CÉSAR VALLEJO
Poesie scelte

Agape


Nessuno oggi è venuto a domandare

né mi hanno chiesto nulla questa sera.


Neanche un fiore di cimitero ho visto

in una così gaia processione di luci.

Perdonami, Signore: così poco son morto!


Passano tutti, tutti questa sera

senza chiedermi o domandarmi nulla.


Io non so cosa scordano e mi resta

in mano a stento come fosse d’altri.


Sono uscito sull’uscio

e mi vien voglia di gridare a tutti:

se vi manca qualcosa, qui è rimasto.


Perché, tutte le sere della vita,

non so che porte chiudono su un viso,

prende qualcosa agli altri la mia anima.


Nessuno oggi è venuto

e oggi son morto così poco in questa sera!



***


È finito lo strambo con cui tardi

la notte ritornavi parla e parla.

Non c’è più chi m’aspetta,

ordinato il mio posto, bene il male.


Ed è finita già la calda sera:

la tua baia, il tuo grido, il chiacchiericcio

con tua madre – finito! –

che ci serviva un tè pieno di sera.


Tutto è finito infine: le vacanze,

il tuo petto obbediente, la maniera

tua di pregar che non uscissi fuori.


Ed è finito anche il diminutivo

per la maggiore età del mio dolore

e l’esser nati così senza ragione.



Pietra nera su una pietra bianca


Morirò a Parigi con la pioggia,

in un giorno del quale ho già il ricordo.

Morirò a Parigi – e non esagero –

forse, come oggi, un giovedì d’autunno.


Di giovedì sera. Oggi che proso

questi versi e ho indossato a tradimento

gli omeri, è giovedì e, mai come oggi,

mi vidi solo dopo tanto andare.


César Vallejo è morto, lo picchiavano

tutti e a nessuno lui fece del male;

lo legnavano sodo e duramente


lo cinghiavano: sono testimoni

i giorni giovedì, l’osso degli òmeri,

i sentieri, la pioggia, l’esclusione...



***


E se dopo tante parole,

non sopravvive la parola!

E se dopo le ali degli uccelli,

l’uccello fermo non sopravvive!

Sarebbe meglio, in verità,

che si mangino tutto e si finisca!


Esser nati per vivere della nostra morte!

Alzarsi dal cielo verso terra

sui propri disastri

e spiare il momento di spegnere la tenebra con l’ombra!

Sarebbe meglio, francamente,

che si mangino tutto e... cosa importa!


E se dopo tanta storia soccombiamo

non già d’eternità,

ma di cose così semplici come stare

in casa o mettersi a pensare!

E se scopriamo poi,

tutt’a un tratto, di vivere,

a giudicare dall’altezza degli astri,

dal pettine e dalle macchie sul fazzoletto!

Sarebbe meglio, in verità,

che si mangino tutto, non c’è dubbio!


Si dirà che abbiamo

in uno dei nostri occhi molta pena

come anche nell’altro, molta pena,

e in tutt’e due, nello sguardo, molta pena...

Allora... Certo!... Allora... tutti zitti!



Intensità e altezza


Voglio scrivere, e mi vien fuori schiuma,

voglio dire moltissimo e m’ingolfo;

ogni cifra parlata è successione,

ogni scritta piramidale ha il suo nucleo.


Voglio scrivere, ma mi sento puma;

voglio l’alloro, e invece incipollisco.

Ogni tosse parlata si fa bruma

né dio né uomo v’è senza sviluppo.


Andiamo! Andiamo dunque a mangiar erba,

carne di pianto, frutta di lamento,

la nostra triste anima in conserva.


Andiamo! Andiamo! Io sono ferito;

andiamo a bere ciò che è già bevuto,

a fecondare, corvo, la tua corva.



***


Mi viene, a giorni, una voglia uberrima, politica,

di amare, di baciare i due volti dell’affetto,

e mi viene da lungi un amore

dimostrativo, altro volere amare, ad ogni costo,

chi mi odia, chi lacera il suo foglio, il ragazzetto,

quella che piange per quello che piangeva,

il re del vino, lo schiavo dell’acqua,

chi si nascose nella propria ira,

chi suda, chi passa, chi dentro a me scuote la sua persona.

