CHARLES WRIGHT
Poesie scelte

***


La terra è saliva, ciò che s’attacca come colla fresca.

È per camminarci, è per distendersi,

un lenzuolo sicuro per la resurrezione.

La terra è quel che viene dopo di te,

seguendo i tuoi passi, contandoti i denti, padre

e figlio, padre e figlio del figlio,

un coltello, un seme, ognuno piantato profondo quanto basta.

Si comincia da lì. Gli uccelli erompono in fiamme nella tua manica;

ti s’incendiano le scarpe, le scarpe buone;

i calzini affondano nel terreno, passato tutto il dolore;

le caviglie affondano nel terreno, le tibie, le gambe...

post-procreatore di necessità,

infuocato come asparago nel campo notturno,

cerchi la via di fuga alla luce di te stesso.



Riunione


Di già un giorno s’è staccato da tutto il resto laggiù.

Ha la mia foto nella sua soffice tasca.

Vuole portare il mio respiro nel passato nella sua borsa di vento.


Scrivo poesie per liberarmi, espiare e sparire

dall’angolo alto a destra delle cose, per rendere grazie.



Autoritratto


Un giorno scopriranno me e le mie mani bucate,

il plenilunio alle spalle, la nebbia in cerca dell’orizzonte perduto, il bordo

del continente marcato di giallo, ansietà di luci,

schiene bianche di frangente, una sabbia nerofumo,

le ceneri e schegge di carbone che discolperanno il mio nome.


Intanto mi canticchierò una cantilena e farò ordine qui intorno.

Le piante di giada e d’oleandro fluttuano splendenti.

Le foglie del pepe s’inverdiscono.

La mia figura si profila in inchiostro nero e draga lentamente nel cielo

in attesa d’essere riempita.


Mano che una volta mi sollevasti, sollevami ancora,

tirami fuori in carne e ossa, aggiustami gli occhi.

Dal marciume e dal sottobosco, proteggimi e

spingimi oltre.

Dalle mie parole e dalle mie carezze,

dalla rosa e dal gesto scemo, liberami e spingimi oltre.



***


E ora a valle, te stesso, e l’ombra di te stesso,

tutto quello che porti indietro.

Eppure, è abbastanza: cassa di risonanza, corrimano,

apparecchio acustico e occhio introspettivo...

indietro dalla montagna delle sette caverne, la sua croce

dove è inchiodato il serpente; indietro

dal ceppo di querce e dalla rosa, il loro rivolo

ricercato dai ciechi col loro tocco asciutto; indietro

dagli Innocenti, quella tinozza dove il sole e la luna

s’immergono nel loro bagno rosso...

l’Eco è arbitraria: fiamma, vento, diluvio

e suolo, ognuno un sopravvissuto, ognuno

erede dell’impronta digitale, il lapsus linguae.

Ognuno è il suo inizio; ognuno, in sé, un fine...



Notte chiara


Notte chiara, punta del pollice d’una luna, cielo in controluce.

Dita di luna dispongono la stessa routine

sulla pedana laterale e sulla soglia, le chiavi bianche e le chiavi nere.

Silenzio d’uccelli e canto d’uccelli. Cade un fiore di cassia.


Voglio essere illividito da Dio.

Voglio essere impiccato in una luce forte e prescelto.

Voglio essere steso come musica estorta da un seme caduto.

Voglio essere penetrato e raccolto pulito.


E il vento mi dice «Cosa?».

E i semi di ricino, coi loro orecchini di morte, mi dicono «Cosa?».

E le stelle si risvegliano sul loro freddo sdrucciolo nel buio.

E gli ingranaggi cadono nelle loro tasche e i motori girano.



Ultimo diario


Condannati dalla nostra stessa bocca,

                         noi che riponiamo fiducia nelle cose visibili.


Ben presto dimenticheremo il mondo.

                         E ben presto il mondo dimenticherà noi.


Il soffio della vita, da questa all’altra trapassando,

è quel che dice il vento, nella sua sola parola

                                         la gioia della terra.


Lussuria della lingua, lussuria dell’occhio,

                                  condannati dalla nostra stessa bocca...



Orsa nordamericana


Inizio di novembre nell’anima,

                                                          pioggia forte e oro scuro

dagli alberi, luce obliqua

del pomeriggio inoltrato e greve peso sul cuore.

Come sempre svigorito e spento.

Sessantaduenne, voce incolta, incline alla notte,

sono in piedi e tranquillo sul vialetto vuoto.

Sblocca il mio habitat, luce stellare, fammi insolubile;

negativa del mio post-panorama

                   muovi furtiva l’ombra sulla mia bocca.


