CRISTINA CAMPO – Poesie scelte

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Moriremo lontani. Sarà molto

se poserò la guancia nel tuo palmo

a Capodanno; se nel mio la traccia

contemplerai di un’altra migrazione.


Dell’anima ben poco

sappiamo. Berrà forse dai bacini

delle concave notti senza passi,

poserà sotto aeree piantagioni

germinate dai sassi...


O signore e fratello! ma di noi

sopra una sola teca di cristallo

popoli studiosi scriveranno

forse, tra mille inverni:


«nessun vincolo univa questi morti

nella necropoli deserta».



***


È rimasta laggiù, calda, la vita,

l’aria colore dei miei occhi, il tempo

che bruciavano in fondo ad ogni vento

mani vive, cercandomi...


Rimasta è la carezza che non trovo

più se non tra due sonni, l’infinita

mia sapienza in frantumi. E tu, parola

che tramutavi il sangue in lacrime.


Nemmeno porto un viso

con me, già trapassato in altro viso

come spera nel vino e consumato

negli accesi silenzi...

       

                                       Torno sola

tra due sonni laggiù, vedo l’ulivo

roseo sugli orci colmi d’acqua e luna

del lungo inverno. Torno a te che geli


nella mia lieve tunica di fuoco.



***


Ora tu passi lontano, lungo le croci del labirinto,

lungo le notti piovose che io m’accendo

nel buio delle pupille,

tu, senza più fanciulla che disperda le voci...


Strade che l’innocenza vuole ignorare e brucia

di offrire, chiusa e nuda, senza palpebre o labbra!


Poiché dove tu passi è Samarcanda,

e sciolgono i silenzi tappeti di respiri,

consumano i grani dell’ansia –


e attento: fra pietra e pietra corre un filo di sangue,

là dove giunge il tuo piede.



***


Amore, oggi il tuo nome

al mio labbro è sfuggito

come al piede l’ultimo gradino...


Ora è sparsa l’acqua della vita

e tutta la lunga scala

è da ricominciare.


T’ho barattato, amore, con parole.


Buio miele che odori

dentro diafani vasi

sotto mille e seicento anni di lava –


ti riconoscerò dall’immortale

silenzio.



***


Ora rivoglio bianche tutte le mie lettere,

inaudito il mio nome, la mia grazia richiusa;

ch’io mi distenda sul quadrante dei giorni,

riconduca la vita a mezzanotte.


E la mia valle rosata dagli uliveti

e la città intricata dei miei amori

siano richiuse come breve palmo,

il mio palmo segnato da tutte le mie morti.


O Medio Oriente disteso dalla sua voce,

voglio destarmi sulla via di Damasco –

né mai lo sguardo aver levato a un cielo

altro dal suo, da tanta gioia in croce.



***


Devota come ramo

curvato da molte nevi

allegra come falò

per colline d’oblio,


su acutissime lamine

in bianca maglia d’ortiche,

ti insegnerò, mia anima,

questo passo d’addio...



Quadernetto


Un anno... Tratteneva la sua stella

il cielo dell’Avvento. Sulla bocca

senza febbre o paura la mia mano

ti disegnava, oscura, una parola.

E la sfera dell’anima e dell’anno

vibrava in cima a uno zampillo d’oro

alto e sottile il sangue.

                                          Ne tremavamo

sorridenti agli sguardi – all’accostarsi

buio di quel guardiano incorruttibile

che nei giardini chiude le fontane.


Capodanno ’53-’54



Sindbad


L’aria di giorno in giorno si addensa intorno a te

di giorno in giorno consuma le mie palpebre.

L’universo s’è coperto il viso

ombre mi dicono: è inverno.


Tu nel vergine spazio dove si cullano

isole negligenti, io nel terrore

dei lillà, in una vampa di tortore,

sulla mite, domestica strada della follia.


Si stivano canapa, olive

mercati e anni... Io non chino le ciglia.

Mezzanotte verrà, il primo grido

del silenzio, il lunghissimo ricadere


del fagiano tra le sue ali.



Estate indiana


Ottobre, fiore del mio pericolo –

primavera capovolta nei fiumi.


Un’ora m’è indifferente fino alla morte

– l’acero ha il volo rotto, i fuochi annebbiano –

un’ora il terrore di esistere mi affronta

raggiante, come l’astero rosso.


Tutto è già noto, la marea prevista,

pure tutto si ottenebra e rischiara

con fresca disperazione, con stupenda

fermezza...

                     La luce tra due piogge, sulla punta

di fiume che mi trafigge tra corpo

e anima, è una luce di notte

– la notte che non vedrò –

chiara nelle selve.



Elegia di Portland Road


Cosa proibita, scura la primavera.


Per anni camminai lungo primavere

più scure del mio sangue. Ora tornano sul Tamigi

sul Tevere i bambini trafitti dai lunghi gigli

le piccole madri nei loro covi d’acacia

l’ora eterna sulle eterne metropoli

che già si staccano, tremano come navi

pronte all’addio...


                                  Cosa proibita

scura la primavera.


Io vado sotto le nubi, tra ciliegi

così leggeri che già sono quasi assenti.

Che cosa non è quasi assente tranne me,

da così poco morta, fiamma libera?


(E al centro del roveto riavvampano i vivi

nel riso, nello splendore, come tu li ricordi

come tu ancora li implori)

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Cristina Campo (pseudonimo di Vittoria Guerrini) nasce a Bologna nel 1923 e muore a Parma nel 1977. Il padre Guido è musicista. La madre appartiene a una famiglia della buona borghesia bolognese. Trascorre la prima infanzia a Bologna, all’Istituto Rizzoli del quale lo zio materno, Vittorio Putti, è direttore. Il difetto cardiaco (che l’accompagnerà per tutta la vita) le impedisce di frequentare regolarmente la scuola. Studia da autodidatta sotto la guida del padre e di alcuni insegnanti privati. Impara le lingue leggendo Cervantes, Proust, Shakespeare. È traduttrice e critica, in entrambi gli ambiti riuscendo a profondere originalità e acume non comuni. Fra le innumerevoli frequentazioni di rilievo: Luzi, Traverso, Turoldo, Bigongiari, Merini, Bemporad, Bazlen, Dalmati, Pound, Montale, Williams, Pieracci Harwell, Malaparte, Silone, Monicelli e Scheiwiller. La Tigre Assenza comprende tutte le sue poesie e traduzioni poetiche, edite e inedite.



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Testi selezionati da La Tigre Assenza (Adelphi, 1991)