CESARE PAVESE
Poesie scelte

Estate


C’è un giardino chiaro, fra mura basse,

di erba secca e di luce, che cuoce adagio

la sua terra. È una luce che sa di mare.

Tu respiri quell’erba. Tocchi i capelli

e ne scuoti il ricordo.


                                         Ho veduto cadere

molti frutti, dolci, su un’erba che so,

con un tonfo. Così trasalisci tu pure

al sussulto del sangue. Tu muovi il capo

come intorno accadesse un prodigio d’aria

e il prodigio sei tu. C’è un sapore uguale

nei tuoi occhi e nel caldo ricordo.

   

                                                                Ascolti.

Le parole che ascolti ti toccano appena.

Hai nel viso calmo un pensiero chiaro

che ti finge alle spalle la luce del mare.

Hai nel viso un silenzio che preme il cuore

con un tonfo, e ne stilla una pena antica

come il succo dei frutti caduti allora.



Mania di solitudine


Mangio un poco di cena alla chiara finestra.

Nella stanza è già buio e si vede nel cielo.

A uscir fuori, le vie tranquille conducono

dopo un poco, in aperta campagna.

Mangio e guardo nel cielo – chi sa quante donne

stan mangiando a quest’ora – il mio corpo è tranquillo;

il lavoro stordisce il mio corpo e ogni donna.


Fuori, dopo la cena, verranno le stelle a toccare

sulla larga pianura la terra. Le stelle son vive,

ma non valgono queste ciliegie, che mangio da solo.

Vedo il cielo, ma so che tra i tetti di ruggine

qualche lume già brilla e che, sotto, si fanno rumori.

Un gran sorso e il mio corpo assapora la vita

delle piante e dei fiumi, e si sente staccato da tutto.

Basta un po’ di silenzio e ogni cosa si ferma

nel suo luogo reale, così com’è fermo il mio corpo.


Ogni cosa è isolata davanti ai miei sensi,

che l’accettano senza scomporsi: un brusìo di silenzio.

Ogni cosa nel buio la posso sapere

come so che il mio sangue trascorre le vene.

La pianura è un gran scorrere d’acque tra l’erbe,

una cena di tutte le cose. Ogni pianta e ogni sasso

vive immobile. Ascolto i miei cibi nutrirmi le vene

di ogni cosa che vive su questa pianura.


Non importa la notte. Il quadrato di cielo

mi sussurra di tutti i fragori, e una stella minuta

si dibatte nel vuoto, lontana dai cibi,

dalle case, diversa. Non basta a se stessa,

e ha bisogno di troppe compagne. Qui al buio, da solo,

il mio corpo è tranquillo e si sente padrone.



***


Tu sei come una terra

che nessuno ha mai detto.

Tu non attendi nulla

se non la parola

che sgorgherà dal fondo

come un frutto tra i rami.

C’è un vento che ti giunge.

Cose secche e rimorte

t’ingombrano e vanno nel vento.

Membra e parole antiche.

Tu tremi nell’estate.



Lavorare stanca


Traversare una strada per scappare di casa

lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira

tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo

e non scappa di casa.

                                        Ci sono d’estate

pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese

sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge

per un viale di inutili piante, si ferma.

Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?

Solamente girarle, le piazze e le strade

sono vuote. Bisogna fermare una donna

e parlarle e deciderla a vivere insieme.

Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte

c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi

e racconta i progetti di tutta la vita.


Non è certo attendendo nella piazza deserta

che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade

si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,

anche andando per strada, la casa sarebbe

dove c’è quella donna e varrebbe la pena.

Nella notte la piazza ritorna deserta

e quest’uomo, che passa, non vede le case

tra le inutili luci, non leva più gli occhi:

sente solo il selciato, che han fatto altri uomini

dalle mani indurite, come sono le sue.

Non è giusto restare sulla piazza deserta.

Ci sarà certamente quella donna per strada

che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.



***


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –

questa morte che ci accompagna

dal mattino alla sera, insonne,

sorda, come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo. I tuoi occhi

saranno una vana parola,

un grido taciuto, un silenzio.

Così li vedi ogni mattina

quando su te sola ti pieghi

nello specchio. O cara speranza,

quel giorno sapremo anche noi

che sei la vita e sei il nulla.


Per tutti la morte ha uno sguardo.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.

Sarà come smettere un vizio,

come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,

come ascoltare un labbro chiuso.

Scenderemo nel gorgo muti.



Gente spaesata


Troppo mare. Ne abbiamo veduto abbastanza di mare.

Alla sera, che l’acqua si stende slavata

e sfumata nel nulla, l’amico la fissa

e io fisso l’amico e non parla nessuno.

Nottetempo finiamo a rinchiuderci in fondo a una tampa,

isolati nel fumo, e beviamo. L’amico ha i suoi sogni

(sono un poco monotoni i sogni allo scroscio del mare)

dove l’acqua non è che lo specchio, tra un’isola e l’altra,

di colline, screziate di fiori selvaggi e cascate.

Il suo vino è così. Si contempla, guardando il bicchiere,

a innalzare colline di verde sul piano del mare.

Le colline mi vanno, e lo lascio parlare del mare

perché è un’acqua ben chiara, che mostra persino le pietre.


Vedo solo colline e mi riempiono il cielo e la terra

con le linee sicure dei fianchi, lontane o vicine.

Solamente, le mie sono scabre, e striate di vigne

faticose sul suolo bruciato. L’amico le accetta

e le vuole vestire di fiori e di frutti selvaggi

per scoprirvi ridendo ragazze più nude dei frutti.

