BEPPE SALVIA
Poesie scelte

***


A scrivere ho imparato dagli amici,

ma senza di loro. Tu m’hai insegnato

a amare, ma senza di te. La vita

con il suo dolore m’insegna a vivere,

ma quasi senza vita, e a lavorare,

ma sempre senza lavoro. Allora,

allora io ho imparato a piangere,

ma senza lacrime, a sognare, ma

non vedo in sogno che figure inumane.

Non ha più limite la mia pazienza.

Non ho pazienza più per niente, niente

più rimane della nostra fortuna.

Anche a odiare ho dovuto imparare

e dagli amici e da te e dalla vita intera.



***


(Quanto fu lunga la mia malattia,

e tanto amara la mia vita in quella

fu stretta e spiegazzata come un cencio,

e io pallido e stanco come un mondo

intero dovessi sopportar tutto

su la mia schiena, faticavo tanto,

m’immaginavo mondi tutti assai

più lievi e volatili di questo mio,

che tanto m’affliggeva e tormentava,

e vaneggiavo di nascoste verità

e cieli quieti di pensieri chiari

ove più mio l’animo affranto potesse

dimorare, e non trovavo queste

cose che non esistono, e soffrivo)



***


Ma oltre queste verità e dentro queste

vuote parole ho perso la misura.

Ora io so soltanto che son seduto

a questo tavolo e che per tanto buone

ragioni ho tempo e odio da spendere.

E mi basta così senza nemmeno

maledire. Non è perdere al gioco,

e poi fa bene vivere. Un’arte

marziale voglio imparare, di che sempre

si possa indugiare di far male.

Un teatro astratto di colpi e pensieri

per i giorni neri. E poi le gioie e insieme

con gli amici far niente.



Ninfale


la mia cultura è poca e la mente fioca,

non ho conosciuto regole e leggi e nessuno

dell’ordine dell’universo m’ha insegnato

ad amare la sua natura grande

e umile. Ho offeso con la mia stupidità

la legge della vita, l’infinita innocenza

della sua crudeltà. Adesso ho un cuore

nobile ma la mia carne è pietra.


e imparo da solo con stenti l’errore

d’essere solo. E padre e madre vorrei

essere di questa solitudine.

non l’abitudine filiale, ma il segreto esempio

la natura dolce delle parole vere

io voglio dedicare questo corpo magro,

attraversato dal tremendo folgore

del coltello e dell’innaturale pietà

della preghiera. E spezza da sé e su

se stesso l’acqua rigida del suo vero.


Conosco adesso il tempo certo

degli abissi e la parola povera

della vita, e l’esclusione e l’essere

e il pentimento e la colpa. E tutto

dura nel mio corpo eterno, e io

non posso amare senza amore

non posso soffrire senza dolore.

Ceneri del nostro tempo gli evidenti

abissi del dubbio e l’assoluto.


La mia paura è grande ma ho il coraggio

di esistere. Soltanto in me è l’errore

del giorno e della notte. Il tramonto è leggero

come una carezza. e il giorno nella notte

si trasforma. Di questo genere del mondo

che è l’esser verso l’inconsapevolezza

giovanile fa nascere qualcosa che

soltanto l’amore della ragione conduce

ad esser vero. Anche di questo eterno

errore sono prodighi gli attimi

fuggitivi, le origini e la fine.



Sillabe


Adesso io ho una nuova casa, bella

anche adesso che non v’ho messo mano

ancora. Tutta grigia e malandata,

con tutte le finestre rotte, i vetri

infranti, il legno fradicio. Ma bella

per il sole che prende ed il terrazzo

ch’è ancora tutto ingombro di ferraglia,

e perché da qui si può vedere quasi

tutta la città. E la sera al tramonto

sembra una battaglia lontana la città.

Io amo la mia casa perché è bella

e silenziosa e forte. Sembra d’aver

qui nella casa un’altra casa, d’ombra,

e nella vita un’altra vita, eterna.



***


Abbiamo nel cuore un solitario

amore, nostra vita infinita,

e negli occhi il cielo per nostro vario

cammino. Le spiagge i cieli, la riva

su cui sassi e rovi e il solitario

equisèto, e colli erbosi grassi

rioni, città dispiegate come

belle bandiere, e nude prigioni.

Questa è la nostra vita. Questi nostri

volti vagabondi come musi

di cani ci somigliano. Il vento

il sole le corolle rosse e blu,

i sogni mai sognati i nostri sogni.

Questa è la nostra vita e nulla più.



***


fui prigione di cifre d’alfabeto

e delle loro forme allineate

e dello sciocco mistero che non mai

muti maestri insegnano a noi.

mai mi fu detto e con stento imparai

che non v’è ossa e sangue nelle cose

morte, di che si possa, meravigliose,

dimenticarne, eterne. E non più mai

le perfezioni del pensiero a queste

cose inanimate san provvedere

che sian così mutevoli e leggere

da non imprigionare i vivi. Tanto

noi siamo, d’aerea vita soltanto

nuda dimora della vita e tanto

basta ad aver caro il grave, il centro

imperfettibile, d’ignoto peso.



del metro


Non scriverò un sonetto di minime

armonie, vuoti d’una parvenza,

m’han detto che non vale i moltissimi

pretesti ascriversi o celare vénti

i sospetti d’una lieta armonia

tra disarmoniche corde d’una rima;

ma io l’istesso fò, per quella mia

guisa di bizzarria, il paio quasi

coll’avversar simile teoria, io

nego accetto e non dò peso, al caso! ché

mi guardo dal sapere dividere

grani dal loglio e infine l’ho anch’io

l’amore del giudizio il vizio perché

dannare e dannarmi, far trasparire

un veto dov’è misura lieta.

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Beppe Salvia nasce a Potenza il 10 ottobre 1954. Dopo essersi trasferito con la famiglia a Roma nel 1971, studia entomologia e si dedica alla scrittura. Nel 1979 fonda, insieme ad altri scrittori, la rivista «Braci». Collabora a «Nuovi Argomenti», «Prato Pagano» e altre riviste. Muore suicida a Roma il 6 aprile 1985. Escono postumi i libri Estate, pubblicato con lo pseudonimo di Elisa Sansovino, Cuore (cieli celesti), a cui viene assegnato il Premio Leonardo Sinisgalli, ed Elemosine eleusine.



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Testi selezionati da I begli occhi del ladro (Il Ponte del Sale, 2004)