E voglio pertanto riordinare

la treccia a chi mi parla, i capelli al soldato,

la luce al grande, la grandezza al piccolo.

Voglio personalmente stirare

un fazzoletto a chi non può piangere

e, quando sono triste o mi duole la felicità,

rammendare i bambini e i geni.


Voglio aiutare il buono ad essere un tantino cattivo

e ho urgenza di sedermi

alla destra del mancino e rispondere al muto,

cercando di essergli utile

in quel che posso, e voglio anche moltissimo

lavare il piede allo zoppo

e aiutare a dormire il guercio prossimo.


Che amore è questo mio, questo mondiale,

interumano e parrocchiale, valido!

Mi viene a proposito

su dal supporto, dall’inguine pubblico

e, arrivando da lontano, invoglia di baciare

la sciarpa al cantore

e a chi soffre baciarlo nel suo strazio,

al sordo nel suo ronzio cranico, impavido;

a chi mi dà ciò che ho scordato in cuore,

nel suo Dante, nel suo Chaplin, nelle sue spalle.


E, per finire, voglio,

quando di violenza tocco il noto limite

o il cuore ho pien di forza, vorrei

aiutare chi sorride a ridere,

mettere un uccellino al malvagio in piena nuca,

fino a irritarli assistere i malati,

comprare al venditore,

aiutare l’uccisore ad uccidere – orrendo compito! –

e vorrei esser buono con me stesso

in tutto.



***


Guardati, Spagna, dalla tua stessa Spagna!

Guardati dalla falce senza martello,

guardati dal martello senza falce!

Guardati dalla vittima suo malgrado,

dal boia suo malgrado

e dall’indifferente suo malgrado!

Guardati da chi, prima che il gallo canti,

ti rinnegò tre volte

e da chi ti rinnegò altre tre volte!

Guardati dai teschi senza tibie

e dalle tibie senza teschi!

Guardati dai nuovi potenti!

Guardati da chi mangia i tuoi cadaveri,

da chi divora morti i tuoi vivi!

Guardati dal leale al cento per cento!

Guardati dal cielo al di qua dell’aria

e guardati dall’aria al di là del cielo!

Guardati da quelli che ti amano!

Guardati dai tuoi eroi!

Guardati dai tuoi morti!

Guardati dalla Repubblica!

Guardati dal futuro!

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César Vallejo nacque a Santiago de Chuco (Perù) nel 1892 e morì a Parigi nel 1938. La sua vita fu segnata duramente dalle avversità, dovute, in un primo tempo, alle sue origini modeste e alla sua condizione di meticcio, e, più avanti, alla sua rigorosa militanza politica marxista, vissuta con integrità e indipendenza di giudizio. Conobbe giovanissimo la prigione e, riacquistata la libertà, fuggì in Europa (1923), dove rimase fino alla morte, ora espulso dalla Francia ora dalla Spagna, paesi nei quali alternativamente abitò, a parte un viaggio in Unione Sovietica. Durante la guerra civile spagnola si schierò con entusiasmo a favore della repubblica e prese parte a vari gruppi d’avanguardia (con Juan Larrea diresse la rivista «Favorables Paris Poema»). Il suo primo libro, Gli araldi neri (1918), tranne che per qualche elemento colloquiale, resta nell’ambito del modernismo e del simbolismo imperanti. Ma già in Trilce (1923) V. accoglie accenti dell’avanguardia, su un fondo di certezze, dolori e ribellioni interiori. Un originale impasto metaforico, con una componente visionaria che si sovrappone alla simbologia evangelico-rivoluzionaria, si nota infine nel suo capolavoro, i Poemi umani (postumo, 1939), di cui fa parte il poemetto Spagna, allontana da me questo calice, inno ai volontari repubblicani. Di V. vanno anche ricordati il romanzo proletario Tungsteno (1931) e i racconti di Favola selvaggia (1925). Con Neruda, e più ancora di Neruda, V. ha fondato la grande poesia ispanoamericana del Novecento, ponendosi come una delle voci più intense e influenti di tutta un’epoca.



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Testi selezionati da Opera poetica completa (trad. di R. Paoli, Edizioni Gorée, 2008)