Non occorre: ai miei sogni più scabri non manca un sorriso.

Se domani sul presto saremo in cammino

verso quelle colline, potremo incontrar per le vigne

qualche scura ragazza, annerita di sole,

e, attaccando discorso, mangiarle un po’ d’uva.



***


Terra rossa terra nera,

tu vieni dal mare,

dal verde riarso,

dove sono parole

antiche e fatica sanguigna

e gerani tra i sassi –

non sai quanto porti

di mare parole e fatica,

tu ricca come un ricordo,

come la brulla campagna,

tu dura e dolcissima

parola, antica per sangue

raccolto negli occhi;

giovane, come un frutto

che è ricordo e stagione –

il tuo fiato riposa

sotto il cielo d’agosto,

le olive del tuo sguardo

addolciscono il mare,

e tu vivi rivivi

senza stupire, certa

come la terra, buia

come la terra, frantoio

di stagioni e di sogni

che alla luna si scopre

antichissimo, come

le mani di tua madre,

la conca del braciere.



Pensieri di Dina


Dentro l’acqua che scorre ormai limpida e fresca di sole,

è un piacere gettarsi: a quest’ora non viene nessuno.

Fanno rabbrividire, le scorze dei pioppi, a toccarle col corpo,

più che l’acqua scrosciante di un tuffo. Sott’acqua è ancor buio

e fa un gelo che accoppa, ma basta saltare nel sole

e si torna a guardare le cose con occhi lavati.

È un piacere distendersi nuda sull’erba già calda

e cercare con gli occhi socchiusi le grandi colline

che sormontano i pioppi e mi vedono nuda

e nessuno di là se ne accorge. Quel vecchio in mutande

e cappello, che andava a pescare, mi ha vista tuffarmi,

ma ha creduto che fossi un ragazzo e nemmeno ha parlato.

Questa sera ritorno una donna nell’abito rosso

– non lo sanno che sono ora stesa qui nuda quegli uomini

che mi fanno i sorrisi per strada – ritorno vestita

a pigliare i sorrisi. Non sanno quegli uomini

che stasera avrò fianchi più forti, nell’abito rosso,

e sarò un’altra donna. Nessuno mi vede quaggiù:

e di là dalle piante ci son sabbiatori più forti

di quegli altri che fanno i sorrisi: nessuno mi vede.

Sono sciocchi gli uomini – stasera ballando con tutti

io sarò come nuda, come ora, e nessuno saprà

che poteva trovarmi qui sola. Sarò come loro.

Solamente, gli sciocchi, vorranno abbracciarmi ben stretta,

bisbigliarmi proposte da furbi. Ma cosa m’importa

delle loro carezze? So farmi carezze da me.

Questa sera dovremmo poter stare nudi e vederci

senza fare sorrisi da furbi. lo sola sorrido

a distendermi qui dentro l’erba e nessuno lo sa.



***


E allora noi vili

che amavamo la sera

bisbigliante, le case,

i sentieri sul fiume,

le luci rosse e sporche

di quei luoghi, il dolore

addolcito e taciuto –

noi strappammo le mani

dalla viva catena

e tacemmo, ma il cuore

ci sussultò di sangue,

e non fu più dolcezza,

non fu più abbandonarsi

al sentiero sul fiume –

– non più servi, sapemmo

di essere soli e vivi.



Mito


Verrà il giorno che il giovane dio sarà un uomo,

senza pena, col morto sorriso dell’uomo

che ha compreso. Anche il sole trascorre remoto

arrossando le spiagge. Verrà il giorno che il dio

non saprà più dov’erano le spiagge d’un tempo.


Ci si sveglia un mattino che è morta l’estate,

e negli occhi tumultuano ancora splendori

come ieri, e all’orecchio il fragore del sole

fatto sangue. Ѐ mutato il colore del mondo.

La montagna non tocca più il cielo; le nubi

non s’ammassano più come frutti; nell’acqua

non traspare più un ciottolo. Il corpo di un uomo

pensieroso si piega, dove un dio respirava.


Il gran sole è finito, e l’odore di terra,

e la libera strada, colorata di gente

che ignorava la morte. Non si muore d’estate.

Se qualcuno spariva, c’era il giovane dio

che viveva per tutti e ignorava la morte.

Su di lui la tristezza era un’ombra di nube.

Il suo passo stupiva la terra.


                                                     Ora pesa

la stanchezza su tutte le membra dell’uomo,

senza pena: la calma stanchezza dell’alba

che apre un giorno di pioggia. Le spiagge oscurate

non conoscono il giovane, che un tempo bastava

le guardasse. Né il mare dell’aria rivive

al respiro. Si piegano le labbra dell’uomo

rassegnate, a sorridere davanti alla terra.

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Cesare Pavese nacque nel 1908 a Santo Stefano Belbo, un piccolo paese delle Langhe cuneesi. A Torino si laureò in Letteratura americana con una tesi sulla poetica di Whitman. Visse l’esperienza del confino sotto il regime fascista, quindi l’occupazione tedesca e la guerra di liberazione. Intellettuale dalle profonde inquietudini esistenziali, scrittore, poeta e traduttore, fu una delle colonne portanti della casa editrice Einaudi. Morì suicida a Torino nell’agosto del 1950, nello stesso anno in cui aveva vinto il Premio Strega con La bella estate.



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Testi selezionati da Le poesie (Einaudi, 1998)