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Casuale geometria delle stelle,

                                                         casuali stringhe di parole

belle come l’alfabeto.

O così le ricordo,

                                 Orsa nordamericana,

Orione, Cassiopea e le Pleiadi,

che cuciono la loro sintassi sul cielo profondo del North Carolina

mezzo secolo fa,

la lingua perduta di notti estive, la pergamena muta

del tempo,

                     trafitta sul suo scuro cilindro celestiale.


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Cosa c’è per noi d’imperturbabile nelle stelle?

                            Quale impulso, quale bassa marea

ci attrae lassù come vertigine, quale

inversione di quota ci spinge verso i loro abissi chiari?

Stanotte, per esempio,

qualcosa ruota dietro i miei occhi,

               qualcosa d’illacrimato, qualcosa d’innominabile,

filando veloce la tela.

Chi dirà che il cuore dirottato non è tornato alla sua gabbia?

Chi dirà che il respiro d’un angelo non m’ha

                                                   sfiorato l’orecchio?


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Cammino nel freddo della notte d’autunno pieno

                                             come Orfeo,

pensando il mio canto, ansioso di voltarmi,

la mia vita svanita un ornamento, una nuvola alla deriva, dietro di me,

leggera trascendenza di cenere

sepolta e risorta una volta, e poi ancora e ancora.

Il marciapiede si srotola come sonno profondo.

Sopra di me le stelle, stelle austere,

scoprono il volto.

                Nessun cuore batte alle mie spalle, nessun passo.


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La stagione ci viene incontro, foglie morte e erbe appassite

incerate dal vento ovunque guardi,

                          il cielo chiaro della notte

acceso di stelle e da stelle trafitto, quella costellazione, quelle sette stelle lassù,

il Generale Ke-Shu che solleva la spada, dicono i cinesi.

O lo disse uno di loro,

uno del Fronte Occidentale, come parte del suo esercito senz’altro.

Posso quasi vederlo anch’io,

                                        spada lunga sopra il collo dell’Orsa,

il suo carro senza ruote, spolverío dell’oscurità come tempesta di sabbia a occidente.


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Alcuni di questi fuochi stellari devono essere certo cenere ormai.

Mi gingillo per il giardino,

canticchio vecchie canzoni che non interessano più nessuno.

Il cappello d’oscurità cala sul cielo notturno

pollice dopo pollice, piede dopo piede nero,

                                sopra i Blue Ridge.

Com’era vivo il fuoco del mondo, mi dico,

prima dei capelli bianchi e la cenere dei giorni.

Scruto le costellazioni,

             dimenticando qualunque cosa avessi da dire.


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Ancora il marciapiede che si srotola grigio e lungo. 9 di sera.

Un vento freddo dal cielo lontano.

C’è un’ultima solitudine che non ho raggiunto ancora,

stanchezza in gola come polvere.

                Fremo dentro il suo contorno,

e mi sento sicuro però, mentre le stelle si spargono, per un’altra notte

da viandante medievale affrescato col suo poema in mano,

i cieli che restano il mio rione.

E come lui, anche con qualcosa di rosso e inviolato

                                        sotto i piedi.

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Charles Wright è nato nel 1935 a Pickwick Dam, in Tennessee. Ha studiato al Davidson College, all’Università dell’Iowa e all’Università di Roma. Dal 1957 al 1961 ha prestato servizio nell’Intelligence Service dell’esercito americano a Verona. Qui ha iniziato la sua vicenda di poeta sollecitato dalla lettura della poesia di Ezra Pound e dai paesaggi del nord Italia che l’avevano ispirata. Borsista Fulbright a Roma dal 1963 al 1965 con il progetto di tradurre La bufera e altro di Eugenio Montale, si è avvicinato in questo periodo anche alla poesia di Dante e a quella di Cesare Pavese. Ha insegnato all’Università di Padova e all’Università della California a Irvine; dal 1983 è professore d’inglese, titolare della Souder Family Chair, all’Università della Virginia. Ha avuto incarichi accademici anche alle Università di Princeton, Columbia e Iowa, e, nella primavera del 1992, all’Università di Firenze. Alla sua opera sono andati numerosi riconoscimenti, fra cui il Premio Pulitzer e l’Ambassador Book Award nel 1998, il National Book Critic Circle Award nel 1997, il Lenore Marshall Poetry Prize nel 1996, il Ruth Lilly Poetry nel 1993, il PEN Translation Prize nel 1979. Nel 1998 ha ricevuto a Firenze il Premio Antico Fattore.



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Testi selezionati da Breve storia dell’ombra (trad. di A. Francini, Crocetti, 2006) e Crepuscolo americano e altre poesie (trad. di A. Francini, Jaca Book, 2001)