CARLO BETOCCHI
Poesie scelte

Sull’ore prime


Son l’ore prime, le solite, le ore

che la vita me ne ha chieste tante;

l’ora che al già Risorto, che «non è

più qui», tien dietro l’Angelo, distante


e vicino alla vita: che un motore

stacca in fondo alla via la sua fatica,

e parte: e ch’io resto, solo, all’antica

vicissitudine, cui non val arte


di sorta, altro che il principiare, e sia

come sia, con quel gettar di dadi

che è già scontato, che se stesso oblia,


che va crescendo d’effetto per gradi,

vola il colombo, si schiara la via,

o vita, come lenta persuadi.



Al fratello e alla sorella in giorni di dolore


Le foglie luccicano, l’estate

dalla forma crudele di gioia

ai seppelliti nel limbo

delle memorie d’infanzia

non reca che il lampo dei ricordi.


Ma a te dolore, eretto emblema

ch’entro gli sguardi ci precedi,

noi a te, fraterni, porgiamo il volto

lieti che tu ci trovi ancora uniti

oltre la linea delle apparenze,

con te, verso un paese eterno.


Dove non sia più luce sulle fronde

che questa, che dall’anima s’esala,

dove nell’ombra, la nostra mano unita

senta che sola forza al mondo è il cuore.



Una mattina


Ancora una mattina

che non potrei tradirmi

se non, nube su nube,

decidermi a rivivere


tutto nel cielo, al suo

fantastico passaggio

d’occidente in oriente,

da un mare senza mente


a un monte senza peso;

la verità che vive

nei cuori non si scrive

che misteriosamente.



Un passo, un altro passo (7)


Ma anche imparo,

giorno per giorno imparo,

che non c’è cosa in cui sia necessario

più il credere che l’operare; e che tra il fiore

del credere che amo, e il mio esserne degno,

che è il prezzo del mio esistere,

c’è di mezzo quello che ho fatto,

il mio consistere in opere e lavoro:

e ch’ivi è il tutto, tutto ciò che io posso

saper di vero, anche se avvolto nel mistero

della cosa fatta dall’uomo, e che dall’uomo

prega per il di più che non può fare,

e i doni per cui fece, alti, ringrazia.



In piena primavera, pel Corpus Domini (6)


Qui od altrove, a un poeta,

il suo tempo è fulmineo,

cometa che declina e scompare

lungo la chioma della sua pazienza.

E non può dire cose più alte di lui.

La gioventù gli è di lievito,

la vecchiaia di paragone,

e quando l’aria è sgombra di messaggi

incontra creature.

Il bene e il male in eguale misura

a lui non valgon rimpianti,

è come morto fin dalla nascita,

è come vivo dopo la morte.



Messa piana


Quando vado alla messa spesso non prego,

guardo. Sono come un bambino. Guardo,

e credo. E il Signore mi dice

(con povere fiammelle di candela,

mutamente entro me, nel mio guardare),

– Bravo, hai fatto bene a venire. –

E al segreto consenso la coscienza

s’indebita, riconoscente. E mormora:

– Basta, così sian tutti, tutti

oramai, con me. Anche quei pochi

cui ho fatto del bene. E solo mi lascino,

taciti, solo nel mio guardare. –



Messa solenne


Io non so se chiamarla la bellezza

quella che nasce in noi, dal più veridico

senso della nostra miseria. Parte di lì,

sprigiònasi, il capo di quel filo del bisogno

che tanto disegnò della bellezza, nel mondo.

E parve, ed era anche un miracolo: ma era

necessità all’esistere, non già per noi

ma per dire al Signore: – Se Tu esisti

anche noi esistiamo –. E per dirgli ubbidendo:

– Ho ritrovato in Te della bellezza il bandolo

originale, il seme. Ecco, fiorisce nell’umiltà

l’immortale coraggio del Tuo spirito,

la segreta e indicibile Tua gloria. –



Di quando in quando (14)


Se i morti sono veramente morti

allora noi non siamo vivi, ché

della loro già morta vita

andiamo tutti i giorni nutrendoci,

spesso inconsapevolmente, e quasi

dormendo, come bambini alle poppe

materne, a volte assopiti, e come in sogno.

Ché quanto la veglia ci nutre il sogno,

e i morti come la vita ci nutrono, in una

inestinguibile catena di tramonti.



Il vecchio: stravaganze, sventura, destino (5)


Lo stravedere dei vecchi! Guardateli!

Ascoltatene uno, come son io, forse

il più debole! La mente che vacilla,

e l’azzurro che spera, mentre l’ombra

lenta, furtiva, risale i tetti:

alle mie spalle scompaiono ninnoli

e oggetti, caracollano via tavole

e sedie, s’involano alcove, trepide

masserizie amorose svaniscono

via leggere, la mia vita si spoglia,

tutta perduta vibra nell’azzurro.



***


Questo color velenoso, di sera,

questo morir della luce sui vetri,

senza riflessi, che sarà rapido,

quest’ora tarda e mortale,

o tu che invecchi e non sai più se vedi

spettri o figure, credilo! ogni ora

è bambina, e se ne va innocente,

sparisce dal tuo cospetto la vita

ma torna per altri, sempre si rinnova,

la notte è un giardino di giovani tenebre.



***


Il mio cuore è debole, stasera,

come il sole che lento risale

i tetti, e profonde sono le mie colpe;

ahi! l’uomo, come sempre tramonta.


Come sempre, mentre lui tramonta,

resta l’orizzonte ineffabile

e sterminato il destino, a chiunque,

dell’esistere, sterminato!


Ciò che lasciamo indietro

si strascica verso il buio,

ciò che ci attende è incomprensibile

compreso il momento che passa.


Io sono: eccomi! io sono,

solo in quest’ora debole,

ciò che decide: io sono

la linea che divide


il passato dal futuro.

Momento eterno dell’essere

che ti stabilisci nell’attimo,

sei tu la mia grazia, decidi.

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Carlo Betocchi nasce a Torino il 23 gennaio 1899 e muore a Bordighera il 25 maggio 1986. Si trasferisce ancora piccolo a Firenze per seguire il padre, impiegato delle Ferrovie dello Stato. Studia all’Istituto Tecnico fiorentino con l’amico Piero Bargellini. Consegue nel 1915 il diploma di perito agrimensore e prende parte, tra il 1917 e il 1918, alla Prima Guerra Mondiale. Inizia poi ad esercitare la professione di geometra nel campo edilizio, lavoro che lo porterà in Francia e in diverse località dell’Italia centro-settentrionale. Nel 1928, insieme a Bargellini, fonda la rivista «Il Frontespizio». Nel 1939 lascia Firenze e si trasferisce a Trieste. Insegna materie letterarie presso il conservatorio musicale di Venezia fino al suo ritorno definitivo a Firenze nel 1953. Numerose sono le sue raccolte poetiche, le più importanti delle quali sono Realtà vince il sogno (1932), L’estate di San Martino (1961), Un passo, un altro passo (1967), Prime e ultimissime (1974), Poesie del sabato (1980).



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Testi selezionati da Tutte le poesie (Mondadori, 1984)