima ha un bel soffrire amando:

felicità non può acquistare,

ma può acquistare, pure, se stessa...


Anima mia, anima che tutta

a un solo sacro amore ti sei data

e che spiravi d’esso solo

e doloravi, Iddio ti benedica:


il misericordioso, onnipossente,

che lo sfarzoso fiore, all’aria

fiorente, scalda del suo raggio,

la pura perla in fondo al mare.

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Fëdor Ivanovič Tjutčev (Ovstug, gov. di Orlov, 1803 – Carskoe Selo 1873) visse a lungo in missione diplomatica (1822-44) in Germania, dove conobbe F. W. J. Schelling e H. Heine, e poi a Torino. I versi del primo periodo comparvero sporadicamente in Russia (nel 1836 venne pubblicato sul «Il contemporaneo» di Puškin un gruppo di 16 “poesie della Germania” firmate F. T.) ed egli restò sconosciuto al grande pubblico fino alla metà del secolo, quando Nekrasov ne segnalò l’importanza (1850) e Turgenev curò un’edizione delle sue liriche (1854). Del 1868 è la prima raccolta completa Versi. Ma fu con la nascita del movimento simbolista che T. ottenne il riconoscimento di maggior poeta del secolo dopo Puškin e fu apprezzato per la ricerca espressiva, capace di svelare la duplicità del reale, e per l’importanza dell’elemento ritmico e del sistema allusivo. La sua produzione, relativamente circoscritta, comprende poemi sulla natura, poemi filosofici, d’amore e versi di contenuto politico-ideologico. Conservatore, sostenitore del nazionalismo slavofilo, T. scrisse anche saggi storico-politici.



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Testi selezionati da Poesie (trad. di T. Landolfi, Adelphi, 2011)